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	<title>Laureano</title>
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	<pubDate>Mon, 04 May 2009 18:48:34 +0000</pubDate>
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	<language>it</language>
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		<title>7-8 May 2009, Prague</title>
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		<pubDate>Mon, 04 May 2009 18:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[News]]></category>

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		<description><![CDATA[In the framework of the European Commission initiative Research Connection 2009 that will take place in Prague (7-8 May 2009), IPOGEA will hold the conference “ ITknet. Innovative and Traditional Knowledge network for the proper use of natural resources”. The aim of the forum is to reach the following objectives:
Strengthen and increasing the ITKnet network
Disseminating [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>In the framework of the European Commission initiative Research Connection 2009 that will take place in Prague (7-8 May 2009), IPOGEA will hold the conference “ ITknet. Innovative and Traditional Knowledge network for the proper use of natural resources”. The aim of the forum is to reach the following objectives:</p>
<p>Strengthen and increasing the ITKnet network<br />
Disseminating the results of the European network Resourcenet<br />
Sharing and disseminating sustainable and innovative techniques based on the use of traditional knowledge<br />
Opening the existing network to new European member states<br />
Discussing and implementing the ongoing pilot projects<br />
Organizing and promoting projects on the new sustainable technologies in the FP7 contest.</p>
<p>For further details see…<br />
<a href="http://www.itknet.org/web/?p=80">http://www.itknet.org/web/?p=80</a></p>
	<p></p>
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		<item>
		<title>I sassi di Matera da Pier Paolo Pasolini a Mel Gibson. Intervista a Pietro Laureano</title>
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		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=250&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 14 Oct 2008 06:28:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<category><![CDATA[Interviste]]></category>

		<category><![CDATA[Matera]]></category>

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		<description><![CDATA[ Sassi di Matera? Un set per molti film. Ne prendiamo due, due capolavori. Ovvero i Sassi prima e dopo il restauro dell&#8217;architetto Pietro Laureano: dal Pasolini del Vangelo secondo Matteo (1964) al Gibson di The Passion of the Christ (2004). E scopriamo che la neolitica Matera è in realtà una città del futuro proprio grazie [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Sassi di Matera? Un set per molti film. Ne prendiamo due, due capolavori. Ovvero i Sassi prima e dopo il restauro dell&#8217;architetto Pietro Laureano: dal Pasolini del <em>Vangelo secondo Matteo</em> (1964) al Gibson di <em>The Passion of the Christ</em> (2004). E scopriamo che la neolitica Matera è in realtà una città del futuro proprio grazie ai suoi Sassi.</p>
<p><em>«Il mio lavoro su Matera inizia nel &#8216;92, quando ancora è una città abbandonata </em>– racconta <strong>Pietro Laureano</strong>, architetto che ha vissuto dal 1992 al 2005 nei Sassi di Matera, li ha iscritti nel 1993 nella lista del Patrimonio Mondiale Unesco e li ha restaurati -<em>, 2 o 3 i residenti nei Sassi, come nel &#8216;64: sassi vuoti, in bianco e nero, ruderi, un mondo al di là della storia (Cristo si era fermato a Eboli). Una Matera scelta da Pasolini quale immagine di Gerusalemme, che peraltro ora non è così, e della dura primordialità. Il suo Cristo si rivolge così alla città: &#8216;Di voi non resterà pietra su pietra, razza di vipere!&#8217;. Una città che ha avuto un rapporto difficile con la natura, che è stata poi la sfida attraverso la quale è stata realizzata. Le murge materane sono ostili come i calcari della Palestina o la Tebaide, l&#8217;Egitto, la Siria, l&#8217;Etiopia. Tutte terre scelte dal movimento monastico, che cercava eremi nel deserto per creare situazioni vivibili usando i sistemi sotterranei di raccolta delle acque, le grotte»</em>.</p>
<p><strong>Cosa ha fatto in quei 13 anni?</strong><br />
“Ho vissuto nei Sassi, evidenziando come il percorso del movimento monastico non facesse che ritracciare e rivivificare strade preistoriche. La storia di Matera non è medievale, ma neolitica. La mia lettura della città è stata questa: Matera fa parte di una storia antichissima che guarda al futuro perché usa le risorse senza distruggerle, alternativa in questo alla città moderna. A Matera, città &#8216;troglodita&#8217; e parsimoniosa, si distillava l&#8217;acqua dalle caverne, si costruivano giardini pensili, c&#8217;era un ciclo sostenibile dei rifiuti. Non era la città ortogonale della modernità, per questo spaventa. Pasolini la sceglie per indicare una situazione precristiana, cerca di riportarvi il Cristo da Eboli. Matera è così però una città del futuro, ecosostenibile. Quando iniziò il mio intervento, c&#8217;era chi voleva recuperare i Sassi per omologarli (grandi contenitori per mostre ad esempio) e chi come me voleva salvaguardarne la qualità con un restauro conservativo che non li rifacesse, ma li usasse per come sono, vivendoci. Così ho fatto. È un messaggio per il futuro, ed è stata una proposta vincente: adesso i Sassi sono quasi del tutto abitati. Una città vive se abitata, non può diventare il museo di se stessa!</p>
<p><strong>Il film di Gibson?</strong><br />
Importante, ma involontariamente negativo: ha creato un&#8217;immagine hollywoodiana. I turisti vengono a Matera per vedere i luoghi del film, non per conoscere i Sassi. L&#8217;eccessiva notorietà ha un po&#8217; snaturato la città. Sono stati fatti investimenti anche a fini speculativi. La Matera che ho lasciato nel 2005 era un&#8217;altra, ma la mia esperienza è stata comunque di successo: i Sassi sono preservati. Avrei voluto una maggiore tensione culturale per rispettare di più l&#8217;origine della città e gli aspetti ecosostenibili che Matera ha e che ora si ritrovano nell&#8217;architettura moderna. Con il turismo e il successo ciò è avvenuto solo in parte, ma sono concetti che devono maturare in sede locale. Ci vuole tempo insomma.</p>
<p align="left">Intervista a cura di Enrico Zoi  pubblicata sul sito web <a target="_blank" href="http://www.iltrillodeldiavolo.it/index.php?option=com_content&amp;task=view&amp;id=1574&amp;Itemid=1">http://www.iltrillodeldiavolo.it</a></p>
	<p></p>
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		<title>Esposizione universale Saragoza sull&#8217;acqua</title>
		<link>http://www.laureano.it/web/?p=249&amp;language=it</link>
		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=249&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2008 08:18:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[News]]></category>

		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Il Padiglione della Sete diretto da Pietro Laureano per l’esposizione universale di Saragozza sull’acqua è il più visitato nella sua categoria.
 
Grande successo di pubblico della Esposizione Universale di Saragozza che ha come tema l’acqua in corso dal giugno a settembre 2008. L’esposizione è formata da architetture spettacolari tra cui il Ponte Museo dell’Acqua di Kalavatra e la Torre dell’Acqua e da dieci padiglioni tematici. Il padiglione tematico delle Sete la cui direzione scientifica è stata affidata all’architetto Pietro Laureano con 140.000 presenze nella prima settimana di apertura.risulta l’unico padiglione tematico a rientrare tra le prime dieci installazioni più visitate.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h4>Il Padiglione della Sete diretto da Pietro Laureano per l’esposizione universale di Saragozza sull’acqua è il più visitato nella sua categoria.</h4>
<p><img border="0" width="476" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2008/08/foto-allestimento-sala-c.jpg" alt="FOTO ALLESTIMENTO sala C" height="358" style="border-width: 0px" /></p>
<p>Grande successo di pubblico della Esposizione Universale di Saragozza che ha come tema l’acqua in corso dal giugno a settembre 2008. L’esposizione è formata da architetture spettacolari tra cui il Ponte Museo dell’Acqua di Kalavatra e la Torre dell’Acqua e da dieci padiglioni tematici. Il padiglione tematico delle Sete la cui direzione scientifica è stata affidata all’architetto Pietro Laureano con 140.000 presenze nella prima settimana di apertura.risulta l’unico padiglione tematico a rientrare tra le prime dieci installazioni più visitate.</p>
<p><embed allowscriptaccess="always" flashvars="mode=preview&amp;previewLayout=white&amp;username=ipogea&amp;docName=saragozza_pad_sete&amp;documentId=080804080325-b9fd569dbdc740269181cb10ec5abe11&amp;autoFlip=true&amp;backgroundColor=ffffff&amp;layout=grey" src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" style="width: 525px; height: 327px"></embed></p>
<p>Riportiamo stralci della sua presentazione del padiglione fatta da Pietro Laureano:</p>
<p>Il padiglione della sete ha la forma di una montagna di sale che riflette i raggi del sole facendolo somigliare ad un miraggio nel deserto. All’interno è una macchina realizzata con una <em>antica tecnologia avanzatissima</em>. Sono ricostruiti i sistemi di captazione d’acqua delle caverne, le tecniche di produzione idrica dei tunnel sotterranei chiamate gallerie drenanti e i pozzi aerei. Il visitatore comprende che è possibile ottenere acqua bevibile dal cielo e dal sottosuolo. Che la necessità di acqua potabile ha permesso di sviluppare tecniche straordinarie, cultura e conoscenza. Ma tutto questo è il passato? Stiamo visitando un museo archeologico delle tecniche scomparse? No. Proseguendo nel percorso il visitatore scopre di essere in viaggio dentro un elaborato congegno tecnologico–ambientale che, in volo nel cosmo, utilizza le paleotecniche per il riciclo, la produzione idrica e la sostenibilità. E’ una astronave–serra; una stazione spaziale–ecosistema; un’arca custode della sapienza idrica; una goccia d’acqua in viaggio per l’universo; un pianeta – giardino. Anche il nostro pianeta Terra è un’astronave in viaggio per il cosmo. Al visitatore all’uscita potranno essere comunicati i chilometri percorsi durante la sua presenza nel padiglione e la quantità d’acqua spostata contenuta nel suo stesso corpo. Il padiglione metafora della sete nasconde al suo interno un mistero. Un viaggio attraverso tecniche idriche, culture e conoscenza capovolgerà le idee correnti sulla sete.</p>
<p>L’esposizione permette al visitatore di comprendere cosa è la sete rispondendo alle domande: Chi ha sete?; Che succede a causa della sete?; Come trattiamo la sete? Che cosa è la sete? Si risponde a quest’ultima domanda fornendo una nuova visione della sete. La sete è necessaria: da problema è una risorsa: impulso al viaggio e alla conoscenza.</p>
<p>La sete costituisce un bisogno irrimandabile, un senso di insoddisfazione estremo, un desiderio che spinge ad agire e conoscere: è il motore delle trasformazioni culturali e ambientali. Gli organismi viventi e l’ambiente manifestano la sete come un bisogno impellente e con segni di insoddisfazione e di degrado. La pelle è per l’uomo quello che per l’ecosistema è il paesaggio. Se l’organismo ha sete la pelle si secca, si disidrata. Così il terreno senza acqua si spacca e si degrada. Ma il paesaggio della sete non è quello del deserto è quello della desertificazione. Deserto e desertificazione sono due cose diverse. Il deserto ha un equilibrio ecologico preciso affermatosi nel corso del tempo in specifiche situazioni climatiche. Il suo paesaggio è sano con un valore estetico, con le leggi, componenti, attività biologiche e culturali adattate a rispondere in modo appropriato alla sete delle piante, degli animali e degli uomini. La desertificazione è causata dalla pressione e dal cattivo intervento degli esseri umani e può prodursi in qualsiasi clima e situazione determinando condizioni di disequilibrio con suoli degradati e luoghi assolutamente privi di armonia.</p>
<p>La desertificazione è la mancanza di soddisfazione della sete dell’ecosistema. Così gli organismi spariscono, gli esseri umani e anche le piante migrano. Senza acqua bisogna andare in un altro luogo o trovare i modi per procurarsela. La sete è un impulso, un richiamo a cui si deve rispondere. La sete è all’origine di due fenomeni fondamentali direttamente collegati: il movimento e la civiltà.  La sete ha spinto l’umanità alla scoperta, alla conoscenza e all’innovazione. Il bisogno di acqua del nostro organismo e degli ecosistemi è una risorsa perché è uno stimolo a ulteriori progressi.</p>
<p>La crisi idrica provocata dal riscaldamento globale e l’estremizzazione climatica costituirà uno stimolo al cambiamento del modello economico, alla nascita di un nuovo paradigma basato su un patto tra l’umanità e l’ambiente, allo sviluppo di una tecnologia sostenibile. La sete è la manifestazione di principi fondamentali, ancora ignoti, dell’Universo. La necessità inestinguibile di continua fusione con il ciclo dell’acqua, quello planetario e quello cosmico. La sete è il bisogno e il desiderio, fa parte della nostra natura, dalle origini lontane ai destini futuri. La sete accompagna il perenne viaggio di scoperta dell’umanità: dalla grotta, alla stazione spaziale e oltre, verso l’infinito.</p>
	<p></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Interview with laureano about the desertification</title>
		<link>http://www.laureano.it/web/?p=238&amp;language=it</link>
		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=238&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 11 Jun 2008 19:09:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
from:
www.babelgum.com
What is the cause of desertification?

There is an ongoing debate on the use of traditional knowledge and methods to safeguard and enhance the landscape, fight desertification and the waste of resources. There are opposite views on this issue everywhere. In China, for example, on the one hand, the Three Gorges dam is being built [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<h3 style="color: #9ae208! important"><strong style="color: #000! important"><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2008/06/babelgum2.jpg"><img border="0" width="224" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2008/06/babelgum-thumb3.jpg" alt="Babelgum" height="86" style="border-width: 0px" /></a> </strong></h3>
<p style="color: #9ae208! important">from:<br />
<a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/active_member.php?idMember=794008&amp;idCommunity=2">www.babelgum.com</a></p>
<p style="color: #9ae208! important"><strong style="color: #000! important">What is the cause of desertification?</strong></p>
<p style="color: #9ae208! important"><img border="0" width="438" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2008/06/babelgum21.jpg" alt="Babelgum2" height="149" style="border: 0px" /></p>
<p>There is an ongoing debate on the use of traditional knowledge and methods to safeguard and enhance the landscape, fight <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=desertification">desertification</a> and the waste of resources. There are opposite views on this issue everywhere. In China, for example, on the one hand, the Three <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=Gorges">Gorges</a> dam is being built with catastrophic consequences for the regional ecosystem and every year 10 million people leave their ancient villages to move into new metropolis. On the other hand, traditional methods are largely used to protect the <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=soil">soil</a> and stop desertification.</p>
<p>According to The United Nations Convention to Combat Desertification (UNCCD), desertification is caused by human activities and <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=climatic">climatic</a> variations. The impact of human activities is fundamental. This is also true as far as positive activities are concerned. By using water more efficiently and by learning that natural resources are cyclic and that therefore we need to avoid <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=wasting">wasting</a> resources we can combat both physical and cultural desertification.</p>
<p><strong style="color: #000! important">What are the problems regarding water distribution and how can we promote sustainable management of water resources?</strong></p>
<p>70% of potable water is currently used for irrigation in <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=agriculture">agriculture</a> and manufacturing processes and the remaining is used for bathing and washing in the city. In agriculture, <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=drainage">drainage</a> basins that dry rivers are being built. Cities with their cement buildings prevent the rainwater from being channelled into the ground and use too much drinking <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=%20water">water</a> that is precious to many populations. Most people drink mineral water at home and most potable water in the house is discharged in the toilet and thrown away as wastewater. The so-called &#8220;dual system&#8221;, that is, having two kinds of water pipes in the house, should be implemented in the city. One provides potable water of a good quality threshold that can replace mineral water. The other can be used in the bathroom and in the rest of the house and comes from recycled <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=rain%20water">rainwater</a> or potable water of poor quality, therefore cheaper, provided by municipal aqueducts. The water used in the city should be used in agriculture as that water is full of fertilizers.</p>
<p><strong style="color: #000! important">What can we learn from past civilizations in this respect?</strong></p>
<p>The Mediterranean is characterized by the lack of big natural streams of water and by scarce and discontinuous precipitations. Its southern shores are mostly <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=arid">arid</a> and its isles have almost no streams of water. It is in these arid or semi-arid areas that the great Mediterranean civilization has flourished thanks to its wise management of water resources. Villages were built with special materials that facilitated water collection and protected the population from the cold and the heat.<br />
Terraces in agriculture, roof and hanging <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=gardens">gardens</a> in the city contributed to soil and water conservation. Terraces prevent soil erosion and absorb humidity through their stones. Roof gardens are ideal for rainwater collection and keep temperatures stable in buildings.</p>
<p><strong style="color: #000! important">What have been the most significant experiences in your career?</strong></p>
<p>I have really enjoyed my time in the Saharan oasis in <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=Algeria">Algeria</a>. In the Gourara and Touat regions, people have been producing water where there&#8217;s none, using it efficiently and creating oasis for millennia. They represent a perfectly <a href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=eco%20sustainable">eco-sustainable</a> model. In the Saharan region, thanks to EU funding, we are restoring traditional artificial gorges and water collection networks and bringing deserted oasis back to life. This project has also contributed to the restoration of similar Etruscan structures in Italy.</p>
<p>I have also undertaken the inscription of the Sassi of Matera on the <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=UNESCO">UNESCO</a> World Heritage List. I have lived in the gorges and used traditional water collection methods and taken advantage of the gorges&#8217; natural cooling and heating systems.</p>
<p>I am also in charge of the UNESCO project on the Ipogea city of Lalibela in Ethiopia, famous for its monolithic churches, where we are restoring the original <a target="_blank" href="http://www.babelgum.com/html/search.php?keyword=ecosystem">ecosystem</a> and water collection networks.</p>
<p>The Traditional Knowledge World Bank provides communities and companies with traditional know-how, best practices and techniques and by doing so it promotes a new approach to technology.</p>
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		<title>La Banca dei saperi tradizionali</title>
		<link>http://www.laureano.it/web/?p=236&amp;language=it</link>
		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=236&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 17 Apr 2008 13:23:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[tratto  da: "Ilaria" - rivista della cooperazione italiana Anno I n°5 Dicembre 2007
a cura di Stefano Piraghi

- L'architetto Pietro Laureano ha promosso la realizzazione di una banca dati mondiale sul sistema dei saperi locali.
L'iniziativa viene portata avanti dal Centro Studi Ipogea con il supporto dell'Unesco e dell'Unccd]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img border="0" align="left" width="88" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2008/04/ilaria.jpg" alt="ilaria" height="124" style="margin: 0px 15px 0px 0px; border: 0px" /></p>
<p>tratto da : <em><strong>Ilaria</strong></em> - rivista della cooperazione italiana Anno I n°5 Dicembre 2007) a cura di Stefano Piraghi</p>
<p>- L&#8217;architetto Pietro Laureano ha promosso la realizzazione di una banca dati mondiale sul sistema dei saperi locali.<br />
L&#8217;iniziativa viene portata avanti dal Centro Studi Ipogea con il supporto dell&#8217;Unesco e dell&#8217;Unccd</p>
<p><embed allowscriptaccess="always" flashvars="mode=preview&amp;previewLayout=white&amp;username=ipogea&amp;docName=banca_saperi_tradizionali&amp;documentId=080417132125-0c04dbeb43f145b79534a3ad8047b65d&amp;autoFlip=true&amp;backgroundColor=ffffff&amp;layout=grey" src="http://static.issuu.com/webembed/viewers/style1/v1/IssuuViewer.swf" style="width: 307px; height: 230px"></embed></p>
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		<title>Settimana Mondiale Unesco</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Nov 2007 07:32:00 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[&#xA0;    Nella Settimana mondiale UNESCO nell&#x2019;ambito del Decennio della Educazione ambientale allo Sviluppo Sostenibile 5 &#x2013; 11 novembre 2007, il Centro Studi sulle Conoscenze Tradizionali, IPOGEA, realizza la seguente iniziativa in collaborazione con Ministero dell&#x2019;Ambiente, UNCCD, UNESCO, Regione Toscana e l&#x2019;ITALCEMENTI S.p.a. di Matera. Le azioni della Settimana sono coordinate dalla Commissione [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&#xA0;<a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/settimana-sviluppo-sostenibile44.jpg"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 5px 35px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="147" alt="Settimana_sviluppo_sostenibile4" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/settimana-sviluppo-sostenibile4-thumb4.jpg" width="183" align="left" border="0" /></a>    <br />Nella Settimana mondiale UNESCO nell&#x2019;ambito del Decennio della Educazione ambientale allo Sviluppo Sostenibile 5 &#x2013; 11 novembre 2007, il Centro Studi sulle Conoscenze Tradizionali, IPOGEA, realizza la seguente iniziativa in collaborazione con Ministero dell&#x2019;Ambiente, UNCCD, UNESCO, Regione Toscana e l&#x2019;ITALCEMENTI S.p.a. di Matera. Le azioni della Settimana sono coordinate dalla Commissione Nazionale Italiana UNESCO. </p>
<p>&#xA0;</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/rs_settimana_unesco.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="272" alt="LaGazzetta" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/lagazzetta.jpg" width="534" border="0" /></a></p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/rs_settimana_unesco.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="1385" alt="LaNuova" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/lanuova.jpg" width="508" border="0" /></a></p>
	<p></p>
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		<title>Anche Matera era un&#8217;oasi</title>
		<link>http://www.laureano.it/web/?p=137&amp;language=it</link>
		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=137&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 04 Nov 2007 14:28:29 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Da Famiglia Cristiana
Rivista settimanale italiana
Anche Matera era un&#8217;oasi
18 gennaio 1995 n. 3 (pag. 60-65.)

L&#8217;architetto Pietro Laureano ha fatto una straordinaria scoperta: i &#8220;giardini&#8221; che fioriscono nel deserto non sono un miracolo della natura, sono opera dell&#8217;uomo.
Chi di noi si è costruito un presepio, probabilmente si è anche disegnato la sua oasi: una piccola palma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/famcris.jpg"><img border="0" align="left" width="130" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/famcris-thumb.jpg" alt="famcris" height="169" style="margin: 0px 20px 0px 0px; border: 0px" id="id" /></a> Da Famiglia Cristiana</strong><br />
Rivista settimanale italiana<br />
Anche Matera era un&#8217;oasi<br />
18 gennaio 1995 n. 3 (pag. 60-65.)</p>
<p><img align="right" width="194" src="imrsta/famcris.jpg" height="255" style="margin: 0px 0px 0px 20px" /></p>
<p><strong>L&#8217;architetto Pietro Laureano ha fatto una straordinaria scoperta: i &#8220;giardini&#8221; che fioriscono nel deserto non sono un miracolo della natura, sono opera dell&#8217;uomo.</strong></p>
<p>Chi di noi si è costruito un presepio, probabilmente si è anche disegnato la sua oasi: una piccola palma di velluto e sughero, un laghetto per il cammello di plastica e i Rè Magi che passeranno di lì per ristorarsi nel lungo cammino verso Betlemme. Chi l&#8217;ha fatto avrà anche usato l&#8217;immaginazione per raccontare aisuoi bambini di quei giardini profumati che, dono gratuito della natura, fioriscono quasi miracolosamente in tutto l&#8217;Oriente, in Palestina come nel cuore del Sahara. II tutto secondo l&#8217;immagine iconografica più comune.La realtà è invece più com-plicata e infinitamente più affascinante. Lo ha spiegato ai Venerdì letterari torinesi (appuntamenti che si ripetono il sabato a Firenze e poi a Milano, a Roma e a Bari) Pietro Laureano, un giovane architetto di Matera. Partendo dallo studio del fenomeno oasi ha scoperto, molti anni dopo, le stesse strutture che aveva studiato in Africa, proprio nella sua città natale, fra quei sassi per i quali si invoca la protezione dell&#8217;Unesco. Un itinerario affascinante che ha raccontato in un libro dal titolo Giardini di pietra, edito da Bollati Boringhieri. In quel percorso culturale ha compreso che le oasi non sono un dono casuale della natura, ma una fantastica opera di architettura e ingegneria che può risalire addirittura al 6000 avanti Cristo. A rivalutare questi ingegneri del neolitico, dallo Yemen alla Giordania, dall&#8217;Algeria alla Lucania, alla Sardegna, e a riscoprire i segreti tecnologici delle loro straordinarie trovate. Laureano ha dedicato la sua vita e le sue lotte contro le più volgari e sciocche speculazioni edilizie.</p>
<p>L&#8217;occasione gli arriva dopo la laurea conseguita a Firenze, quando il governo algerino invita un gruppo di architetti di quella scuola prestigiosa per redigere il piano urbanistico di Orano.<br />
Il nostro amico afferra al volo puzza di speculazione edilizia, scrive un rapporto contrario e si dimette. &#8220;Ero partito per costruire una città così come l&#8217;abbiamo in mente noi occidentali. Ma,una volta venuto a contatto con la magia del deserto, in me era successo qualcosa e dal deserto avevo iniziato un favoloso itinerario di scoperte che ha cambiato la mia vita&#8221;.</p>
<p><img width="480" src="imrsta/1fc.jpg" height="329" /></p>
<p>In qualche modo il governo algerino gli crede, gli da fiducia e lo richiama immediatamente perché rediga un piano regolatore per la città-oasi di Bechar, che i francesi avevano deturpato con i soliti casermoni di pe-riferia senza preoccuparsi dell&#8217;ovvio problema dell&#8217;ac-qua e delle risorse. &#8220;Era ormai una città mostruosa, tuttavia bastava allontanarsi di poche centinaia di metri dall&#8217;ultimo palazzone per<br />
ritrovare tutto il fascino del deserto&#8221;. Laureano si ribella alla soluzione proposta dalle autorità algerine, le quali hanno in mente la solita diga di cemento armato che canalizzi verso la città l&#8217;acqua delle piene. Dopo due anni di studi sul luogo, ha ormai colto nella sua bellezza i se-<br />
greti con cui il deserto è stato reso vivibile da uomini geniali vissuti migliala d&#8217;anni prima di noi, e quei segreti vuole rivalutarli, riportarli alla luce. Vuole impedire che la popolazione indigena venga chiamata in città per costruire la diga per derubarsi dell&#8217;acqua con le proprie mani e ritrovarsi povera e disoccupata a cantieri chiusi. Decide di aiutarli a riscoprire le tecniche idrauliche ancestrali e spezzare il girone infernale dell&#8217;urbanizzazione selvaggia che sta strozzando il Terzo Mondo. Per riuscirci passa di oasi in oasi, parlando francese e un<br />
po&#8217; di arabo incoraggia questo popolo fiero a ritrovare le proprie ragioni di sopravvivenza.</p>
<p><img width="456" src="imrsta/2fc.jpg" height="316" /></p>
<p>Che stanno in geniali trovate di ingegneria idraulica. Nel Sahara infatti piove e può anche piovere violentemente, ma non vi è alcun assorbimento nel terreno in quanto non vi è humus, ma solo sabbia e roccia. &#8220;Eppure in questo quadro di aridità totale sorgono le oasi che non sono solo le palme della nostra iconografia, ma costruzioni di terra cruda, palazzi, fortilizi, grotte, e soprattutto favolosi sistemi sotterranei di raccolta d&#8217;acque&#8221;. Laureano ormai non<br />
ha più dubbi: l&#8217;oasi non è un<br />
casuale dono della natura,<br />
ma è opera dell&#8217;uomo per<br />
l&#8217;uomo. L&#8217;opera assolutamente geniale dei primi ingegneri idraulici della storia. Riesce a divulgare questa sua ottica tra le popolazioni locali e l&#8217;accoglienza è entusiasta.</p>
<p>Nell&#8217;oasi di Timimoun, con l&#8217;aiuto degli indigeni, egli riesce a riportare alla luce un favoloso sistema di cisterne sotterranee. Convince perfino i francesi, che credono di essere gli unici autorizzati a parlare di Algeria, perfino gli architetti dell&#8217;Unesco, che lo invitano per una relazione sull&#8217;argomento in cui lui espone davanti alla cultura mondiale le sue tesi. &#8220;La risposta del mondo culturale è straordinaria, va<br />
oltre le mie aspettative. Molti archeologi, leggendo del mio lavoro, riescono a interpretare antichi misteri e cioè situazioni archeologiche, generalmente resti del neolitico, che avevano incontrato nei Paesi più disparati, dalla Sardegna alla Gran Bretagna, e che non erano mai riusciti a capire&#8221;. Tutti con incantato stupore devono ammettere che, nelle situazioni più disparate, si ritrova lo stesso progetto geniale. L&#8217;oasi sorge sempre in una depressione dove l&#8217;umidità può condensarsi, pietre collocate ad hoc raccolgono e convogliano le acque verso la depressione, attraverso tunnel dalla pendenza giusta, con buchi di aerazione e sistemi che aiutano la condensazione delle acque, che nel deserto è favorita dalla notevole escursione termica che vi è fra il giorno e la notte. Questi tunnel nel Sahara si chiamano foggarà, non<br />
sono pozzi, non vanno in profondità, non depauperano nulla, raccolgono ciò che andrebbe disperso (si arriva a raccogliere in una notte 5<br />
litri d&#8217;acqua per una superficie di 20 metri quadrati). La foggarà è convogliata sotto le case e le caverne e costituisce anche un sistema di condizionamento delle abitazioni, e va a finire in una sorta di fossa delimitata che, così abilmente alimentata, diventa il giardino in cui cresce la palma, la Phoenix dactylifera, che ha bisogno di pochissima acqua, ma è in grado di instaurare un circuito biologico virtuo so. Crea l&#8217;ombra, l&#8217;humus e una certa umidità in quanto l&#8217;acqua evapora attraverso la palma, la quale attira gli insetti e produce i datteri che rappresentano una fonte di nutrizione essenziale nel deserto. &#8220;Intorno crescono erbe aromatiche, fiori medicinali, frutti, nasce così l&#8217;idea biblica del giardino dell&#8217;Eden&#8221;, afferma il nostro urbanista.</p>
<p><strong>Lo regina lo chiama<br />
in Giordania </strong></p>
<p>Giardino dell&#8217;Eden: un<br />
ecosistema in armonia con l&#8217;ambiente, che utilizza le risorse di questo ambiente in<br />
modo positivo e lo difende,<br />
&#8220;Dal deserto bisogna sem-<br />
pre difendersi, perché il de-serto facilmente si ricrea tutto il bacino del Mediterraneo ha una storia di desertificazione continua. Il vento e il sole, le differenze di temperatura smantellano i suoli, mettono a nudo le rocce, le disgregano. Con l&#8217;oasi si crea il circuito inverso. Tra l&#8217;altro, gli alberi smorzano il vento carico di silicio abrasivo che distrugge la<br />
roccia&#8221;</p>
<p><img width="526" src="imrsta/3fc.jpg" height="356" /></p>
<p>La teoria di Laureano l&#8217;oasi non è un prodotto della natura! - si fa strada e aumentano i riscontri. Il Messico riscopre sistemi simili di difesa dal deserto, che i Gesuiti avevano portato nel Settecento dalla loroAndalusia e vuole ora rivalutarli; il governo dello Yemen del Sud e poi la regina di Giordania, la colta moglie di rè Hussein, chiedono la collaborazione dell&#8217;architetto Laureano il quale, nel frattempo, è stato nominato esperto dell&#8217;Unesco. Nello Yemen si tratta di recuperare l&#8217;oasi di Shibamnella valle dell&#8217;Hadramout.<br />
Siamo sulla via leggendaria dell&#8217;incenso e della mirra (ancora i Rè Magi!). Ci sono tuttora gli alberi dell&#8217;incenso e sono coltivati in fantastici giardini conservati su terrazzamenti fra case e palazzi di terra cruda. Più che palazzi sono torri, castelli, fortezze, architetture favolistiche che il governo, su suggerimento dei francesi, vuole proteggere dalle piene con una diga di cemento armato. E Laureano ancora una volta lotta contro una diga, scopre che quegli arcaici ingegneri avevano costruito a monte un sistema di diversione delle piene ben più saggio. Quando le piene arrivano, trovano tutta una serie di canali che le indirizzano verso crateri, imbuti, tutti scavati intorno a Shibam per assorbire l&#8217;acqua con cui mantenere i giardini. &#8220;La trovata più geniale dell&#8217;oasi di Shibam è il gabinetto, progettato in modo da separare alla fonte il rifiuto organico solido da quello liquido. Un tubo in caduta libera sotto il gabinetto vero e proprio termina con una cesta piena di paglia che viene poi raccolta a intervalli op-portimi per essere trasportata nei giardini a concimare e produrre il cibo necessario alla popolazione. Un ecosistema autosufficiente e perfettamente in armonia con l&#8217;ambiente!&#8221;.</p>
<p>Chiamato a Petra dalla regina, dopo che una piena aveva travolto alcuni turisti, l&#8217;architetto ricomincia da capo con la stessa ottica paziente di riscoprire le strutture del passato. E anche a Petra rifiuta di costruire dighe. Scopre infatti che intorno al leggendario agglomerato avevano cancellato gli uadi. i fiumi del deseno che non si vedono, ma costituiscono un sistema idraulico basato su flussi sotterranei e fenomeni di condensazione in superfìcie. Già Plinio parlava di Petra come di un luogo di fontane. Da dove arrivava l&#8217;acqua? Dai luoghi<br />
alti citati dalla Bibbia. Sulla cima delle montagne le rocce erano state intagliate dall&#8217;uomo per raccogliere l&#8217;acqua, che veniva poi convogliata dalla foggarà. A PetraLaureano riscopre la foggarà sotterranea e rimette in luce tutta la canalizzazione del famoso canyon. &#8220;I grandi monumenti che si vedono a Petra e che sono stati interpretati come tumuli sono spesso monumenti con fontane. Monumenti all&#8217;acqua. Petra era una città di monumenti e di giardini. Ho proposto all&#8217;Unesco che si faccia anche l&#8217;archeologia dei giardini, che venga riportato l&#8217;albero che faceva parte della vita di questa città&#8220;.</p>
<p>Alla fine il suo lungo itinerario che abbraccia il Mediterraneo riporta l&#8217;architetto nella sua città, Matera. &#8220;La città più settentrionale del-<br />
l&#8217;Africa&#8221;, la definisce scherzosamente lui. Non è una definizione banale, tanto meno sminuente. Al contrario è basata su riscontri culturali molto precisi: tumuli dell&#8217;età del bronzo simili agli enigmatici monumenti solari del Sahara, sistemi di raccolta delle acque tipici delle zone aride, affreschi e cripte rupestri, le grotte profondamente scavate nelle pareti del canyon della Gravina, le case di tufo che prolungano all&#8217;estemo gli ambienti sotterranei e si sovrappongono sicché i tetti delle abitazioni sono terrazze e giardini per quella soprastante. Laureano oggi vive a Matera in una casa nei Sassi. Vuole scrutare il rapporto millenario dell&#8217;umanità con questo ambiente: l&#8217;ecosistema Matera.</p>
<p>Architetto, una conclusione? &#8220;I Sassi incominciano a parlare, mi raccontano una storia di giardini, di acque, di sole e di vento che ha<br />
dato origine a un sistema abitativo creato nella materia geologica stessa, nel tufo lungo i pendii di un vallone. Potrebbe essere la città delle<br />
Mille e una notte, oppure potrebbe essere stata scritta da Calvino nelle sue Città invisibili: invece è il frutto di un miscuglio di storia, abilit<br />
artistica, sapienza popolare, fantasia ingegneristica. I più antichi reperti in selce qui risalgono a 400.000 anni. Una storia più vecchia<br />
della storia dell&#8217;uomo&#8221;.</p>
<p>Ida Molinari</p>
<p>Le foto di questo servizio sono<br />
dell&#8217;arch. Pietro Laureano.</p>
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		<title>Newsweek</title>
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		<pubDate>Sat, 03 Nov 2007 16:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[da Newsweek,      Cool, Clear Water pag.49




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<p> <a href="http://www.laureano.it/web/docs/newsweek.pdf" target="_blank"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="484" alt="articolo_pietro_newsweek" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/articolo-pietro-newsweek.jpg" width="359" border="0" /></a></p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/newsweek.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="44" alt="download" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/download.jpg" width="154" border="0" /></a></p>
	<p></p>
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		<title>Da Il Grande Mare di Sabbia - Storie del deserto</title>
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		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=33&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 14 Oct 2007 08:59:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Da Il Grande Mare di Sabbia - Storie del deserto      Stefano Malatesta     Neri Pozza Narrativa     Matera, le oasi, e il bagno nelle foggara (pag.155-169)    (Lingua italiana)
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    Matera, le oasi, e il bagno nelle foggara  [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 20px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="161" alt="copmala" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/copmala2.jpg" width="115" align="left" border="0" /> Da Il Grande Mare di Sabbia - Storie del deserto      <br /></strong>Stefano Malatesta     <br />Neri Pozza Narrativa     <br /><strong>Matera, le oasi, e il bagno nelle foggara</strong> (pag.155-169)    <br />(Lingua italiana)</p>
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<p>   <strong><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 0px 0px 15px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="355" alt="copmala" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/copmala3.jpg" width="240" align="right" border="0" /> Matera, le oasi, e il bagno nelle foggara</strong>     <br />(pag.155- 169)</p>
<p>&quot;Contatti tra le isole egee e navigatori africani sono attestati dai dipinti di Thera, l&#8217;isola di Santorino. Lo splendido affresco chiamato &quot;affresco libico&quot;, mostra un paesaggio montagnoso e arido, popolato da animali come antilopi e leopardi che non esistono nelle isole egee e dalle piante tipiche delle zone desertiche irrigate, come le palme da dattero, i giunchi e le canne. Si riconosce una vera e propria oasi circondata da un corso d&#8217;acqua che scaturisce da una roccia. In una tranquilla atmosfera alcuni dignitari partono su navi ricche e maestose, spinte a remi e i loro abbigliamenti e capigliature hanno le inconfondibili fogge africane. In altre scene si riconoscono guerrieri e pastori libici, mentre le donne egee hanno le guance dipinte di ocra, come consuetudine delle donne tuareg e i seni scoperti come le figure femminili di molte pitture rupestri sahariane&quot;. </p>
<p>Sahara, giardino sconosciuto di Pietro Laureano</p>
<p><b>Matera, le oasi, e il bagno nelle foggara </b></p>
<p>Anni fa sono andato a Matera per parlare con Pietro Laureano, diventato poi un grande esperto di oasi. Era successo un fatto apparentemente curioso. Per decenni quelle grotte scavate nella roccia, abitate dagli umani e chiamate i Sassi, che si trovano nel centro della citt&#xE0;, avevano mosso a indignazione gli onesti progressisti, che ne parlavano come del luogo-simbolo della miserrima vita contadina, non ancora riscattata dalla modernit&#xE0;. Non mi ricordo chi avesse definito i Sassi una vergogna nazionale: Togliatti? De Gasperi? Insomma, un personaggio di quel calibro. Poi, nel giro di pochi anni, i Sassi si erano trasformati nell&#8217;esatto contrario: una testimonianza eccelsa di una cultura, un unicum, un monumento geniale della previdenza e dell&#8217;accortezza contadina, fino ad entrare nell&#8217;ambitissima lista dell&#8217;Unesco dei beni culturali da salvare e da mantenere cos&#xEC; come sono. Laureano aveva fatto molto, piu di chiunque altro, per la promozione delle grotte e volevo capire l&#8217;anima del paradosso, se il paradosso ha un anima.   <br />Mi disse che anche lui, fino a quando era rimasto in Italia, aveva fatto parte del coro, prima fila. Tutti citavano, per i Sassi, un&#8217; brano diventato un po&#8217; logoro dall&#8217;uso eccessivo, estratto da Cristo si &#xE8; fermato a Eboli di Carlo Levi: &quot;Dentro quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili, i cenci stesi. Sul pavimento erano sdraiati i cani, le pecore, le capre, i maiali. Ogni famiglia ha, in genere, una sola di quelle grotte per tutta l&#8217;abitazione e ci dormono tutti insieme, uomini, donne, bambini e bestie &#8230; &quot; La descrizione dello scrittore e medico e pittore torinese riguardava un periodo in cui la degradazione degli ambienti era diventata insopportabile alla vista di chiunque. Ma che la scelta non fosse semplicemente tra vita da trogloditi e democrazia proletaria, qualcuno cominci&#xF2; ad accorgersene quando i &quot;sassaioli&quot; vennero trasferiti negli anni Sessanta in casamenti moderni e d&#8217;estate morivano di caldo. E l&#8217;acqua spesso non arrivava cosi in abbondanza, come arrivava dov&#8217;erano stati prima. Per&#xF2; gli stessi sassaioli, intervistati dalla solerte televisione, alzavano le braccia in segno di giubilo per l&#8217;infuocato tinello con cucinotto, cos&#xEC; come gli africani dicevano di preferire il tetto in lamiera, sotto cui arrostivano, al tetto di paglia. Perch&#xE9;, si pu&#xF2; venire condizionati nello scegliere il moderno luccicante rispetto al vecchio polveroso, in base a ragioni che non c&#8217;entrano con il moderno e con l&#8217;antico.</p>
<p>E&#8217; stato in Africa che Laureano si &#xE8; accorto che la vista acuta di Levi poteva in certi casi diventare opaca. Lo scrittore, animato naturalmente dalle migliori intenzioni, non si sarebbe comportato diversamente da un giovanotto occidentale, carico di indignazione per le miserie del Terzo Mondo, che prende nota dei tafani posati sopra gli occhi dei bambini macilenti, della sporcizia e dell&#8217;oscurit&#xE0; in cui vivono i miserabili abitanti in un paese del Nord Africa, della precariet&#xE0; della loro esistenza. Mentre gli sfugge che le case buie sono funzionali all&#8217;alto grado di irradiazione solare, che le dune intorno sono sistemate a seconda dei venti, che l&#8217;oasi respira non solo per il volere di Allah, ma per un sistema di irrigazione organizzato in modo assai efficiente. E non sa che questi contadini berberi non sono poi cos&#xEC; tanto ignoranti, perch&#xE9; rifiutano le palme clonate imposte dalla Banca Mondiale, consapevoli che se si ammala una, si ammalano tutte. E non si accorge che la vita nel deserto &#8216;&#xE8; impostata su tempi diversi da quelli occidentali, sull&#8217;attesa di una carestia che prima o poi arriver&#xE0; e che i nostri parametri non sono quelli loro.   <br />Non avrei mai pensato di trovare un giorno un collegamento tra il deserto africano e Matera. Ma Laureano, con quel suo eloquio dolce e sorridente, era il tipo del conversatore sorprendente. D&#8217;improvviso, il vagare delle sue teorie, che erano convincenti fino a un certo punto, si arrestava sullo stabile e confortante terreno degli esempi e quella che sembrava un&#8217;ipotesi fantasiosa, trovava conferma in precise notazioni. Mi spieg&#xF2; che la meraviglia delle grotte non stava nel loro infinito numero, ma nella variet&#xE0; delle forme, nell&#8217;intrecciarsi dei passaggi, nella naturalezza e la nobilt&#xE0; dei prolungamenti architettonici, con arcate e timpani. Per molto tempo non ci si era resi conto, ad esempio, che le grotte erano tutte inclinate verso il basso, in modo di lasciare che i raggi del sole andassero a illuminare le pareti pi&#xF9; lontane. I Sassi non costituivano dei poveri rifugi di una civilt&#xE0; contadina che continuava a medievaleggiare anche in tempi moderni. Erano invece una forma insediativa antichissima, straordinariamente funzionale e largamente diffusa nell&#8217;Italia meridionale, in Nord Africa, in Anatolia e nel Medio Oriente e poi evolutasi nell&#8217;abitazione mediterranea a patio centrale: la casa berbera, il peristilio romano, la corte centrale araba. Questi modelli potevano essere rintracciati negli agglomerati neolitici di Beida in Giordania, nella Palestina, in Tunisia con le abitazioni a pozzo centrale di Matmata, nei monoliti dell&#8217;Eritrea, nella citt&#xE0; del sottosuolo in Cappadocia.</p>
<p>lo sarei stato molto pi&#xF9; cauto nel negare la miserabilit&#xE0; reale dei Sassi, anche se qualcuno mi avesse dimostrato che nella preistoria erano state abitate da personaggi regali. All&#8217;inizio della conoscenza con Laureano, quello che mi attraeva era l&#8217;itinerario ideologico di questo ragazzo del Sud italiano, nato a Tricarico, il paese di Rocco Scotellaro, che a Firenze, dove aveva preso una laurea in architettura, si era sentito trattare come un africano in Italia. E invece di rispondere con i luoghi comuni del piagnisteo meridionalista, aveva capovolto quella che poteva apparire una situazione d&#8217;inferiorit&#xE0;, decidendo di andare a lavorare nei paesi del Terzo Mondo, dove aveva la possibilit&#xE0; di essere soggetto e oggetto, studioso in quanto architetto occidentale incaricato di progetti e studiato in quanto meridionale, assimilabile alla popolazione delle nazioni povere. Aveva cominciato in Algeria, a Orario, nel 1978, un magnifico periodo per il paese, perch&#xE9; l&#8217;entusiasmo cresciuto insieme con la guerra d&#8217;indipendenza non era svanito, non si conoscevano i loschi retroscena degli uomini al potere e il fanatismo islamico era ancora tenuto a bada dal laicismo rivoluzionario. Le ragazze giravano con le gonne corte, anche se sposandole ti sposavi tutto il clan e nelle cantine si cantavano nel gergo del porto canzoni audaci, come in tutti i porti. Laureano rimase otto mesi in un&#8217;&#xE9;quipe internazionale come architetto urbanista. Poi scappo in Italia.   <br />Si era scontrato con la prima contraddizione che si portava dietro questo tipo di interventi in Africa. L&#8217;&#xE9;quipe era incaricata di costruire case di tipo occidentale, perch&#xE9; queste, anche se di infimo ordine, erano considerate il segno del progresso. E nessuno faceva caso agli innumerevoli, meravigliosi edifici storici, che cadevano in rovina e ritenuti indegni di essere recuperati dagli eredi della stessa cultura che li aveva prodotti. Ma non era stato un periodo totalmente negativo. Girando per l&#8217;arido interno dell&#8217;Algeria, era arrivato fino a Gharda&#xEF;a, una citt&#xE0; che sembrava uscita da uno di quei meravigliosi racconti del Kordofan raccolti da Frobenius, formatasi originariamente da sette nuclei abitativi, tutti circondati da mura e raccolti sulla cima di sette colline, un numero che addensa su di s&#xE9; un alto potere magico. La moltiplicazione dei nuclei era dovuta all&#8217;esigenza di non ospitare all&#8217;interno delle mura pi&#xF9; persone di quante non ne potesse contenere la piazza davanti alla moschea e alla consapevolezza che una comunit&#xE0; funziona quando tutti si conoscono tra loro. I forestieri erano benvenuti, ma fino a un certo punto, non potevano entrare a loro piacimento nel paese e comunque dovevano essere accompagnati da qualche locale. Anche gli abitanti avevano numerosi obblighi da rispettare, come quello di non fumare dentro la cinta e il loro comportamento era osservato con severit&#xE0; dagli anziani, perch&#xE9;&#8217; nel paese comandava un gruppo religioso berbero molto chiuso. lo avrei trovato soffocante l&#8217;atmosfera di Gharda&#xEF;a, ma a Laureano, dal gentile e severo animo ecologista, la cittadina era piaciuta immensamente. E ne aveva studiato la complessa composizione architettonica, che all&#8217;inizio poteva dare un&#8217;impressione deviante, come un ammasso caotico e non preordinato di edifici, senza un piano e senza uno scopo. Invece si trattava esattamente del contrario.</p>
<p>Tutta la struttura del paese, la forma delle case e il fatto che fossero state costruite una accanto all&#8217;altra, i passaggi sotterranei al posto di quelli visibili, la contiguit&#xE0; delle terrazze e l&#8217;apparente assenza di entrate, rispondeva a delle logiche di sicurezza da una parte e di benessere dall&#8217;altra, in modo da mantenere gli ambienti pi&#xF9; freschi possibili. Qualcuno doveva aver pensato Gharda&#xEF;a come un tutto unico, prendendo a modello esempi urbanistici che nell&#8217;area del Mediterraneo risalivano nella notte dei tempi. Il paese dell&#8217;Algeria infatti rassomigliava a quello che doveva essere stato, settemila anni prima di Cristo, l&#8217;insediamento di &#xC7;atal H&#xF6;y&#xFC;k, in Anatolia, scoperto negli anni Cinquanta da un archeologo inglese, James Mellaart, poi diventato famoso anche per altre storie. Laggi&#xF9;, non erano state trovate strade di nessun genere e Mellaart aveva supposto che gli abitanti, per arrivare alle loro stanze, andassero di terrazza in terrazza, perch&#xE9; anche le piccole entrate esterne si trovavano a una certa altezza da terra, e ci voleva una scala che di notte veniva ritirata dagli occupanti.   <br />Il fatto interessante era che altri antichi paesi algerini ricordavano luoghi mediterranei lontani nello spazio e nel tempo. In particolare per le forme architettoniche, che nei luoghi elevati avevano preso l&#8217;aspetto di costruzioni fortificate, ancora oggi abitate nell&#8217;Atlante e nel Sahara; e per gli impianti idrici, molto diffusi in tutto il Nord Africa. Poteva piovere anche una sola volta ogni cinque anni, ma si era sicuri che l&#8217;acqua, invece di incanalarsi nello uadi asciutto e di perdersi nelle sabbie rombando lungo i costoni di roccia, sarebbe stata catturata con mille artifici per finire in enormi caverne che servivano da deposito.    <br />In Italia Laureano non rimase molto. Venne chiamato, questa volta dall&#8217;amministrazione governativa algerina, a lavorare a un progetto pi&#xF9; consapevole dei precedenti: trasformare B&#xE9;char, una cittadina del deserto, in una grande capitale sahariana. Ma sembrava che il vecchio errore di scambiare la modernit&#xE0; per la soluzione migliore fosse destinato a ripetersi, perch&#xE9; il progetto prevedeva la costruzione di una diga e l&#8217;abbattimento di tutti gli antichi edifici in terra cruda, considerati abitazioni provvisorie e precarie di gruppi nomadi, poi emigrati altrove. Nello stesso tempo infatti cominciava a essere chiaro che le dighe nel Sahara, se avevano risolto il problema immediato di dare da bere al paese vicino, avevano per&#xF2; fatto sparire completamente l&#8217;acqua a lungo termine, per ragioni che ancora non si conoscevano bene. Di colpo, dopo mesi o anni dalla costruzione della diga, le sorgenti di un&#8217;oasi lontana cinquecento chilometri si prosciugavano e nessuno sapeva dire perch&#xE9;. Anche la storia dei nomadi che avevano abbandonato le loro case sembrava un pretesto, il primo venuto in mente a chi si serviva di un&#8217;ignoranza diffusa sulle culture sahariane per speculare sui materiali necessari per le costruzioni nuove. Ma anche Laureano ne sapeva troppo poco per tentare in quel momento di presentare progetti alternativi. L&#8217;unica possibilit&#xE0; di capire come antichi e ingegnosi metodi di costruzione, di irrigazione e di mantenimento delle oasi fossero stati tramandati e come funzionassero era di vivere con gli abitanti stessi delle oasi.</p>
<p>Per sette anni &#xE8; rimasto nel deserto, tra B&#xE9;char e l&#8217;oasi di Timimoun, tra i Tassili e l&#8217;Hoggar, rientrando in Italia solo d&#8217;estate. quando il caldo nel deserto diventava insopportabile. Il risultato di questa magnifica inchiesta sul campo &#xE8; stata riassunta e spiegata in due libri, La piramide rovesciata, e Sabara, giardino sconosciuto, che si sono serviti di un apparato e di una terminologia scientifici. Quelli che seguono sono invece solo una minima parte dei racconti che mi faceva, quando c&#8217;incontravamo, rientrando lui dall&#8217;erg sahariano e ancora un po&#8217; stralunato dalla citt&#xE0; ed io dai miei viaggi. Ho scelto quelli che mi sono piaciuti di pi&#xF9; per il loro carattere spontaneo, non elaborato da testimonianza entusiasta di chi andava scoprendo un nuovo mondo.   <br />&quot;B&#xE9;char, il suo nome completo era Colomb B&#xE9;char, si trova all&#8217;interno dell&#8217;Algeria, non lontano da quei paesi visitati da una donna travestita da uomo: Isabella Ebehrardt. Voleva visitare i ksur, gestiti da una comunit&#xE0; molto chiusa, molto rigida e solo gli uomini musulmani potevano entrare nella fortezza. Se fosse stata scoperta, l&#8217;avrebbero sgozzata subito come un capretto. Lei riusc&#xEC; nell&#8217;impresa, ma mor&#xEC; ancora molto giovane, travolta da una piena mentre attraversava uno uadi. Nessun occidentale arrivato per la prima volta in Nord Africa ha mai creduto che con un improvvisa pioggia torrenziale questi uadi cos&#xEC; aridi possano trasformarsi in pochi attimi in tumultuosi torrenti dove uno annega. Bisogna aver visto montare l&#8217;onda di piena per capirne la pericolosit&#xE0;. L&#8217;esercito francese aveva il divieto in Africa di piazzare le tende nel letto fossile di un fiume. Colomb B&#xE9;char era il punto di partenza di una delle idee pi&#xF9; folli del colonialismo francese: la ferrovia transahariana che doveva arrivare fino al Niger. Di questa mitica opera, che non venne mai costruita, i francesi fecero una sola stazione in mezzo al deserto non collegata a nulla, a mille chilometri di distanza da B&#xE9;char. Perch&#xE9; funzionasse, mancavano solo mille chilometri di strada ferrata. Ci lavor&#xF2; una comunit&#xE0; di carcerati, su un progetto dell&#8217;amministrazione, innervosita a vedere tanti giovani robusti starsene senza fare nulla. Perfetta in tutti i particolari, la tettoia, le tabelle, le pensiline, &#8216;&#xE8; l&#8217;opera pi&#xF9; surreale che sia stata concepita, con molti anni di anticipo rispetto alla nascita del surrealismo&quot;.</p>
<p>&quot;Sapremmo molto poco delle grandi vie sahariane prima dell&#8217;arrivo degli esploratori occidentali, senza i resoconti dei viaggiatori arabi, arabo-africani e ispano-moreschi. Uno tra i pi&#xF9; noti si chiamava el-Hasan ibn Muhammad el Wazzan, veniva dall&#8217;Andalusia musulmana e in Italia lo conoscevano sotto il nome di Leone l&#8217;Africano. Dal 1507 al 1518 fece quattro viaggi in Africa, attraversando il Sahara e passando dall&#8217;attuale Mali fino alla Nubia. A volte inventava, come hanno sempre fatto i viaggiatori. E se per tre secoli in Europa si e avuta di Timbuct&#xF9; un&#8217;immagine simile a quella dell&#8217;Eldorado, con l&#8217;oro che sembrava lastricare la citt&#xE0;, la colpa &#xE8; delle sue stupefacenti e probabilmente esagerate descrizioni. Ma in generale Leone era abbastanza attendibile e dai suoi racconti sappiamo che tra il Marocco e il Sudan esistevano due itinerari principali, la via del sale e la via del Tafilalet. La via del sale era percorsa ogni due o tre anni dalla pi&#xF9; grande carovana dell&#8217;epoca e arrivava fino a Timbuct&#xF9; seguendo diagonalmente un grande uadi, Seguite-el Hamra, e passando per Tissit e per Arauan, mentre la via del Tafilalet tagliava per Sigilmassa e per Arauan. Ci volevano mediamente cinquanta giorni per percorrere l&#8217;una e l&#8217;altra, e se i tempi possono sembrare lunghi, durante epoche anteriori le carovane andavano ancora pi&#xF9; lentamente seguendo piste in altura, perch&#xE9; il deserto di sabbia era intransitabile per gli asini e per mezzi di trasporto come i carri tirati da buoi o da cavalli. L&#8217;introduzione verso la fine del primo millennio a.C. del cammello, capace di trasportare il doppio del carico di un bue a una velocit&#xE0; molto superiore e di attraversare terreni prima proibiti a qualsiasi altro animale da trasporto o veicolo, ha rivoluzionato i viaggi di lunga distanza. Si organizzavano carovane talmente grandi che per avere un&#8217;idea della loro vastit&#xE0; bisogna fare uno sforzo d&#8217;immaginazione. Quelle che trasportavano sale arrivavano a contare diecimila cammelli e l&#8217;invasione del Songhay da parte dei cavalieri marocchini, alla fine del Cinquecento, venne accompagnata da un&#8217;intendenza di ottomila cammelli. Da nord spedivano merci come appunto sale, utensili e manufatti dell&#8217;Egitto e del Marocco e da sud grano del Borno, stoffe hausa e pi&#xF9; in generale avorio, oro e schiavi. Sugli schiavi ci sono pareri discordi e qualche studioso ha parlato di un&#8217;immensa tratta, che avrebbe avuto proporzioni vastissime, composta in maggioranza da donne e bambini, ma anche da giovani maschi che venivano arruolati negli eserciti dei sultanati locali, dal Marocco all&#8217;Egitto. Credo comunque che il commercio degli schiavi attraverso il Sahara e diretto in Europa sia stato limitato, e i neri che arrivavano nelle nostre capitali erano cosi pochi da costituire delle curiosit&#xE0;. come le giraffe, e non avevano nessuna funzione sociale. A proposito del grande schiavismo, quello organizzato prima dai portoghesi e poi dagli olandesi e dagli inglesi, quand&#8217;ero ragazzo avevo letto nella Storia economica di Cambridge che gli indios del Caribe morivano nelle encomiendas spagnole perch&#xE9; non reggevano al lavoro pesante. L:autore di questa voce della Storia non parlava di sfaticati, ma lo lasciava intendere ed era per questa ragione che i proprietari terrieri schiavisti li avevano sostituiti con gli africani, pi&#xF9; resistenti. Adesso si e scoperto che gli indios non avevano gli anticorpi per difendersi dalle malattie portate in America dagli europei. Mentre gli africani ce li avevano&quot;.</p>
<p>&quot;Quando ti svegli nel deserto, al mattino, fa ancora freddo e dopo il caff&#xE8; si ha voglia di sciogliere le gambe e di camminare e sotto i tuoi piedi la sabbia scricchiola, perch&#xE9; la poca umidit&#xE0; dell&#8217;aria si e condensata in basso e ha formato una crosta. Ma tu non ci fai nemmeno caso, sei abituato a sentire la sabbia crepitare di mattina e non ti rendi conto che la vita delle oasi dove non ci sono sorgenti dipende da questa umidit&#xE0; condensata e sottratta all&#8217;evaporazione dalla straordinaria capacit&#xE0; delle sabbie di assorbirla, di ripararla dal calore e di conservarla. Questo &#xE8; gia un miracolo, il miracolo del deserto. Chi arriva per la prima volta in un&#8217;oasi verdeggiante, dove gli uomini vivono in casbe fortificate, pensa che da qualche parte ci debba essere una sorgente che d&#xE0; vita a tutte le palme, ai fichi, ai melograni, al pistacchi, agli orti e non potrebbe mai immaginare che l&#8217;acqua che vede scorrere nei canali a cielo aperto &#xE8; un&#8217;acqua inventata. In molte oasi sahariane non ci sono sorgenti, ma gallerie drenanti, chiamate foggara, che raccolgono l&#8217;acqua conservata dalla sabbia o nelle cavit&#xE0; rocciose del sottosuolo attraverso un&#8217;immensa e capillare rete, funzionando da condensatori. Sono migliaia e migliaia di chilometri di gallerie che si trovano sotto tutti i deserti dell&#8217;Africa settentrionale e che comunicano tra loro, portando finalmente in superficie un&#8217;acqua che si &#xE8; condensata magari in un luogo lontanissimo. Questo antichissimo sistema sotterraneo trova come una corrispondenza nel sistema in superficie delle piante, le palme ad esempio, che sistemate le une accanto alle altre, funzionano da ombrello, producendo l&#8217;effetto serra e mantenendo cos&#xEC; l&#8217;umidit&#xE0;. Chiunque capirebbe che intervenire con metodi profondamente diversi, anche se modernissimi e efficientissimi nel loro ambito, in una struttura simile, che ha implicazioni sociali e non solo tecniche, &#xE8; molto difficile. Durante il periodo in cui lavoravo con gli europei e non avevo ancora chiaro come funzionasse il circuito delle foggara ero d&#8217;accordo con gli abitanti delle oasi che non volevano incanalare l&#8217;acqua in tubi di plastica, ma per   <br />ragioni estetiche. Solo dopo mi sono reso conto che l&#8217;acqua aveva un&#8217;importanza sociale, perch&#xE9; come qualsiasi altro bene poteva essere venduta, ripartita, prestata, mutata di percorso, distribuita tra i numerosi figli o lasciata in eredit&#xE0;. E questo si poteva fare solo con canali a cielo aperto, e non con i tubi seppelliti nel fango&quot;.</p>
<p>&quot;Tutti quelli che mettono piede per la prima volta nel Sahara o in un qualsiasi altro luogo desertico hanno l&#8217;impressione di un vuoto, dove non succede nulla. Mentre &#xE8; un pieno dove succede tutto, ma noi non ce ne rendiamo conto perch&#xE9; rispetto ai nomadi siamo quasi ciechi. La differenza sta nell&#8217;intensit&#xE0;, ma sopratutto nella durata dello sguardo. Noi guardiamo un paesaggio consecutiva-   <br />mente per cinque minuti al massimo, che &#xE8; gi&#xE0; un tempo enorme. Loro lo guardano per ore e uno si domanda cosa renda cos&#8217;&#xEC; interessante il deserto che a noi sembra un luogo assolutamente immoto. Mentre in un paesaggio europeo le variazioni possono essere innumerevoli, il ramo dell&#8217;albero che si piega, l&#8217;uccello che passa, il viandante che entra nel raggio visivo. Solo molto pi&#xF9; tardi ho capito che si tratta di un&#8217;esperienza simile alla ripetizione all&#8217;infinito di una parola o di un segno, in modo da indurre una ipnosi. L&#8217;effetto &#xE8; sempre lo stesso: la perdita del significato acquisito e la nascita di uno nuovo&quot;.</p>
<p>&quot;Una volta i tuareg mi hanno portato in gita con loro, se gita &#xE8; il termine adatto a definire un faticosissimo giorno intero di cammino per andare a vedere un classico monumento sahariano fotografato in molti libri, un monumento molto semplice, costituito da un doppio giro di pietre e basta. E quando siamo arrivati sul posto, davanti al doppio cerchio, io ho fatto una domanda stupida, ma che andava fatta: &quot;Perch&#xE9; siamo venuti fino qui?&quot; E uno dei tuareg tranquillamente ha risposto: &quot;Per chiacchierare e guardare&quot;. Non c&#8217;era da fare altro ed era moltissimo, perch&#xE9; quel momento era stato preparato da tutta una giornata di cammino e aveva acquisito un significato speciale. Guardare e parlare e non preoccuparsi del tempo che scorreva. Ma per noi non scorreva, era fermo&quot;.</p>
<p>&quot;Cos&#xEC; ho imparato a vedere, senza pensare al tempo. Cominciai a rendermi conto di segni che prima non notavo e a chiedermi: come mai ci sono, quale &#xE8; la causa che li ha prodotti, sono vecchi o sono nuovi e cos&#xEC; via. E quella piccola ascia che affiora dai detriti alluvionali - il Sahara &#xE8; un enorme deposito di manufatti umani, punte di frecce, asce, sassi fratturati - chi l&#8217;ha levigata in quella maniera?   <br />E quel ciuffo di capelli lasciato nell&#8217;anfratto? Guardare significa anche dare una spiegazione a tutto ci&#xF2; che vedi e capire che cosa significa. Un pomeriggio stavo seduto su una duna e a fianco a me ho visto uno scarabeo, assolutamente immobile e ricordo che ho pensato: guarda questo scarabeo, sta facendo la stessa cosa che faccio io, e in contemplazione. Poi e arrivata la sera, la temperatura &#xE8; scesa con rapidit&#xE0; e mi sono accorto che il freddo condensava d&#8217;umidit&#xE0; formando gocce di brina sul dorso dello scarabeo. E lo scarabeo le succhiava per berle, era quello che stava aspettando&quot;.</p>
<p>&quot;La visione degli uomini del deserto &#xE8; una visione utilitaristica e nello stesso tempo mitica e le due posizioni che sembrano essere in opposizione, in realt&#xE0; sono complementari. Perch&#xE9; chi si confronta con un&#8217;esistenza difficile, e quella del deserto &#xE8; pi&#xF9; difficile di qualsiasi altra parte del mondo con esclusione dei poli, se vuole sopravvivere deve sfruttare qualsiasi cosa lo metta in condizione di andare avanti. Ma lo sforzo &#xE8; stato tale che anche modesti utensili, che sono serviti nell&#8217;impresa, assumono le dimensioni del mito, come il canestro diventato simbolo dell&#8217;universo, con la parte del contenitore che rappresenta la terra e la parte del manico, arcuata, che rappresenta il cielo. E l&#8217;oasi, il cui mantenimento ha richiesto tante energie, &#xE8; anche creazione miracolosa, non solo orto e giardino che danno frutti e che sfamano, ma anche luogo paradisiaco e magico dove avvengono miracoli come la nascita dell&#8217;acqua&quot;.</p>
<p>&quot;Un giorno particolarmente caldo io e un mio amico ci siamo calati dentro uno dei pozzi che mettono le foggara in comunicazione con l&#8217;esterno. Volevamo rinfrescarci in una di quelle caverne semibuie, dove se ti fermi nel silenzio, senti il ticchettio delle gocce che si sono condensate e che precipitano dall&#8217;alto sulla roccia. Sembra che anche nei deserti pi&#xF9; aridi si possa raccogliere una quantit&#xE0; non indifferente di acqua, qualcosa come quattrocento centimetri cubici di rugiada per metro quadro a notte, &#xE8; solo un problema di attrezzature adatte. E mentre scendevamo nei cunicoli, abbiamo subito sentito come un tramestio, seguito da urla soffocate, da richiami e da altri curiosi rumori. Ma non ci siamo resi conto di quello che stava succedendo fino a quando non siamo arrivati alla pozza che stava in fondo. Il sole in quel momento era a picco, i raggi entravano perpendicolarmente e per un attimo illuminarono due ragazze tuareg, completamente nude, che a poca distanza da noi tentavano di riprendersi i loro stracci bagnati e di coprirsi. Erano venute anche loro a fare un bagno, ma erano talmente spaventate che scivolarono nell&#8217;acqua, soccorse da altre ragazze che non potevano avere pi&#xF9; di quindici, sedici anni, anche loro nude, e prima del nostro arrivo dovevano essere rimaste a lungo a sguazzare, felici. Si muovevano a scatti e avevano dei corpi snelli e chiari di pelle, con le gambe magre e slanciate e il mio amico algerino che mi accompagnava e che era diventato molto pallido, disse con voce strozzata: &quot;E&#8217; come essere entrati in un harem&quot;. Le ragazze si ripresero subito - erano tuareg e avevano coraggio - mettendosi in fila una accanto all&#8217;altra, con le schiene appoggiate contro il muro. E tutte insieme cominciarono a fischiare: quel sibilo penetrante e lacerante, come uno yuuu prolungato, che pu&#xF2; essere modulato come canto d&#8217;amore o di battaglia, ma che per noi ha un suono minaccioso, acuto e aggressivo. Sempre pi&#xF9; pallido, il mio amico riusc&#xEC; solo a dire: &quot;Scappiamo&quot;e comincio a risalire con l&#8217;affanno di chi si sente inseguito, mentre io arrancavo dietro. Arrivati in superficie, ad aspettarci c&#8217;era l&#8217;intero villaggio e il nostro tentativo di fuga, immediato come un riflesso condizionato, fin&#xEC; in pochi secondi nel ridicolo. Legati con delle corde, venimmo portati davanti ai maggiorenti. i quali mostravano di essere indignati, ma anche preoccupati: infatti, come pi&#xF9; tardi mi spieg&#xF2; uno di loro, un caso simile non si era mai presentato e non sapevano come affrontarlo. Era colpa o dolo? E se fosse stato provato il dolo, cio&#xE8; la malizia, quale pena applicare a tipi ingombranti come noi, sicuramente amici di qualcuno d&#8217;importante ad Algeri? Alla fine il mio amico algerino, che sapeva come parlare con i tuareg, riusc&#xEC; a trovare le espressioni adatte per convincerli della nostra buona fede, i legacci vennero sciolti e si cominci&#xF2; a scommettere su chi di noi due avrebbe preso moglie tra i tuareg. Erano diventati tutti gentili e ci offersero del te, che il mio amico sentendosi oramai in salvo, arriv&#xF2; a rifiutare, dicendo che ci avevano trattati male&quot;.</p>
<p>&quot;Nel deserto succedono strane cose. Lo sapevi che il fenomeno dei miraggi si ripete molto spesso negli stessi luoghi, con qualsiasi tempo e con qualsiasi temperatura, come se fosse qualcosa di concreto e di reale? E che il deserto pu&#xF2; prendersi gioco di te? Emette come una risatella stridula e i tuareg dicono che sono un certo tipo di canne secche che strofinandosi tra loro producono un suono assolutamente identico a una risata&quot;.</p>
<p>&quot;I tuareg hanno saputo cavarsela con la modernit&#xE0;. Non la combattono, ma se ne servono e questa attitudine utilitaristica &#xE8; parte integrante del loro carattere. La distribuzione del lavoro viene effettuata in questo modo: la maggioranza della famiglia continua con il suo modo tradizionale di vita, mentre due o tre componenti, il figlio pi&#xF9; giovane o anche il padre sull&#8217;orlo dell&#8217;anzianit&#xE0; fanno le guide per i turisti e gli autisti delle Toyota. Ma guida o autista, il tuareg mantiene sempre il suo codice di dignit&#xE0;, non ne troverai mai uno diventato improvvisamente servile o troppo accomodante con i turisti o che ti chiede la mancia. Piuttosto ti frega vendendoti i soliti souvenir, collanine, amuleti e il resto a un prezzo doppio di quello praticato nei mercati artigianali che incontri nei paesi. I suoi antenati, parlo dei bisnonni, non di persone vissute secoli fa, erano predoni di mestiere e vivevano di scorrerie e se il loro nipote vede oggi una preda, non se la lascia sfuggire. Ma sempre con comportamenti da gran signori, anche altezzosi e molto attenti all&#8217;etichetta. Una volta mi trovavo con un gruppo di amici e questi avevano girato molto nel deserto ed erano stanchi e affamati. I fuoristrada si fermano dietro una roccia, l&#8217;autista cuoco arriva con il piattone di stagno carico di pietanze, che cala sopra una stuoia in plastica e noi ci buttiamo tutti sul piattone sollevando la sabbia tutt&#8217;intorno e sporcando un po&#8217; la stuoia. I tuareg ci guardano con aria sdegnata, si alzano da terra tutti insieme e vanno a mangiare da un&#8217;altra parte, portandosi dietro i piatti anch&#8217;essi di stagno. Allora uno della comitiva si alza anche lui e va verso i tuareg a chiedere cosa sia successo, mentre cerco di trattenerlo dicendogli: &quot;Non domandare, non domandare&quot;. Ma quello &#xE8; testardo e insiste a chiedere e un tuareg, in perfetto francese e senza nemmeno alzare gli occhi dal piatto, spiega con voce calma che siamo tutti dei grandi maleducati, che a tavola non si sta in questo modo, anche nel deserto, e che c&#8217;&#xE8; un modo solo per comportarsi, nel mangiare come in tutte le manifestazioni della vita. Insomma, ci davano in continuazione lezioni di etichetta&quot;.</p>
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		<title>A Firenze il centro Onu sulla raccolta dati climatici.</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jun 2007 17:44:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[Selezioni di articoli da
L&#8217;Unit&#xE0;&#xA0; - Firenze
La Repubblica - Firenze
Il Giornale della Toscana
Corriere di Arezzo

L&#8217;Unit&#xE0; Firenze
A Firenze il centro Onu sulla raccolta dati climatici.
 


    
La Repubblica Firenze
Conoscenze tradizionali arriva il centro Onu.

    
Il Giornale della Toscana
A Firenze , il centro Onu su clima e territorio.

    
Corriere [...]]]></description>
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<p><strong>L&#8217;Unit&#xE0;&#xA0; - Firenze</strong></p>
<p><strong>La Repubblica - Firenze</strong></p>
<p><strong>Il Giornale della Toscana</strong></p>
<p><strong>Corriere di Arezzo</strong></p>
<p><strong><br />
<h3>L&#8217;Unit&#xE0; Firenze</h3>
<h3>A Firenze il centro Onu sulla raccolta dati climatici.</h3>
<p> </strong>
</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/rs_itknet-fi_01.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="317" alt="rassegna_stampa_itknet_Page_2" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/rassegna-stampa-itknet-page-21.jpg" width="226" border="0" /></a></p>
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<h3>La Repubblica Firenze</h3>
<h3>Conoscenze tradizionali arriva il centro Onu.</h3>
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<h3>Il Giornale della Toscana</h3>
<h3>A Firenze , il centro Onu su clima e territorio.</h3>
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<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/rs_itknet-fi_03.pdf" target="_blank"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="44" alt="download" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/download4.jpg" width="154" border="0" /></a>    </p>
<h3>Corriere di Arezzo</h3>
<p><strong>     <br /></strong></p>
<p>Al via centro Onu per un &quot;archivio&quot; sulle antiche tradizioni nei 4   <br />paesi del pianeta.</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/rs_itknet-fi_04.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="317" alt="rassegna_stampa_itknet_Page_5" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/rassegna-stampa-itknet-page-53.jpg" width="226" border="0" /></a></p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/rs_itknet-fi_04.pdf" target="_blank"><img style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="44" alt="download" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/download4.jpg" width="154" border="0" /></a></p>
	<p></p>
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		<title>Recupero Fontana Cilivestri</title>
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		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=195&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 09 Jun 2007 18:34:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.laureano.it/web/?p=195</guid>
		<description><![CDATA[
articoli tratti da
Il Quotidiano della Basilicata 
La nuova

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Il Quotidiano della Basilicata


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La Nuova

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<p>articoli tratti da</p>
<p><strong>Il Quotidiano della Basilicata </strong></p>
<p><strong>La nuova</strong>
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<h3>Il Quotidiano della Basilicata</h3>
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<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/art_fontana_cilivestri.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="197" alt="Il_Quotidiano_della_Basilicata_9_giugno_2007" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/il-quotidiano-della-basilicata-9-giugno-2007.jpg" width="257" align="left" border="0" /></a></p>
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<h3>La Nuova</h3>
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<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/art_fontana_cilivestri.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="44" alt="download" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/download7.jpg" width="154" border="0" /></a></p>
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		<title>Valle di Susa Grande partecipazione al Grande Cortile 2</title>
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		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=172&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 02 Mar 2007 17:50:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Si è concluso sabato 2 marzo con pieno successo il &#8220;Grande Cortile 2&#8243; organizzato dal movimento NO TAV,
la Comunità Montana Bassa Valle di Susa e Val Cenischia e la Redazione di Sarà Düra.
Il tema dell&#8217;acqua, sviluppato nella serata di giovedì 1° marzo, ha visto la grande palestra di Giaglione, interamente occupata da cittadini attenti [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/410433684-a4d6c4d3fe.jpg"><img border="0" align="left" width="146" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/410433684-a4d6c4d3fe-thumb.jpg" alt="410433684_a4d6c4d3fe" height="114" style="margin: 0px 25px 0px 0px; border: 0px" id="id" /></a> Si è concluso sabato 2 marzo con pieno successo il &#8220;Grande Cortile 2&#8243; organizzato dal movimento NO TAV,<br />
la Comunità Montana Bassa Valle di Susa e Val Cenischia e la Redazione di Sarà Düra.</p>
<p>Il tema dell&#8217;acqua, sviluppato nella serata di giovedì 1° marzo, ha visto la grande palestra di Giaglione, interamente occupata da cittadini attenti e interessati; un buon segna per l&#8217;Alta Valle!</p>
<p>Straordinario per chiarezza e approfondimento il contributo di Pietro Laureano, consulente UNESCO esperto delle zone aride. Puntuali e documentati gli interventi di Mario Cavargna e Beppe Ferrero sul quadro storico e attuale dei rischi e delle perdite delle sorgenti. Abbà e Sigot hanno poi portato una testimonianza drammatica sulle perdite già avvenute in Alta Valle delle sorgenti.</p>
<p>I sindaci di Bruzolo Richiero e Barbon hanno informato sulla vittoriosa e tenace resistenza delle loro comunità per la gestione pubblica dell&#8217;acquedotto. Ha completato il quadro della situazione ambientale Silvio Durante di Montagna Nostra.</p>
<p><img align="left" width="276" src="http://farm1.static.flickr.com/158/410433684_a4d6c4d3fe.jpg" alt="Grande Cortile 2 - Villardora" height="211" style="margin: 0px 25px 25px 0px; width: 276px; height: 211px" title="Grande Cortile 2 - Villardora" /></p>
<p>A Vaie venerdì il sindaco Gioberto ha sviluppato la salvaguardia della preziosa sorgente di Vaie e l&#8217;agronomo Marcello Striano, in un graffiante e propositivo intervento, ha delineato un quadro possibile di sviluppo sostenibile per i prodotti locali. Tra questi naturalmente il marrone, trattato con competenza da Roberto Plano della Cooperativa &#8220;La Maruna&#8221;. Alberto Dotta, direttore del Consorzio Forestale Alta Valle di Susa, ha insistito sul nucleo delle risorse boscose anche per le generazioni future. Con un taglio di tutela e valorizzazione culturale del territorio hanno trattato lo storico Andrea Zomato del Museo Diocesano e Giuseppina Canuto, vicepresidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa e Val Cenischia. Piero del Vecchio ed Elisabetta Serra hanno approfondito invece la pratica concreta della filiera corta applicata alla ristorazione scolastica con prodotti locali.</p>
<p>A Villardora nel centro sociale gremito il &#8220;Grande Cortile 2&#8243; ha affrontato i nodi oggi all&#8217;ordine del giorno sulla pratica della democrazia. Formidabile la relazione dell&#8217;economista Oscar Marchisio che ha saputo collegare efficacemente il modello di sviluppo suicida passato sulla coppia auto/petrolio a partire dalla sua frequentazione con la Cina (era in partenza per Pechino dove porterà una bandiera NO TAV). Ha sostenuto che la Valle di Susa può diventare modello per uno sviluppo diverso (energia alternativa, bioagricoltura e autonomia gestionale amministrativa).</p>
<p>Il direttore di Sarà Düra Claudio Jampaglia si è ritrovato dopo un anno con i valsusini che aveva conosciuto nei giorni caldi di Venaus e ha riconfermato la sua attenzione e sostegno al movimento NO TAV. Antonio Fermentino, presidente della Comunità Montana Bassa Valle di Susa e Val Cenischia, ha illustrato le ultime vicende dell&#8217;Ossevatorio e ha confermato con il movimento tutto l&#8217;impegno pieno e sincero di lotta. Nel corso delle tre giornate sono state raccolte le firme per la legge di iniziativa popolare per la difesa dell&#8217;acqua come bene pubblico. L&#8217;assemblea di Villardora si è conclusa con l&#8217;acclamazione di un documento di solidarietà nei confronti dei lavoratori della Gestind di Bruzolo impegnati nella difesa del posto di lavoro. Sono intervenuti nel dibattito Goitre Mariano per proporre una bandiera di tutti i movimenti, Alberto Perino per richiedere l&#8217;organizzazione della gita &#8220;fuori porta&#8221; a Bolzano, 10 marzo, Noto (splendida città siciliana barocca ) 17 marzo e 24 marzo a San Pietro di Rorà. A conclusione del mese l&#8217;appuntamento per tutti a Trana per la marcia Trana-Avigliana.</p>
	<p></p>
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		<title>World: Experts Fight To Save Ancient Agricultural Systems</title>
		<link>http://www.laureano.it/web/?p=143&amp;language=it</link>
		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=143&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 25 Oct 2006 16:52:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[

A qanat on the grounds of the Iranian National Library in Tehran
PRAGUE, October 25, 2006 (RFE/RL) &#8212; Date farms in Sahara Desert oases. Terraced lemon orchards in coastal Italy. Indigenous forest management in Russia&#x2019;s Far East. Ancient underground irrigation in Iran.

These are just a few examples of what the UN Food and Agriculture Organization (FAO) [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a title="see the article in the original web site" href="http://www.rferl.org/features/features_Article.aspx?m=10&amp;y=2006&amp;id=41518D64-0D39-4CE1-BB9E-1C2CFD5A1376" target="_blank"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="75" alt="0" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/0.jpg" width="358" border="0" /></a></p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/?p=143&amp;language=it#more-143"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 25px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="145" alt="A qanat on the grounds of the Iranian National Library in Tehran &#xD;&#xA;(courtesy photo)" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/12.jpg" width="212" align="left" border="0" /></a></p>
<p>A qanat on the grounds of the Iranian National Library in Tehran</p>
<p>PRAGUE, October 25, 2006 (RFE/RL) &#8212; Date farms in Sahara Desert oases. Terraced lemon orchards in coastal Italy. Indigenous forest management in Russia&#x2019;s Far East. Ancient underground irrigation in Iran.</p>
</p>
<p>These are just a few examples of what the UN Food and Agriculture Organization (FAO) calls &#x201C;Globally Important Agriculture Heritage Systems.&#x201D; Experts from around the world are meeting in Rome this week to discuss ways to safeguard these endangered systems, which besides feeding people for centuries, have also created beautiful landscapes that prevent environmental degradation.<strong></strong></p>
<blockquote><p><strong></strong></p>
</blockquote>
<p><strong>&#8216;Real Value For Humanity&#8217;</strong></p>
</p>
<p>When the UN food agency came up with the program in 2002, the goal was to establish a framework for identifying and preserving the world&#x2019;s most important agricultural heritage systems.</p>
<p>&#x201C;Many of these local people have lost, in a way, the hope for really surviving the way they want. They&#x2019;ve often lost their values &#8212; the young people go to school and they do not return necessarily to the farm.&quot;</p>
<p>And a key part of that process will be the eventual creation of a World Agricultural Heritage designation &#8212; similar to the one UNESCO awards to important historical and cultural sites.</p>
<p>&#x201C;So far, we don&#x2019;t have an agricultural heritage [designation],&quot; says Parviz Koohafkan, director for rural development at the Rome-based FAO. &quot;So the idea is, among all these traditional systems, there are many of them &#8212; we have already identified some 200 &#8212; many of them have real value for humanity.&#x201D;</p>
<p>In a world powered by the jet engine, the Internet, and constantly evolving technologies, what&#x2019;s so important about ancient rice-fish farms in China, Andean potato cultivation or nomadic herding in Iran?</p>
<p>Quite a lot, if you ask Pietro Laureano, an Italian expert on traditional agricultural techniques and environmental protection.</p>
<p><strong>Still Sustaining The World</strong></p>
<p>&#x201C;The livelihood of two-thirds of humanity still resides in these techniques,&quot; Laureano says. &quot;In reality, methods that are considered ancient, of the past, actually sustain much of the world&#x2019;s population. Entire countries make their living from these methods.&#x201D;</p>
<p>As Laureano recalls, much like UNESCO culture sites, many of these age-old agricultural systems are among the world&#x2019;s most beautiful landscapes.</p>
<p>For example, among the FAO sites, there are the picturesque terraced lemon orchards on southern Italy&#x2019;s Amalfi coast, where ancient techniques to preserve water and provide shade have helped produce a unique fruit.</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/2.jpg"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 25px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="125" alt="2" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/2-thumb.jpg" width="240" align="left" border="0" /></a> The plan of a typical qanat (courtesy)There are many other picturesque sites, including Saharan oases and the arid plains of Afghanistan and Iran, where an ancient water-distribution system, qanat, has allowed locals to develop specialized and diverse cropping systems.</p>
<p>Relying on gravity alone, qanats use tunnels that follow an aquifer to collect water from different layers of earth. They minimize loss of water through evaporation and ensure an efficient use of the resources.</p>
<p><strong>Heritage Under Threat</strong></p>
<p>Yet many of these ancient culture and their techniques are under dire threat.</p>
<p>Industrial development and pollution, climate change, and the exodus toward urban areas are just some of the challenges they face, Koohafkan says.</p>
<p>&#x201C;Many of these local people have lost, in a way, the hope for really surviving the way they want,&quot; he adds. &quot;They&#x2019;ve often lost their values &#8212; the young people go to school and they do not return necessarily to the farm. So we need to empower [them], and especially empower their local governance and social system, in order to actually maintain these systems.&#x201D;</p>
<p>Increasingly, however, many of these ancient agricultural systems are being identified as bulwarks against environmental destruction.</p>
<p>Take the use of water in a Saharan oasis.</p>
<p>&#x201C;The water is brought from hundreds of kilometers &#8212; far, from the mountain areas, to the desert area &#8212; to create the oasis, the gardens, which are very, very in biological diversity,&quot; Koohafkan says. &quot;They are very, very important from a food and nutritional point of view. They are absolutely outstanding [in terms of] landscape diversity and beauty in the desert. But also they have strong cultural practices associated with all of that.&#x201D;</p>
<p>But as Laureano recalls, many Saharan oases are disappearing because people have abandoned ancient water collection methods and instead used modern equipment to drill deep wells to gather water for large farming projects. But the wells eventually dry up, in the process destroying the oasis.</p>
<p><strong>The Rise Of Industrial Farming</strong></p>
<p>Water management is also at the heart of traditional terrace farming, from China to the Mediterranean. Ancient stonewalls and rivulets were built to capture water and regulate its use. But industrial farming has changed all that.</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/3.jpg"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 0px 0px 25px; border-right-width: 0px" height="175" alt="AFGHANISTAN AGRICULTURE" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/3-thumb.jpg" width="238" align="right" border="0" /></a> A farmer near Jalalabad, Afghanistan (epa file photo)It requires massive amounts of water. That depletes underground aquifers, which are often then filled by seawater. That salinized soil then requires chemical fertilizers to hold onto water. Those chemicals do their own damage to the land, further stripping its ability to absorb rainfall.</p>
<p>This process, which can happen rapidly, is called &#x201C;desertification,&#x201D; and the result the transformation of once rich land into desert. And it&#x2019;s happening around the world, from the Aral Sea in Central Asia to North America.</p>
<p>As one of the world&#x2019;s leading expert on desertification, Laureano has long advocated for the protection of traditional agricultural methods as a first defense against environmental degradation and destruction.</p>
<p><strong>A Contest For Preservation</strong></p>
<p>For him, creating a new World Agricultural Heritage designation would be far more than a mere symbolic step.</p>
<p>&#x201C;UNESCO has really had huge success with its list [of World Heritage Sites] because everyone wants to get on the list,&quot; Laureano says. &quot;There are 800 sites now in the world on the list, and everyone wants to get in &#8212; historic cities, monuments, landscapes. It&#x2019;s become a contest &#8212; a contest for preserving, for safeguarding.&#x201D;</p>
<p>For now, the FAO initiative is concentrating on a few select pilot projects. They include ancient potato farms in Peru, fish-rice cultivation in China, and date farming in the oases of the Sahara Desert in Tunisia, Morocco, and Algeria.</p>
<p>Farmers, scientists and government officials meeting in Rome this week will be discussing progress at those sites and upcoming plans for the next phase in the project.</p>
<p>That will involve implementing what the FAO calls &#x201C;dynamic conservation management approaches&#x201D; aimed at helping preserve the sites and their culture.</p>
<p>The lessons learned should lead to the creation, by 2014, of a World Agriculture Heritage category &#8212; a designation that will hopefully help preserve many other ancient agricultural sites around the world.</p>
	<p></p>
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		<title>Financial Times</title>
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		<pubDate>Sat, 01 Jul 2006 18:21:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ House and home
Living well in prehistoric caves
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<p><strong>Living well in prehistoric caves</strong></p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/Financial_time.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="425" alt="articolo Financial time" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/articolo-financial-time1.jpg" width="354" border="0" /></a>
</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/Financial_time.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="44" alt="download" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/download6.jpg" width="154" border="0" /></a></p>
	<p></p>
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		<title>La Vanguardia</title>
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		<pubDate>Thu, 05 Jan 2006 16:30:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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&#34;El pr&#xF3;ximo ser en extinti&#xF3;n es hel hombre&#34;
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</p>
<p>&quot;El pr&#xF3;ximo ser en extinti&#xF3;n es hel hombre&quot;</p>
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<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/La_Vanguardia.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="274" alt="La_Vanguardia1" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/la-vanguardia13.jpg" width="259" border="0" /></a>
</p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/La_Vanguardia.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; border-right-width: 0px" height="44" alt="report" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/report1.jpg" width="154" border="0" /></a></p>
	<p></p>
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		<title>El Pais - Pietro Laureano reivindica la construcci&#242;n tradicional ante los desastres medioambientales</title>
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		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=85&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 24 Nov 2003 15:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ da EL PAIS Quotidiano catalano 
24 Novembre 2003 (pag. 40)
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 CATALINA SERRA, Barcelona    Parece que se acerca el momento en que, sin llegar a los extremos que aventuraba la novela Dune, habr&#xE1; que tomar medidas muy serias para evitar la cat&#xE1;strofe. El arquitecto y urbanista italiano Pietro Laureano, consultor de la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><b><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/el-pais.jpg"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 20px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="129" alt="el pais" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/el-pais-thumb.jpg" width="94" align="left" border="0" /></a> da EL PAIS </b><b>Quotidiano catalano </b></p>
<p><b>24 Novembre 2003 </b>(pag. 40)</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p><b><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/el-pais1.jpg" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 0px 0px 20px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="333" alt="el pais" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/el-pais-thumb1.jpg" width="246" align="right" border="0" /></a> CATALINA SERRA, Barcelona</b>    <br />Parece que se acerca el momento en que, sin llegar a los extremos que aventuraba la novela Dune, habr&#xE1; que tomar medidas muy serias para evitar la cat&#xE1;strofe. El arquitecto y urbanista italiano Pietro Laureano, consultor de la Unesco y experto en zonas &#xE1;ridas y restauraci&#xF3;n arquitect&#xF3;nica y ambiental, habla de inundaciones y sequ&#xED;as con una calma preocupante. &quot;Nos veremos obligados a cambiar el modelo, m&#xE1;s por necesidad que por gusto&quot;, afirma.    <br />Por su parte, est&#xE1; convencido de que la recuperaci&#xF3;n de los sistemas de construcci&#xF3;n tradicionales puede contribuir a paliar estos desequilibrios, porque, indica, &quot;la arquitectura de estilo internacional, sin quererlo, ha creado monstruos&quot;.</p>
<h5>Pietro Laureano reivindica la construcci&#xF2;n tradicional ante los desastres medioambientales </h5>
<p><b>El arquitecto italiano cree que &quot;el estilo internacional, sin quererlo, ha creado monstruos</b></p>
<p>Autor de los libros Atlante d&#8217;acqua: conoscenze tradizionali per la lotta alla desertificazione, que en febrero se publicar&#xE1; en Espa&#xF1;a en la editorial Laia, Pietro Laureano (Tricarico, 1951)ha abierto esta semana el curso de la Escuela de Arquitectura del Valles de la Universidad Polit&#xE9;cnica de Barcelona. Les explic&#xF3; a los futuros arquitectos su batalla para conseguir la recuperaci&#xF3;n no s&#xF3;lo de los sistemas de construcci&#xF3;n tradicionales, sino tambi&#xE9;n del paisaje mediterr&#xE1;neo cl&#xE1;sico. Lo reivindica por necesidad ecol&#xF3;gica, no por est&#xE9;tica. &quot;Los m&#xE9;todos tradicionales tend&#xED;an a equilibrar el paisaje a trav&#xE9;s de paredes de piedra seca y de combinar diferentes sembrados con zona arbolada. Esto eten&#xED;a el agua y proteg&#xED;a el terreno. Ahora la agricultura europea funciona con productos qu&#xED;micos y grandes extensiones que se cultivan de forma mecanizada. Es un error, porque destruye el terreno y acaba provocando inundaciones y sequ&#xED;as. Las subvenciones a la agricultura de la Uni&#xF3;n Europea, adem&#xE1;s de ser &#xE9;ticamente reprobables porque perjudican a los pa&#xED;ses menos desarrollados, est&#xE1;n equivocadas.   <br />Por ejemplo, por cada huevo que se produce en Occidente se gastan 1.000 litros de agua en todo lo que implica la producci&#xF3;n industrial en bater&#xED;a. Es absurdo. Hay que subvencionar la agricultura, que ahora consume el 70% del agua potable, no en funci&#xF3;n de la productividad, sino como manera de cuidar el paisaje y de cultivar productos ecol&#xF3;gicos de alta calidad&quot;.    <br />La crisis del agua -&quot;si metemos toda el agua del mundo en una botella de cinco litros, el agua potable representa un dedal y s&#xF3;lo una gota es utilizable&quot;- es uno de los problemas que m&#xE1;s le preocupan. Su modelo de ciudad sostenible son los oasis del Sahara, que, indica, &quot;no son fen&#xF3;menos naturales, sino ecosistemas creados por el hombre. Es el hombre el que drena el desierto con un sistema que capta la humedad, el que cultiva palmeras para humidificar la zona, organiza artificialmente las dunas para proteger el oasis y recupera y aprovecha todos los desechos&quot;. Las grandes ciudades, a las que tiende la realidad, son, a su juicio, un error. &quot;Hay que invertir la tendencia al gigantismo metropolitano. El modelo de oasis es el de comunidad peque&#xF1;a que se puede autogestionar. Habr&#xE1; que descentralizar las grandes ciudades, interrumpirlas con zonas verdes que absorban el agua, crear sistemas por barrios o zonas peque&#xF1;as que sean autosuficientes en el reciclaje de basuras y la recuperaci&#xF3;n de agua, etc&#xE9;tera&quot;.    <br />Y no conf&#xED;a en grandes soluciones tecnol&#xF3;gicas. &quot;Los grandes acueductos, el gran pantano, la desalinizaci&#xF3;n del agua del mar, los trasvases, todo esto son las cosas que nos han llevado al desastre. Es una cuesti&#xF3;n estrat&#xE9;gica. No se puede crear una ciudad pensando que el agua de la que depende est&#xE1; a    <br />200 kil&#xF3;metros&quot;, afirma. Los edificios, asegura, tambi&#xE9;n tendr&#xE1;n que cambiar. &quot;Ahora todav&#xED;a se piensa que un edificio sostenible es aquel que, por ejemplo, incorpora placas solares, y no es eso. Lo que hace falta es crear una nueva arquitectura que no necesite climatizaci&#xF3;n, que est&#xE9; hecha de manera que sea fresca en verano y caliente en invierno, que incorpore sistemas para recuperar el agua de lluvia en los terrados y esta agua, depositada, sirva despu&#xE9;s para el agua de los sanitarios.    <br />Es il&#xF3;gico que el agua de los sanitarios sea potable cuando cada d&#xED;a se mueren 250 ni&#xF1;os por no tener acceso a ella&quot;.    <br />Afirma que hay numerosos ejemplos de construcci&#xF3;n tradicional que resultan m&#xE1;s l&#xF3;gicos y ecol&#xF3;gicos -los est&#xE1; inventariando en estos momentos en su p&#xE1;gina web, www.laureano.it, y destaca, sobre todo, que no puede haber soluciones generales y v&#xE1;lidas para todos. &quot;Ha sido el gran fallo de la arquitectura internacional. Cada hombre y cada pueblo tiene que encontrar su propio modelo en funci&#xF3;n del clima, las costumbres y los materiales. A nivel ecol&#xF3;gico, el estilo internacional ha sido un desastre para todo el planeta, porque ha hecho que se abandonaran sistemas    <br />tradicionales que funcionaban mejor&quot;.    <br />De momento, afirma, los pol&#xED;ticos no est&#xE1;n por la labor y el sistema tiene una inercia dif&#xED;cil de parar. &quot;Ahora estamos elaborando indicaciones, y poco a poco habr&#xE1; leyes que obligar&#xE1;n a las ciudades a crear planes de emergencia para las inundaciones que se avecinan, sistemas de reciclaje, obligaci&#xF3;n de construir con materiales del lugar y de crear m&#xE1;s zonas verdes. La industria tendr&#xE1; que trabajar en una nueva tecnolog&#xED;a m&#xE1;s sostenible&quot;.</p>
	<p></p>
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		</item>
		<item>
		<title>Unesco, Sassi a rischio</title>
		<link>http://www.laureano.it/web/?p=58&amp;language=it</link>
		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=58&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 12 Dec 2002 13:34:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.laureano.it/web/?p=58</guid>
		<description><![CDATA[Problemi anche sui trulli. &#8220;Colpa degli amministratori&#8221;
Da Gazzetta del Mezzogiorno
Quotidiano di Puglia e Basilicata Dicembre 2002
(pag. 6)
Unesco, Sassi a rischio 
Problemi anche sui trulli. &#8220;Colpa degli amministratori&#8221;
INTERVISTA/ Parla l&#8217;urbanista Pietro Laureano. Candidate anche le gravine del Tarantino
di Gianluigi de Vito
Pietro Laureano è architetto e urbanista. È consulente Unesco per le zone aride, la civiltà Islamica [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/matera-alberobello.jpg"><img border="0" align="left" width="118" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/matera-alberobello-thumb.jpg" alt="matera_alberobello" height="134" style="margin: 0px 25px 0px 0px; border: 0px" /></a>Problemi anche sui trulli. &#8220;Colpa degli amministratori&#8221;</em><br />
Da <strong>Gazzetta del Mezzogiorno</strong><br />
<strong>Quotidiano di Puglia e Basilicata Dicembre 2002</strong><br />
(pag. 6)</p>
<p><strong>Unesco, Sassi a rischio </strong><br />
<em>Problemi anche sui trulli. &#8220;Colpa degli amministratori&#8221;</em></p>
<p><strong>INTERVISTA/ </strong><em>Parla l&#8217;urbanista Pietro Laureano. Candidate anche le gravine del Tarantino</em></p>
<p>di <em>Gianluigi de Vito</em></p>
<p>Pietro Laureano è architetto e urbanista. È consulente Unesco per le zone aride, la civiltà Islamica e gli ecosistemi inpericolo. Ha lavorato permolti anni nel Sahara e coordinato progetti in Algeria, Giordania, Yemen e Etiopia. È autore dei rapporti che hanno portato all&#8217;iscrizione dei Sassi di Matera e del Parco del Cilento nella Lista del patrimonio mondiale dell&#8217;Unesco. Ora sta preparando il rapporto sulle gravine tarantine. È rappresentante italiano nel comitato tecnico scientifico della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta contro la desertificazione, e come presidente del Panel per le conoscenze tradizionali ha promosso una banca dati mondiale sul sistema dei saperi locali.<br />
Insegna Storia della città e del territorio alla facoltà di Architettura del Politecnico di Bari.<br />
Lo abbiamo intervistato. La vedono su e giù per le gravine della Murgia tarantina.</p>
<p><strong>Come mai?</strong><br />
&#8220;La provincia di Taranto mi ha afTidato la proposta di candidare le gravine alla lista del patrimonio mondiale dell&#8217;Unesco. E dovesse arrivare l&#8217;iscrizione sarà un allargamento anche della candidatura di Matera perché i caratteri portanti presenti nelle gravine dell&#8217;arco ionico, da Gravina di Puglia a Ginosa, a Castellaneta, Massafra, Palagianello fino a Grottaglie, sono gli stessi&#8221;.<br />
Matera e l&#8217;Unesco. Entriamo nel decimo anno dall&#8217;iscrizione dei Sassi nella Lista del patrimonio mondiale dell&#8217;umanità. Un bilancio.<br />
&#8220;Per la città è slato un suc cesso. Si ricorda? Nel 93 l&#8217;inserimento di Matera nel Patrimonio mondiale ell&#8217;Unesco non era affatto scontato&gt;.<br />
Certo, i &#8220;gioielli Italiani&#8221; col marchio Unesco erano si pochissimi e tutti da Roma in su. Però l&#8217;impressione che si ricava guardando il &#8220;divertifìcio&#8221; creato nei Sassi è che l&#8217;iscrizione al Patrimonio mondiale sia stata un&#8217;operazione di immagine servita a fare cassa coi turisti e a strappare qual set e vip in più. Ma la valorizzazione culturale? &#8220;Il decimo anno è di verifìca. Bisogna fare un monitoraggio di tutto quello che è stato operato, come si è intervenuto e dove si è intervenuto da quando la città è stata inserita, perché quando un bene entra nella lista del Patrimonio mondiale dell&#8217;urnanità si frma una convcnzione in cui lo Stato si impegna a rispettare dcterrninate cose. E cioè si impegna a garantire la conservazione del bene protetto, a darne visibilità, a renderlo aperto e fruibile a chiunque. Tutti valori che erano stati indicati ma che a Matera non sono stati resi. Abbiamo una città che dalla preistoria ha tramandato dei modi di abitare basati sul ri-<br />
sparmio delle risorse, sulla raccolta dell&#8217;acqua e sulla sostenibllità. Questo scenario di valori a Matera doveva essere reso fruibile. E invece è ancora occultato&#8221;.</p>
<p><strong>Che cosa succederà?<br />
</strong>&#8220;Che la verifica può portare a una cancellazione dei Sassi dalla lista dell&#8217;Uncesco&#8221;. Lacolpa? &#8220;Del cementifìcio che sta mangiando la preistoria, triturando i villaggi neolitici. Per girare 11 film di Mel Gibson son state riprodotte fortificazioni false, ma esistono quelle vere e nessuno si cura di restaurarle e di valorizzarle. Non ci sono studi concreti su questi aspetti, non conosciamo niente delle città classica. Vuole un paradosso?<br />
Matera non è mai stata inserita nella lista dei beni culturali italiani, non è ancora vincolata dalle Soprintendenze. Chiunque può fare quello che vuole. La strada che doveva essere la via artigianale, quella dei negozi, via Fiorentini, è sempre chiusa, perche a le concessioni sono state date a chi artigiani non erano. Abbiamo chiese rupestri massacrate, la masseria Radogna rifatta con il cemento, i muri a secco nel Parco fatti col cemento&#8221;.<br />
<strong>Allora mi da ragione?<br />
</strong>Non si è creduto molto nella carta-Unesco? &#8220;Chi non ha creduto nell&#8217;inserimento Unesco è perché non crede nei &#8220;Sassi città&#8220;.<br />
Penso che tutta l&#8217;idea Unesco non sia stata mai veramente accettata, piuttosto sia stata subita e poi cavalcata di fronte al successo. Sassi città significa una città che dalla preistoria arriva fino alla modernità, una città della pietra che diventa città sostenibile.<br />
E invece si fa la Matera del passatismo, dei bar, delle passeggiate, dell&#8217;estetismo delle cantine o della miseria conta dina. Cosi come non è stata accettata l&#8217;idea che Matera diventi una sede di una delle agenzie delle Nazioni Unite.<br />
<strong>Matera sede di un&#8217;agenzia Onu?<br />
</strong>&#8220;Questa possibilità è concreta, è stata portata avanti dal governo Prodi e ribadita con forza dall&#8217;attuale governo che vuole che Matera abbia un ufficio delle Nazioni Unite riferito allo sviluppo delle conoscenze tradizionali. Un&#8217;idea sostenuta dalle stesse Nazioni Unite, ma che non ha nessun appoggio locale&#8221;.<br />
<strong>E perché?<br />
</strong>&#8220;Qui funziona ancora il clientelismo e il nepotismo. Che poi sono il limite di tutto il Sud. La classe dirigente gli interessi locali non hanno consentito di confrontarsi subito con un ottica internazionale, cimentandosi con un programma di conservazione reale, di spessore, con la necessità di far diventare questa città abitata e funzionale coniugando le necessità della conservazione con quelle del progresso.Questo avrebbe creato risorse incredibili, dai piani Urban all&#8217;agenda 2000.<br />
All&#8217;ultimo vertice Unesco di Venezia. 8 città si sono presentate con l&#8217;organizzazione di convegni, protocolli di ac cordi internazionali. Matera non era presente e l&#8217;amministrazione ha delegato a gestire questa cosa a persone che del&#8217;Unesco non ne sanno nulla&#8221;.<br />
<strong>Scusi, Laureano, ma allora il successo del quale parlava prima?</strong><br />
&#8220;I materani hanno investito nei Sassi, ci hanno creduto e sono tornati ad abitarli. Questa è una presenza vitale, ma che impone anche che i Sassi stessi siano sempre più abitabili, sgomberi di automobili.<br />
Presuppone l&#8217;idea di una città con un piano di mobilità all&#8217;interno, completamente pedonalizzata, ma con sistemi avanzati come possono essere gli ascensori verticali.<br />
Ma questi processi devono essere guidati e l&#8217;amministrazione deve esercitare il controllo perché poi ci sono privati che fanno disastri: sopraelevazioni, tetti e sottotetti. E il modello di recupero delle città arcaiche, delle città di pietra, scompare. Un modello che invece vale per tutte le gravine cosi come per altre parti del mondo, perché abbiamo sistemi di arte rupestre in tutto il Nord Africa e fino alla Cina. Interventi di qualità su Matera, che affrontassero questo tipo di tematiche, sarebbero state per l&#8217;Unesco esperienze pilota&#8221;.<br />
Spostiamoci un attimo.<br />
<strong>Alberobello. Anche i Trulli rischiano una retrocessione?<br />
</strong>&#8220;Li la situazione è ancora più negativa. Il rischio di Matera è che prenda proprio la direziono di Alberobello, tra sformandosi in una città che fa vendite di oggetti industriali che non hanno alcun rapporto con la creatività locale. Per Alberobello, a mio giudizio è stato commesso un errore di fondo: andava inserita tutta la Valle d&#8217;Itria&#8221;.</p>
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		<title>UNA CITTA&#8217;</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Oct 2002 13:35:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Da UNA CITTA&#8217;    N&#xB0;107 Ottobre 2002    (pagg. 22-23) 
Il 27% del suolo italiano &#xE8; interessato da processi di erosione e per buona parte del sud, Puglia, Basilicata, Sicilia, Calabria e Sardegna, gi&#xE0; si parla di desertificazione. Cosa s&#8217;intende per desertificazione, esistono dei parametri generali per definirla?    [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Da <strong>UNA CITTA&#8217;</strong>    <br /><strong>N&#xB0;107 Ottobre 2002</strong>    <br />(pagg. 22-23) </p>
<p><b>Il 27% del suolo italiano &#xE8; interessato da processi di erosione e per buona parte del sud, Puglia, Basilicata, Sicilia, Calabria e Sardegna, gi&#xE0; si parla di desertificazione. Cosa s&#8217;intende per desertificazione, esistono dei parametri generali per definirla?</b>    <br />La Convenzione delle Nazioni unite per la lotta alla desertificazione ha definito la desertificazione come degrado dei suoli dovuto a diversi fenomeni di tipo climatico e ambientale e, in particolare, all&#8217;intervento umano, intendendo come degrado dei suoli una perdita di quelle caratteristiche che permettono ai suoli stessi di trattenere il terreno, l&#8217;humus, l&#8217;acqua e quindi di mantenere la vegetazione. Dal vertice di Rio del &#8216;92 uscirono tre convenzioni per l&#8217;ambiente, una per il clima, una per la biodiversit&#xE0; e infine quella per la lotta alla desertificazione. Se le prime due si occupano di parametri e obiettivi di analisi del fenomeno a livello globale (gli accordi di Kyoto, ad esempio, tendono a definire la quantit&#xE0; di emissioni globali compatibili con un ristabilimento delle condizioni ottimali di effetto serra), la convenzione sulla desertificazione ricerca obiettivi e parametri a livello locale. Per intenderci, noi sappiamo che il cambiamento climatico ha determinato l&#8217;accelerarsi di fenomeni distruttivi ed erosivi su scala globale, ma non &#xE8; vero che siano dovuti solo al cambiamento climatico globale, quello che in realt&#xE0; interessa &#xE8; il microclima locale. In genere la desertificazione &#xE8; dovuta alla mancanza di pioggia, per&#xF2; anche la pioggia pu&#xF2; essere distruttiva, e proprio il cambiamento climatico in corso sta producendo, insieme a una carenza di piogge in determinati periodi, eccessi di piogge in altri, perch&#xE9; il riscaldamento degli oceani ha prodotto una maggiore circolazione di acqua nell&#8217;atmosfera, maggiore energia, e quindi pi&#xF9; precipitazioni, con estremi climatici violenti. E&#8217; quello che vediamo sempre di pi&#xF9; nell&#8217;area mediterranea, mancanza di acqua e poi alluvioni, siccit&#xE0; prolungate seguite da trombe d&#8217;aria. Dobbiamo aspettarci un sistema climatico che evolver&#xE0; sempre di pi&#xF9; in questa direzione. Comunque l&#8217;alternanza di situazioni positive e catastrofi fa parte della storia dell&#8217;umanit&#xE0;, che aveva saputo adeguarvisi nel corso del tempo, i sistemi tradizionali di organizzazione dei suoli erano basati sulla necessit&#xE0; di far fronte all&#8217;imprevedibilit&#xE0; e all&#8217;alternanza climatica. Adeguarsi significa quindi organizzare i terreni, il pendio per esempio inaridisce se non c&#8217;&#xE8; pioggia, ma l&#8217;arrivo di una pioggia scrosciante pu&#xF2; essere altrettanto distruttivo se i suoli non sono adeguatamente attrezzati con foreste o piantagioni di alberi, muri a secco, sistemi di raccolta e canalizzazione dell&#8217;acqua in grado di frenarne l&#8217;irruenza organizzandola in rivoli e di captarla in cisterne per le fasi di penuria. Tutte pratiche abbandonate per sostituirle con altre distruttive. E qui arriviamo all&#8217;azione dell&#8217;uomo: cementificare un&#8217;intera area per farne una citt&#xE0; vuol dire impedire all&#8217;acqua piovana, che prima andava nelle falde e nel terreno, di essere assorbita dal suolo, disperdendola velocemente verso il mare. Abbiamo cementificato gli alvei dei fiumi e i litorali, abbandonato le montagne e il retroterra, tagliato i boschi, spostato le acque a grandissima distanza. Il vento assorbe l&#8217;acqua anche dalle foreste oltre che dal mare, sono veri e propri catalizzatori d&#8217;acqua per le precipitazioni. Fare i bacini idrici e portare l&#8217;acqua dolce nei posti dove manca pu&#xF2; non permettere che si rinnovi dove &#xE8; stata presa, perch&#xE9; se noi portiamo via l&#8217;acqua alteriamo il meccanismo climatico, basato su equilibri delicati di condensazione e precipitazioni, ed &#xE8; possibile che dove una volta pioveva poi non piova pi&#xF9;. Azioni del genere sono alla base della desertificazione. Desertificazione non vuol dire deserto, il deserto esiste in una fascia latitudinale in cui si &#xE8; instaurato da ere geologiche, quindi ha creato una sua condizione di biodiversit&#xE0; legata agli adattamenti specifici in quell&#8217;ambiente, a processi di selezione instauratisi nel corso del tempo. Per desertificazione s&#8217;intende invece una situazione di degrado estremo e improvviso. E&#8217; il tempo la variabile importante. La desertificazione non lascia agli organismi il tempo di abituarsi e di rispondere alle nuove condizioni, &#xE8; la rottura traumatica di un equilibrio sperimentato e si instaura laddove, per condizioni latitudinali e climatiche, il deserto non dovrebbe esserci. Ma paradossalmente possiamo dire che anche il deserto pu&#xF2; desertificarsi e questo avviene quando spariscono le oasi, i sistemi di raccolta di acque. Restringendo l&#8217;analisi all&#8217;Italia il fatto che il fenomeno sia presente in maniera massiccia al sud non esclude un interessamento anche delle aree settentrionali. L&#8217;anno scorso mi telefonavano dalla Valtellina o dalla pianura Padana non riuscendo a capire come mai non avevanoo pi&#xF9; acqua e lamentando la siccit&#xE0;, in realt&#xE0;, relativamente a quello che succede qui, da loro non &#xE8; successo niente, ma la penuria idrica &#xE8; un fatto relativo, dove si &#xE8; abituati a grandi quantit&#xE0; d&#8217;acqua basta un abbassamento minimo che si grida all&#8217;allarme, del resto anche noi nel sud Italia consumiamo una quantit&#xE0; d&#8217;acqua enormemente superiore a quella che si usa nel Sahara. Comunque bisogna che ci abituiamo a riconvertire i nostri sistemi produttivi, industriali, ma soprattutto agrari, in sistemi a basso consumo di acqua, perch&#xE9; &#xE8; questa la risorsa destinata a diventare sempre pi&#xF9; rara e difficile da reperire, specialmente l&#8217;acqua potabile. Dobbiamo inoltre considerare che lo spreco di acqua che noi facciamo &#xE8; comunque eccezionale, nel nord la maggior parte dell&#8217;acqua finisce nei fiumi e viene scaricata in mare senza essere raccolta.</p>
<p><b>Quali sono i maggiori settori di spreco?</b>    <br />Pi&#xF9; ancora dell&#8217;industria l&#8217;agricoltura. La massima quantit&#xE0; dell&#8217;acqua attualmente utilizzata finisce in un&#8217;agricoltura assolutamente viziata dall&#8217;acqua. L&#8217;agricoltura di una volta utilizzava piccoli appezzamenti producendo un&#8217;amplissima variet&#xE0; territoriale, non solo relativa alla diversificazione dello colture, ma anche alla presenza di zone non coltivate con caratteristiche diverse e necessarie al mantenimento di un equilibrio biologico, alla costituzione di un habitat, alludo ai cespugli di recinzione, i rigagnoli, gli aspetti a bosco, i drenaggi. L&#8217;agricoltura industriale invece ha bisogno di vaste superfici sempre uguali percorribili con grandi macchine, quindi distrugge tutta quella variet&#xE0; di paesaggio che costituiva la ricchezza dell&#8217;agricoltura tradizionale. Addirittura qui nel sud zone prima considerate marginali come quelle carsiche, ora vengono macinate per farne una distesa piana da sfruttare per la produzione agricola, produzione che, in condizioni del genere, pu&#xF2; essere fatta solo utilizzando massicciamente fertilizzanti artificiali e pesticidi, quindi enormi quantit&#xE0; d&#8217;acqua, perch&#xE9; l&#8217;acqua &#xE8; l&#8217;unico mezzo per far assorbire questi elementi alla terra. Cos&#xEC; si determina uno spazio agrario completamente artificiale, quasi plastificato, privo di fertilizzanti veri, e si crea un circolo vizioso. Non essendoci pi&#xF9; la variet&#xE0; di piante, cespugli e zone residuali, gli insetti nocivi si concentrano sulle piante coltivate, quindi la necessit&#xE0; di fitofarmaci, concimi chimici e acqua per farli assorbire, aumenta progressivamente. Noi non avremmo bisogno di un&#8217;agricoltura perennemente irrigata, cos&#xEC; pompata e drogata dai concimi artificiali, l&#8217;abbiamo come prodotto di un circuito vizioso destinato ad ampliarsi inevitabilmente. Per cominciare i suoli non saranno pi&#xF9; in grado d&#8217;assorbire acqua. Quest&#8217;inverno insieme alla siccit&#xE0; si lamentava la gelata dei suoli, i suoli cio&#xE8; sono diventati una crosta di plastica e anche se piove l&#8217;acqua non penetra e le falde non si alimentano. Quindi siccit&#xE0; anche in presenza di pioggia. Ma il gelo quest&#8217;inverno era dovuto al cielo sereno, siccome la situazione di riscaldamento climatico ha comportato una mancanza di nuvole, il calore non veniva trattenuto e sparava verso l&#8217;alto, perci&#xF2; in basso si creava il gelo, che a sua volta incrementava l&#8217;aridit&#xE0;. I meccanismi dunque sono complessi. L&#8217;agricoltura &#xE8; solo una componente all&#8217;interno di un processo pi&#xF9; vasto. Certo sarebbe importantissimo cominciare da qui a invertire un meccanismo, che, fra l&#8217;altro, ci d&#xE0; prodotti insapori e gonfiati dall&#8217;acqua. Un frutto contiene l&#8217;85% d&#8217;acqua, si pu&#xF2; dire che noi esportiamo acqua vendendolo, per&#xF2; nel suo costo il valore di quell&#8217;acqua non c&#8217;&#xE8;. E si tratta di acqua potabile, perch&#xE9; noi, in un contesto globale in cui un miliardo di persone soffre per la mancanza di questa risorsa, usiamo l&#8217;acqua potabile per bagnare le piante. Quindi il vero costo di quest&#8217;acqua viene pagato in altro modo, quando importiamo arance da Israele, ad esempio, l&#8217;acqua che c&#8217;&#xE8; l&#xEC; dentro viene pagata ai costi straordinari della desalinizzazione e dei conflitti, la guerra infatti &#xE8; il frutto della disparit&#xE0; tra chi consuma 200 litri d&#8217;acqua procapite e chi ne ha a disposizione 10. E questi sono i dati che dobbiamo aspettarci per il futuro del pianeta, &#xE8; gi&#xE0; iniziata l&#8217;era delle guerre per l&#8217;acqua, l&#8217;imminente conflitto iracheno sar&#xE0; l&#8217;ultimo per il petrolio. Pensiamo per esempio al Nilo. Oggi esistono i mezzi per poter fare dei grandi bacini a monte dei grandi fiumi, se l&#8217;Etiopia facesse la diga sul Nilo l&#8217;Egitto che farebbe? Sarebbe costretto ad attaccare l&#8217;Etipopia, perch&#xE9; dipende completamente dal Nilo, ma questa situazione si potrebbe verificare in quasi tutto il mondo se si va avanti con la politica delle dighe, perch&#xE9; i confini dei grandi fiumi non coincidono con quelli degli stati. Si rende allora necessario un codice mondiale dell&#8217;acqua che fissi un diritto minimo per ogni abitante. Nelson Mandela a Johannesburg ha lanciato l&#8217;appello per garantire 50 litri d&#8217;acqua gratuiti al giorno ad ogni abitante della terra. Per&#xF2;, se diciamo questo, vuol dire che siamo veramente arrivati al dunque e tra un po&#8217; lo dovremo dire per l&#8217;aria, vuol dire che si &#xE8; monetizzato tutto, anche una risorsa assolutamente vitale. E allora l&#8217;unica risposta plausibile &#xE8; il cambiamento del modello di sviluppo che determina questa situazione.</p>
<p><b>Tornando indietro?</b>    <br />Anche qui siamo di fronte ad un paradosso. Noi ci aspettiamo che le culture tradizionali siano arretrate e retaggio di popoli che definiamo sottosviluppati o, nel tentativo di essere pi&#xF9; politicamente corretti, marginali, intendendo con questo dire che il futuro &#xE8; un&#8217;altra cosa. Bene, innanzitutto non sono affatto marginali perch&#xE9; i 3/4 dell&#8217;umanit&#xE0; sopravvivono ancora grazie alle conoscenze proprie delle economie tradizionali, quindi il dato &#xE8; strutturale anche se non si inserisce nella direzione stabilita per il pianeta dal modello di sviluppo espansivo. Del resto se davvero ci fosse l&#8217;intenzione di includere tutti in questo modello basterebbero pochi calcoli per dimostrarne l&#8217;impraticabilit&#xE0; in un&#8217;ottica globale, se tutti ogni giorno consumassero i 300 o 400 litri d&#8217;acqua procapite che consumiamo in Occidente l&#8217;acqua potabile del pianeta non basterebbe. La verit&#xE0; &#xE8; che intanto i 3/4 dell&#8217;umanit&#xE0; consumano dai 10, il limite minimo vitale del Madagascar, ai 50 litri d&#8217;acqua procapite al giorno. Lo stesso ragionamento vale per la carta, se in Cina volessero consumarne tanta quanta ne consuma l&#8217;Europa gli alberi finirebbero, e cos&#xEC; con le auto, se i Cinesi ne avesseri tante quante ne abbiamo noi l&#8217;atmosfera verrebbe completamente distrutta. Quindi il modello della societ&#xE0; affluente non &#xE8; proponibile nell&#8217;attuale situazione demografica, perseguirlo vuol dire andare incontro all&#8217;apocalisse, a catastrofi naturali e a guerre provocate dall&#8217;accentuazione sempre maggiore di disparit&#xE0; enormi. L&#8217;altro modello, quello della societ&#xE0; tradizionale, continua a mantenere i 3/4 della popolazione del pianeta, ma paradossalmente proprio da loro viene visto come qualcosa di passatista, mentre nei paesi sviluppati comincia a diventare un vanto, pensiamo ai paesaggi della Svizzera o alla produzione delle case di qualit&#xE0; in Inghilterra, che vantano l&#8217;utilizzo di tecniche antiche. In realt&#xE0; quindi il modello tradizionale &#xE8; progressivo, &#xE8; un modello vanto per le economie del benessere. I paesi pi&#xF9; poveri, quelli che hanno subito uno shock culturale, sono invece soverchiati dalla modernit&#xE0; e, a causa della distruzione dei valori avvenuta, col loro modello tradizionale non riescono ad accettare da essa quello che effettivamente deve essere preso, tralasciando quanto c&#8217;&#xE8; di negativo.</p>
<p><b>Puoi farmi degli esempi di come si &#xE8; realizzato questo shock culturale?</b>    <br />Anche qui nel nostro sud si vede benissimo, il caso dei Sassi di Matera &#xE8; un esempio evidente. Negli anni &#8216;70 si sono completamente spopolati, non era pi&#xF9; moderno abitare nei Sassi. Ma lo stesso &#xE8; avvenuto per tanti centri storici italiani, gli abitanti avevano accettato un&#8217;idea di modernit&#xE0; che rendeva tutto questo obsoleto, non praticabile. Per cui a Matera succedeva che nelle strade passava il carretto che distribuiva catini di plastica in cambio delle pentole di rame e la gente accorreva. Intanto per&#xF2; gli oggetti in rame si vendevano in mercati pi&#xF9; avanzati, ad esempio in Germania, ad un prezzo alto. E&#8217; un problema di fissazione di valori, noi oggi possiamo abitare le case medievali perch&#xE9; le abbiamo modernizzate con modifiche che, senza snaturarne la struttura, rispondono ad esigenze abitative contemporanee. Qui &#xE8; il punto, la tradizione deve saper accettare dalla modernit&#xE0; quel grado di modificazioni che non ne snaturino la logica, ad esempio qui nei Sassi di Matera io uso la terrazza per captare l&#8217;acqua piovana e una cisterna risalente alla preistoria per conservarla, ma per diffonderla nelle toilettes uso una moderna pompa. Il futuro &#xE8; questo, conservare la logica della tradizione innovandola quel tanto che &#xE8; necessario per permettere alla tradizione stessa di perpetuarsi.</p>
<p><b>Per questo per&#xF2; ci vogliono tempo e consapevolezza &#8230;</b>    <br />Qui arriviamo al nodo della questione, in effetti lo shock culturale avviene perch&#xE9; i popoli non sono preparati, non hanno la capacit&#xE0; di risposta, ma soprattutto sono stati depauperati culturalmente ed economicamente. Qui la povert&#xE0; &#xE8; un elemento determinante, il popolo reso povero dalla perdita della sua tradizione &#xE8; inerme e accetta la modernit&#xE0; senza poter controbattere. Faccio un esempio, noi diamo sempre la colpa della deforestazione in Africa al fatto che la gente cucina con le cucine a legna ed essendo povera ricorre al taglio degli alberi distruggendo il territorio, nella tradizione per&#xF2; non si andava a tagliare l&#8217;albero verde, si prendevano le radici e i rami secchi, esisteva la consapevolezza di stare all&#8217;interno di un ciclo ambientale che bisognava mantenere. Ora invece il degrado culturale si constata anche dalla sparizione dei simboli tradizionali, il bosco sacro, il tab&#xF9;, l&#8217;albero degli antenati che andava rispettato; quando sparisce tutto questo la mancanza di risorse culturali per poter reagire crea un&#8217;estrema disponobilit&#xE0; a farsi soverchiare da qualsiasi cosa arrivi dall&#8217;esterno. Quindi &#xE8; vero che la tradizione &#xE8; un fatto dinamico in continua evoluzione, capace d&#8217;incorporare selezionando quello che le serve, da una pianta importata nel XVI secolo, ad esempio, ha avuto origine la cultura del pomodoro tipica dell&#8217;Italia mediterranea, ma se io posso abitare in una grotta preistorica, nei Sassi di Matera, &#xE8; perch&#xE9; ho acquisito una solidit&#xE0; culturale. Gli abitanti di Matera non ritornano nei Sassi se non hanno la forza culturale di poter rivendicare la preistoria e il trogloditismo come una parte della loro cultura e tradizione, in mancanza di questo c&#8217;&#xE8; la vergogna, i Sassi vergogna nazionale degli anni passati.</p>
<p><b>A proposito di fissazione di valori, le culture cosiddette marginali, sviluppate in ambienti difficili, si fondano sul riconoscimento dell&#8217;estrema delicatezza e labilit&#xE0; dell&#8217;equilibrio vitale e quindi sul principio dell&#8217;alleanza e della cooperazione tra le diverse forme di vita, valori che noi rischiamo di perdere.</b>    <br />La loro &#xE8; la logica della simbiosi. Io credo che il darwinismo in realt&#xE0; non dia una spiegazione all&#8217;evoluzione sociale e culturale, troppo spesso lo si usa estrapolando la nozione di conflitto per giustificare la prevaricazione, la selezione premia il pi&#xF9; forte quindi implicitamente gli riconosce il diritto di soverchiare gli altri. La realt&#xE0; invece non si pu&#xF2; chiudere in questo schema, l&#8217;umanit&#xE0; stessa ne &#xE8; la prova, probabilmente l&#8217;uomo era una scimmia gracile e mal riuscita e proprio questo ha costituito la sua forza perch&#xE9; l&#8217;ha spinto ad associarsi in comunit&#xE0; che usavano l&#8217;intelligenza piuttosto della forza e l&#8217;alleanza con altri esseri, il cane e gli altri animali domestici. L&#8217;oasi &#xE8; l&#8217;esempio straordinario di questa capacit&#xE0; di simbiosi, sono gli stessi organismi che attiri mettendo la palma per creare l&#8217;ombra e la condensazione dell&#8217;umidit&#xE0;, che, decadendo, producono fertilit&#xE0; e creano il suolo. La necessit&#xE0; di stare insieme &#xE8; alla base di ogni ecosistema, inteso come ciclo continuo, circuito perfettamente integrato e autopoietico. E questo si verifica inevitabilmente in qualsiasi situazione limite del pianeta, perch&#xE9; dove l&#8217;ambiente &#xE8; difficile e richiede un&#8217;alleanza per la sopravvivenza &#xE8; chiaro che l&#8217;umanit&#xE0; si &#xE8; adattata. Ecco, io credo che le conoscenze tradizionali fondamentali per la sopravvivenza sono ancora conservate in queste comunit&#xE0;, dalle oasi del Sahara ai piccoli centri storici o rurali, ai diversi paesaggi agrari del pianeta, si tratta di saperle utilizzare.</p>
<p><b>Saperle utilizzare significa anche saperle recepire da modi di trasmissione del sapere molto diversi dal nostro?</b>    <br />Noi, almeno a partire dall&#8217;illuminismo, abbiamo scelto la codificazione tecnica come modo di trasmissione delle nostre conoscenze, le culture tradizionali invece usano i simboli. Caricando di simboli gli atti della vita quotidiana funzionali alla sopravvivenza ne conservano la memoria e li rendono trasmissibili, li fanno cio&#xE8; diventare cultura. Il simbolo inoltre aggiunge all&#8217;atto un valore estetico, lo rende piacevole. Ecco, il punto &#xE8; questo, le conoscenze tradizionali non separano la tecnica dall&#8217;estetica e dal piacere, in esse non c&#8217;&#xE8; differenza tra l&#8217;orto che produce e il giardino fatto per la contemplazione, una tecnica tradizionale &#xE8; nel contempo efficace e bella. Riproporre oggi le nostre tecniche tradizionali significa anche ricomporre la frattura netta fra tempo del lavoro e tempo dello svago e della cultura che si &#xE8; prodotta nelle nostre societ&#xE0;. Il simbolico infine attribuisce ai gesti e alle conoscenze un&#8217;aura di sacralit&#xE0; che ne permette la conservazione. Prendiamo le tecniche idrogenetiche, quelle legate al ciclo dell&#8217;acqua e sviluppate in ambienti dove questa risorsa non &#xE8; immediatamente disponibile. L&#8217;acqua &#xE8; una straordinaria metafora della vita, richiama il ventre materno, &#xE8; indispensabile per l&#8217;esistenza. L&#8217;acqua &#xE8; la parola, dicono i Dogon, un popolo del Mali che vive sull&#8217;ansa del Niger, e in effetti &#xE8; vero, il nostro fiato &#xE8; vapore, quando parliamo troppo abbiamo bisogno di bere, quindi l&#8217;acqua &#xE8; comunicazione oltre che necessit&#xE0; vitale. Ma l&#8217;acqua &#xE8; anche l&#8217;esempio di un ciclo produttivo che continuamente si rinnova e attraversa tutto il vivente, siamo tutti attraversati dalla stessa acqua che ha sempre circolato nella terra, quindi noi stessi siamo inseriti nell&#8217;ordine della ciclicit&#xE0; ed &#xE8; questo il criterio che deve guidare le attivit&#xE0; umane. Non possiamo spezzare il processo di circolarit&#xE0; senza aspettarci conseguenze e la circolarit&#xE0; si fonda sul perenne rinnovamento, non sulla distruzione e la produzione di scarti che non siano integrabili nel ciclo. L&#8217;acqua quindi &#xE8; metafora dell&#8217;eterno ritorno, del fatto cio&#xE8; che in un ecosistema il decadimento di alcuni esseri permette la vita di altri. Il frutto deve macerare sul terreno perch&#xE9; ci siano nuovi germogli, la materia vile, il letame, diventa humus, ed &#xE8; da humus che deriva la parola uomo. I latini dicevano il campus laetus campo felice, ma era quello col letame. Il ciclo degli escrementi &#xE8; importante per la nascita della vita. Nella citt&#xE0; di Shibab si usano gli escrementi per rendere fertile il deserto e nelle oasi sarebbe un offronto se un ospite non offrisse i propri escrementi al campo, perch&#xE9; quello &#xE8; il suo apporto di fertilit&#xE0; al sistema.</p>
<p><b>Tornando all&#8217;emergenza acqua, quali possibilit&#xE0; potrebbero offrirci le tecniche tradizionali?</b>    <br />Innanzitutto bisognerebbe ripristinare l&#8217;organizzazione tradizionale del paesaggio agrario, quindi nel sud i terrazzamenti dei pendii coi muri di pietra a secco, che sono fondamentali per evitare l&#8217;erosione e per captare l&#8217;acqua in eccesso impedendo che scenda impetuosamente a valle e conservandola per i periodi di penuria. Le pietre captano l&#8217;umidit&#xE0; notturna e la trasferiscono al terreno, qualsiasi ammasso di pietre produce acqua. Gli Egizi dicevano che c&#8217;&#xE8; un altro Nilo nei cieli e da loro non c&#8217;erano nemmeno precipitazioni, quindi questo Nilo era la rugiada, la condensazione, lo stesso grande fiume nei cieli veniva utilizzato in tutte le Puglie quando non esisteva l&#8217;acquedotto pugliese, era un grande acquedotto celeste che veniva captato attraverso le specchie (cos&#xEC; si chiamavano questi ammassi di pietra), i muri a secco, i trulli e i sistemi di captazione d&#8217;acqua sui tetti delle masserie.Bisognerebbe tornare a queste pratiche eliminando il modello di agricoltura estensiva meccanizzata e ripristinare sistemi di bosco e aree marginali, ad esempio le paludi. La rinaturalizzazione delle coste e la ricostituzione di situazioni osmotiche &#xE8; indispensabile considerando che presto si porr&#xE0; il problema di un rilevante innalzamento del livello dei mari e di aumento della salinit&#xE0; delle fasce costiere per l&#8217;intrusione di acqua marina. Ma ci sono anche esempi di tecnologia avanzata che sono nella logica della tradizione, per esempio il solare, una tecnica utilizzata da sempre, addirittura dipingendo di nero i tetti delle case per poter captare il calore, e che pu&#xF2; essere associato con successo a tecnche che da sole non sarebbero proponibili. Penso ad esempio al sistema dei terrazzamenti, che, in genere, incontra due tipi di opposizione. Da un lato si dice che ci vuole troppo lavoro per farli e dall&#8217;altro si sottolinea la fatica di mantenerli dovendo salire a piedi o a dorso d&#8217;asino come si faceva una volta. Beh, intanto sistemi ad alta intensit&#xE0; di lavoro come quelli tradizionali sarebbero una valida alternativa alla disoccupazione, e poi l&#8217;ascesa dei pendii si risolverebbe utilizzando mezzi come quello sperimentato con successo a Ischia, una specie di monorotaia con motori elettrici ad energia solare che non ha nessun impatto sul paesaggio e permette di mantenere terrazzamenti che arrivano fino a mille metri d&#8217;altezza. Questa &#xE8; una dimostrazione di come la tecnologia tradizionale possa continuare ad esistere grazie all&#8217;associazione con pratiche moderne. Dico di pi&#xF9;, a mio parere il modo con cui l&#8217;umanit&#xE0; sta andando nello spazio &#xE8; nella logica della tecnica tradizionale, una stazione spaziale ricicla tutti i suoi rifiuti e si alimenta con energia solare. Probabilmente nella luna si abiter&#xE0; nelle grotte, in cunicoli sotterranei, si creeranno degli ecosistemi capaci di rigenerare l&#8217;atmosfera. Io sono convinto che la forza della tradizione rappresenti il futuro, ma un futuro che dovr&#xE0; sempre misurarsi con la sostenibilit&#xE0;, cio&#xE8; con trasformazioni capaci di produrre pi&#xF9; risorse di quante ne consumano, questa &#xE8; la logica da applicare a qualsiasi produzione e consumo.</p>
<p><b>Puoi farmi qualche esempio di riproposizione delle tecniche tradizionali di conservazione dell&#8217;acqua che abbia avuto successo?</b>    <br />Qui a Palagianello, una delle gravine dell&#8217;area ionica, abbiamo sperimentato con successo il rifacimento dei pendii terrazzati. C&#8217;era un pendio che si stava erodendo e franava, un masso minacciava la realizzazione di un acquedotto sottostante, perci&#xF2; erano stati stanziati dei fondi per un intervento straordinario. Inizialmente si pensava a iniezioni di cemento, tiranti e un grande muro di contenimento che avrebbe stravolto la bellezza di questo canyon. Noi invece abbiamo proposto di rifare dei campi terrazzati e dei giardini murati, quindi una tecnica tradizionale che, mentre consolida il pendio, d&#xE0; alle popolazioni dei giardini per passeggiare e in pi&#xF9; produce acqua, perch&#xE9; abbiamo anche rifatto il sistema di cisterne. Modelli come questo sono sempre pi&#xF9; proponibili, basti pensare a quanto si sta diffondendo la richiesta di prodotti biologici. E&#8217; che non bisogna limitarsi a un discorso ideologico. Il modello agricolo occidentale non ha sbocchi, produce su scala sempre pi&#xF9; vasta provocando distruzioni di risorse non pi&#xF9; sostenibili e impedendo a tutti gli altri paesi di produrre coi sistemi agricoli tradizionali. Un uovo prodotto in batteria comporta lo spreco di mille litri d&#8217;acqua (per la pulitura delle macchine e altro), acqua che ovviamente non &#xE8; calcolata nel prezzo dell&#8217;uovo. In questo modo produciamo migliaia di uova e le immettiamo nel mercato globale a prezzi talmente competitivi da scoraggiare le produzioni locali tradizionali. Siamo al paradosso di produrre cibi sempre pi&#xF9; a basso costo e qualitativamente poveri o addirittura dannosi (pensiamo alla Bse) pagando costi ambientali altissimi, e contemporaneamente distruggere l&#8217;economia di aree sempre pi&#xF9; vaste riducendole alla dipendenza alimentare.    <br /><b>     <br />Le tecniche tradizionali sarebbero conciliabili anche con gli attuali sistemi di urbanizzazione?</b>    <br />Per cominciare bisognerebbe rivedere i modelli di urbanizzazione, nelle citt&#xE0; non dovremmo pi&#xF9; avere superfici continue cementificate, andrebbero inserite delle fasce verdi per il ripascimento delle falde per consentire all&#8217;acqua piovana di infiltrarsi nel sottosuolo. Ma anche nelle abitazioni moderne potremmo fare delle terrazze per la captazione dell&#8217;acqua, che verrebbe distribuita negli appartamenti garantendo ad esempio l&#8217;autosufficienza per l&#8217;acqua potabile. Le acque di scarico si potrebbero riciclare nelle toilettes o negli orti. Potremmo addirittura pensare a dei giardini pensili, dei formidabili regolatori della temperatura, l&#8217;abbasserebbero d&#8217;estate ed eviterebbero dispersioni di calore durante l&#8217;inverno. Ogni estate infatti aumentano i consumi di condizionatori e tra poco salteranno tutti insieme come &#xE8; gi&#xE0; successo in California. In Giappone gi&#xE0; esiste una legge che impone a tutti i nuovi grattacieli di avere un giardino sul terrazzo e i sistemi di raccolta di acque sono sempre pi&#xF9; inseriti nelle architetture moderne. Nelle citt&#xE0; il sistema dei giardini pensili si rivela utile anche per la penuria di verde. E non &#xE8; vero che non sarebbero possibili al nord, in inverno si basterebbe utilizzare delle tecniche tradizionali di protezione come quelle usate sulla costiera amalfitana, stuoie di canne sostenute da pertiche di legno e distese sopra gli agrumeti. Probabilmente i centri storici hanno gi&#xE0; al loro interno dei sistemi tradizionali che andrebbero recuperati, penso ad esempio a tutti i sistemi di canalizzazione, alle strade-fiumi che c&#8217;erano in tante citt&#xE0; del nord. Tutte le grandi cattedrali del nord sono state costruite portando le pietre su dei rii che arrivavano un tempo fino alla piazza centrale e adesso sono coperti, si potrebbero riaprire e riportare alla navigabilit&#xE0;. Una citt&#xE0; come Milano ha il problema enorme del rimontare delle acqua piuttosto che della diminuzione delle falde, hanno tutte le cantine piene d&#8217;acqua, perch&#xE9; prima esisteva un&#8217;integrazione tra il sistema dei fontanili, per la captazione delle acque, e quello dei navigli funzionale allo smaltimento. Poi tutti questi sistemi sono stati occultati e se nel periodo della grande presenza industriale la situazione ha retto perch&#xE9; l&#8217;acqua delle falde veniva assorbita dalla produzione, adesso che la grande industria &#xE8; stata smantellata tutti i palazzi della citt&#xE0; sono in pericolo per eccesso di acqua. Ma il rifacimento dei drenaggi di scorrimento &#xE8; diventato indispensabile per moltissime citt&#xE0;, andrebbero riaperte delle vie d&#8217;acqua, una bellezza anche per il paesaggio.</p>
<p><b>Di quali strumenti dispone la Convenzione per opporsi al poter delle multinazionali orientate invece verso il modello economico attuale?</b>    <br />Il potere di quella che io chiamo la vecchia economia &#xE8; enorme e non vuole recedere. Di fronte a questo penso che l&#8217;approccio ideologico non serva, serve semmai dimostrare i vantaggi di un modo di produzione alternativo e la sua effettiva praticabilit&#xE0;, anche se resto convinto che il cambiamento non avverr&#xE0; se non sull&#8217;onda della catastrofe, perch&#xE9; la storia dell&#8217;umanit&#xE0; lo dimostra, non &#xE8; mai stata l&#8217;invenzione a determinare il cambiamento di modello, sono state le catastrofi ambientali a imporre un cambiamento sulla base di invenzioni che gi&#xE0; c&#8217;erano e di scelte che si sarebbero potute fare anche prima. La civilt&#xE0; della pietra non &#xE8; finita perch&#xE9; mancavano le pietre. Tornando ai poteri della Convenzione sono quelli delle Nazioni Unite, poco determinanti. A Johannesburg abbiamo visto che la lobbie delle multinazionali era pi&#xF9; rappresentata degli stati. L&#8217;appello di Mandela per i 50 litri d&#8217;acqua procapite sottolinea la drammaticit&#xE0; della situazione. Ebbene, la risposta delle multinazionali qual&#8217;&#xE8; stata? Facciamo le centrali atomiche in riva al mare e usiamole per dissalare l&#8217;acqua e garantirla a tutti. Una risposta ipertecnologica, fondata tra l&#8217;altro su una tecnologia largamente pericolosa e nociva, che darebbe un potere enorme a chi possiede i capitali per realizzarla e controllarla. Io ho partecipato a tutte e cinque le conferenze mondiali fatte dalla Convenzione per la desertificazione, la mia impressione &#xE8; che i paesi occidentali vi partecipino con l&#8217;intenzione di rallentare qualsiasi decisione si debba prendere, partecipano per salvaguardarsi rispetto alle opinioni pubbliche nazionali, ma non c&#8217;&#xE8; la voglia di prendere delle decisioni drastiche. Anche i paesi europei non si discostano troppo dagli Stati Uniti in materia di sviluppo sostenibile, con la differenza che in Europa gli schieramenti sono tendenzialmente trasversali, non esiste una differenza tra governi di destra e di sinistra come in America. L&#xE0; per&#xF2; ci sono stati come la California, che da sola vale dieci paesi industrializzati e va invece con decisione nella direzione dello sviluppo sostenibile, ad esempio proponendo entro i prossimi anni la totale abolizione delle macchine a benzina, che non &#xE8; un&#8217;utopia, perch&#xE9; ormai &#xE8; abbastanza chiaro che il futuro dell&#8217;auto sar&#xE0; l&#8217;idrogeno. I paesi non industrializzati invece ritengono che questa sia la loro Convenzione, quella per l&#8217;Africa, anche se poi troppo spesso le classi dirigenti che li rappresentano contrattano piccoli aiuti in cambio di un atteggiamento pi&#xF9; morbido. Comunque sono largamente presenti anche le Ong e quelle di questi paesi in particolare hanno una grandissima esperienza. Anche da loro comunque si riproducono le dinamiche presenti nei nostri paesi. Prendiamo la Cina, mentre si stanno facendo esperienze straordinarie di reintroduzione delle tecniche agricole tradizionali, ad esempio la risistemazione su larghissima scala delle dune con sistemi d&#8217;intreccio di foglie di palma seccate che ristabilizzano i terreni, nello stesso tempo si costruisce la grande diga sul Fiume azzurro, che comporter&#xE0; una catastrofe immane. Insomma, la contraddizione &#xE8; all&#8217;interno di tutti i paesi, e io penso che dai paesi non industrializzati dovr&#xE0; venire la risposta pi&#xF9; forte perch&#xE9; &#xE8; una questione che sentono pi&#xF9; immediatamente sulla loro pelle e quindi &#xE8; pi&#xF9; facile che il nuovo modello venga da l&#xEC;, se per&#xF2; contemporaneamente cominciassimo noi a dare l&#8217;esempio della necessit&#xE0; di cambiare sarebbe un contributo enorme alle lotte di chi in quei paesi si oppone allo stravolgimento delle risorse. Del resto come possiamo dire ai Cinesi che loro non possono utilizzare la stessa quantit&#xE0; di carta che utilizziamo noi perch&#xE9; cos&#xEC; facendo sparirebbero tutte le foreste del pianeta?    <br />Comunque la vera sfida non &#xE8; tanto quella posta dalla bonifica ambientale, quanto la progettazione di nuovi sistemi produttivi che siano gi&#xE0; di per se stessi non inquinanti, processi produttivi cio&#xE8; i cui scarti inneschino altri processi, come avviene nella natura. Si possono gi&#xE0; fare alcuni esempi, ad esempio il riciclaggio della carta per la fertilizzazione dei boschi oppure l&#8217;esempio delle fogne di Calcutta, che invece di continuare a essere disperse nell&#8217;ambiente inquinandolo in maniera sempre pi&#xF9; insostenibile, sono state filtrate e utilizzate per la fertilizzazione delle vicine risaie, bisogna insomma adottare logiche di questo tipo, fare dei problemi una risorsa. </p>
<p><b>Come dobbiamo interpretare la notizia data ultimamente con toni trionfali della riavanzata della vegetazione in alcune aree desertiche?</b>    <br />E&#8217; una notizia sbagliata. Il dato vero &#xE8; che si &#xE8; ridotto il buco nell&#8217;ozono, e questo a dimostrazione che i provvedimenti presi su scala globale servono, la riduzione delle emissioni di gas a effetto serra &#xE8; servita. Invece il dato sul deserto &#xE8; stato male interpretato. E&#8217; un dato che ci aspettavamo, il deserto ha sempre avuto questi momenti, un&#8217;intera area pu&#xF2; fiorire perch&#xE9; in condizioni particolari si creano delle precipitazioni. E&#8217; quello che &#xE8; successo ora: a causa del riscaldamento climatico in alcune zone del Sahara e nei deserti americani ci sono state delle piogge violente, ma hanno portato danni terribili, interi villaggi costruiti in terra cruda sono stati distrutti, quindi non si tratta di un arretramento del deserto, semmai di quel degrado di cui parlavo, acqua dove non avrebbe dovuto esserci in quelle proporzioni o comunque fenomeni che se prima erano sporadici, avvenivano, che so, ogni dieci anni, adesso si presentano con maggiore frequenza trovando le popolazioni impreparate. Un ecosistema pu&#xF2; modificarsi solo coi tempi biologici, che permettono un&#8217;evoluzione adeguata delle forme di vita che lo compongono, cambiamenti drastici sono il sintomo del degrado. Avviene anche nella storia delle societ&#xE0; umane, la trasformazione repentina crea shock culturale, invece l&#8217;assorbimento delle innovazioni nel tempo, che permette un adeguamento dei sistemi sociali e che viene filtrato dalla memoria e dall&#8217;esperienza, &#xE8; auspicabile e sinonimo di progresso. </p>
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		<title>Un Italiano ad Algeri</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Oct 2002 13:27:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
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		<description><![CDATA[ Da Campus web    Mensile degli studenti Ottobre 2002     (pag. 60-66)    
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Un Italiano ad Algeri
Di fronte a un tale scempio la societ&#xE0; civile reagisce. Si moltiplicano gli appelli per il salvataggio dei Sassi. Pier Paolo Pasolini gira a Matera &#34;II Vangelo secondo Matteo&#34;. Addirittura, nel [...]]]></description>
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<p><strong>Un Italiano ad Algeri</strong></p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="277" src="imrsta/quatrespr.jpg" width="244" align="right" />Di fronte a un tale scempio la societ&#xE0; civile reagisce. Si moltiplicano gli appelli per il salvataggio dei Sassi. Pier Paolo Pasolini gira a Matera &quot;II Vangelo secondo Matteo&quot;. Addirittura, nel &#8216;77 i Sassi sono oggetto di un concorso internazionale di idee di recupero. Nell&#8217;86 beneficiano addirittura di uno stanziamento speciale di 100 miliardi per interventi di restauro e valorizzazione degli antichi rioni, ma fino ad oggi quel denaro, speso solo in minima parte, &#xE8; servito soprat tut-    <br />to ad organizzare convegni fiume. Nessuno, fino ad ora, aveva preso in considerazione la stretta interdipendenza tra il sopra e il sotto di questa citt&#xE0;. L&#8217;insieme delle architetture che si affacciano sulle terrazze e sui vicoli, il rincorrersi degli ardii e delle scalette fra i tetti dal bei colore rosato, e il lato nascosto, oscuro delle citt&#xE0; costituito dalla trama di cisterne, di gallerie e di pozzi scavati nel terreno. Lo stesso Cesare Brandi, in &quot;Pellegrino di Puglia&quot;, mentre da una parte denunciava il bisogno di un &#xAB;restauro urgente dei Sassi&#xBB; perch&#xE9; la gente potesse tornarci a vivere, dall&#8217;altra suggeriva di &#xAB;murare la parte delle case che &#xE8; in caverna&#8230;in modo da farne un appartamento    <br />senza snaturarne l&#8217;aspetto esteriore&#xBB;. Ora Laureano ha scoperto un tesoro laddove altri, prima di lui, avevano visto soltanto miseria e degrado.</p>
<p><i>Pietro Laureano</i></p>
<p>&quot;In parole povere,&quot; spiega, &quot;a Matera troviamo scritta la storia dell&#8217;evoluzione dei tipi architettonici e urbani, dal Neolitico all&#8217;era moderna&quot;. Di qui la proposta di Laureano, fatta propria dall&#8217;Unesco, di una ristrutturazione dei Sassi che realizzi, dalla parte del Sasso caveoso, un &quot;Museo dell&#8217;uomo e delle civilt&#xE0; rupestri&quot;. Insomma, una specie di &quot;Neolitic Park&quot; che tenga in considerazione anche le cavit&#xE0; sotterranee, non solo la superficie e consenta agli stessi materani di riappropriarsi di quella che fu una concezione abitativa assolutamente originale e di   <br />grandissimo valore. I recenti scavi di piazza Vittorio Veneto, hanno messo in luce alcuni splendidi complessi che mostrano la qualit&#xE0; e la funzionalit&#xE0; di questa tipologia del rupestre: larghi e profondi pozzi a ciclo aperto, da cui si diramano, come raggi dal mozzo di una ruota, cunicoli che danno vita a una complessa trama di gallerie, di cantine, di nevai, di cisterne a campana. Sotto terra troviamo perfino una torre medievale e una enorme cisterna imponente e silenziosa come una &quot;cattedrale d&#8217;acqua&quot;. Per l&#8217;architetto Mattia Acito, responsabile del progetto, si tratta &#xAB;del primo autentico museo storicoambientale della citt&#xE0;&#xBB;, un vero e proprio terminal da cui, in occasione dei prossimi festeggiamenti, si potr&#xE0; partire per escursioni mirate nelle viscere dei Sassi. Intanto la febbre delle celebrazioni sembra abbia scosso definiti-    <br />vamente i materani. Lungo tutto il Sasso barisano fervono i lavori, si restaurano le antiche abitazioni scavate nel tufo, si ripuliscono grotte e cisterne dalle macerie. Fino a pochi mesi fa nessuno voleva tornare nei Sassi, adesso un appartamento costa quanto a Manhattan. E fioriscono nuove attivit&#xE0; per la valorizzazione del rupestre. Lo stesso Laureano in collaborazione con una cooperativa, Ipogea, e con il patrocinio del Comune, ha creato un Centro delle civilt&#xE0; rupestri e delle acque. Sar&#xE0; una sorta di archivio-laboratorio multimediale sulle civilt&#xE0;, le tecniche di restauro, i progetti di valorizzazione ambientale dei siti rupestri internazionali. Matera insomma, intende risorgere sui suoi Sassi fondendo il mito delle caverne e quello del computer. Ci vorranno mesi, forse anni. Ma Laureano la soddisfazione pi&#xF9; grande l&#8217;ha gi&#xE0;    <br />ottenuta: quella di vedere Matera battere bandiera Unesco.</p>
<p><b>Trogloditi on line </b></p>
<p><b>Musei sotterranei e informatica: ecco il modello Loira</b></p>
<p>&quot;Troglo c&#8217;est chic&quot;, i trogloditi vanno di moda. E&#8217; la nuova parola d&#8217;ordine che circola da quest&#8217;anno nelle agenzie turistiche della Loira, una delle pi&#xF9; rinomate localit&#xE0; vacanziere della Francia. E si capisce: lo scorso anno, nell&#8217;area del Saumurois (300 km di gallerie sotterranee e di   <br />grotte abitate fin dal Medioevo) per la prima volta il turismo rupestre ha superato per numero di visitatori quello dei &quot;Castelli&quot;. Il rupestre da queste parti non possiede la ricchezza culturale dei Sassi di Matera. Ma a fronte dell&#8217;abbandono in cui versa il nostro patrimonio i francesi    <br />dimostrano che attorno al rupestre si pu&#xF2; sviluppare un eco-turismo fiorente che mescola atta tecnologia ed immaginario preistorico, enterteinment e cultura. Prendete un treno ad alta velocit&#xE0; e da Parigi, in poco pi&#xF9; di un&#8217;ora eccovi tra i nuovi trogloditi. Gente cortese, industriosa, dal piglio manageriale. Niente caverne umide e buie. Partiamo di una catena di ristoranti trogl&#xF2;, di circa 200 tra alberghi, motels e villette residenziali costruiti in grotte dall&#8217;aspetto lindo ed accogliente. Ai visitatori di D&#xE9;nez&#xE9;-sous Dou&#xE9;, una spettacolare cava di tufo sot-    <br />terranea che risale al Medioevo, viene off&#xE8;rto pure uno tocco alla Spielberg, con mult&#xEC;visioni sui pi&#xF9; spettacolari siti rupestri del mondo, musica e concerti dal vivo. Al convegno sul rupestre che si &#xE8; svolto il mese scorso a Saumour si &#xE8; parlato di eco-musei sotterranei, di sfruttamento turistico del sottosuolo e perfino di una rete informatica. Eureka, che colleghi in tempo reale, tutti i siti rupestri europei: Matera e la Cappadocia, Petra e Paterna (Spagna), D&#xE9;nez&#xE9;s-sous Dou&#xE9; e la Vateamontea. Fra i partecipanti circolava una certa euforia: &#xAB;Siamo    <br />convinti che si costruir&#xE0; prima l&#8217;Europa Trogloditica di quella Politica&#xBB;.</p>
<p><a href="rstampa.htm"></a></p>
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	<p></p>
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		<title>Restoring a home in Italy</title>
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		<comments>http://www.laureano.it/web/?p=35&amp;language=it#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 25 Oct 2001 12:24:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Elizabeth Helman Minchilli / Photographs by Simon McBride, (2001), ARTISAN     A Grotto in Matera (pag.234-245)     (Lingua inglese)
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A GROTTO IN MATERA
Matera, a small town in Basilicata in southern Italy, is unlike any other city I&#8217;ve ever visited. Inhabited since the seventh century, the historic center of the [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/coprest.jpg"><img id="id" style="border-top-width: 0px; border-left-width: 0px; border-bottom-width: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-right-width: 0px" height="171" alt="coprest" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/coprest-thumb.jpg" width="128" align="left" border="0" /></a> Elizabeth Helman Minchilli / Photographs by Simon McBride, (2001), ARTISAN     <br /><strong>A Grotto in Matera</strong> (pag.234-245)     <br />(Lingua inglese)</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="251" src="imrsta/coprest.jpg" width="181" align="right" /><b>A GROTTO IN MATERA</b></p>
<p>Matera, a small town in Basilicata in southern Italy, is unlike any other city I&#8217;ve ever visited. Inhabited since the seventh century, the historic center of the town, called I Sassi, is built up along two large stone ravines and is based on a complex system of cave dwellings that were dug out from a soft chalky stone called tufo. As the caves were enlarged by digging out more rooms from the living rock, the resulting excavated blocks of stone were used to construct new rooms that projected out from the hillside.    <br />These unique dwellings flourished and prospered until the 1930s, when efforts by bureaucrats to &quot;modernize&quot; the neighbourhoods resulted in paving over the open waterways that had collected and harnessed rainwater for centuries. </p>
<p><img style="margin: 0px 15px 0px 0px" height="350" src="imrsta/res1.jpg" width="248" align="left" /></p>
<p><i>     </p>
<p>A balcony on the second floor overlooks the house&#8217;s inner courtyard on one side and the town on the other.</i></p>
<p><i>     </p>
<p>The heavy front door was made by a local carpenter and is set into the ancient facade, which is carved of larga slabs of tufo excavated from the inner caves of the house. The courtyard, open to the elements, serves as the entry hall.</i></p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="248" src="imrsta/res2.jpg" width="177" align="right" /></p>
<p></p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>The new system of grottoes and cisterns was deemed unhygienic; unfortunately, not much else was done to bring plumbing up to standards, and squalor soon reigned. Poverty increased to such an extent that people were sharing caves with farm animals, and the delicate ecosystem that had prospered for more than a thousand years fell into severe decay. The situation was considered a national disgrace. In the 1950s I Sassi were deemed beyond redemption, and a law was passed ordering the inhabitants to move into newly built modern apartments at the town&#8217;s periphery. Like most Italians, I had a preconception of Matera based on slightly sinister memories. My father visited there in the 1970s, when it was basically a ghost town. But he found something magical about the empty caves and echoing streets. The strong impression the town made on him transferred itself to me, and for years I tried to find an excuse to go there. By the time I did, things had changed quite a bit. </p>
<p><img style="margin: 0px 40px 0px 0px" height="342" src="imrsta/res4.jpg" width="154" align="left" /></p>
<p><i>The rooms are cavelike, and on many d&#xED;fferent levels, connected by stairs cut into the living stone.      </p>
<p>The fireplace a new addition to one of the oldest parts of the house, is sculpted from a local stone called mazaro using a technique that doesn&#8217;t require cement.</i></p>
<p><i>The living room is in the most ancient part of the house, cut into the stone of the hillside. Beneath the floor are large cisterns that were used to hold water.      </p>
<p></i></p>
<p><i><img style="margin: 0px 0px 10px 10px" height="239" src="imrsta/res5.jpg" width="170" align="right" /></i></p>
<p>After suffering decades of neglect and abandon by local inhabitants, I Sassi had been brought back to life partly thanks to international attention.    <br />An architect and native son, Pietro Laureano, was instrumental in focusing global interest in their preservation. In 1992, he and his wife, Ast&#xEC;er, returned to     <br />Matera, where they rented a small apartment in I Sassi. During the course of the year, while he wrote his proposal for UNESCO to place Matera on the World Heritage List, the couple fell sway to the neighbourhood&#8217;s charms. The lack of cars provided a traffic - and pollution-free environment, and the beauty and the architecture of the place convinced them to call it home. Eventually, they decided to find a building to restore themselves.</p>
<p>Although many of the buildings, grottoes, and caves appear at first glance to be abandoned, many still belong to someone, and it&#8217;s not easy tracking down the owners. During the fifties, when most of the inhabitants were encouraged to move out, the municipality took possession of many of the abandoned dwellings, which entered into the public domain. Others, often owned by several members of the same family, remained in private hands. Still others were taken over by squatters who claimed ownership rights.</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="318" src="imrsta/res9.jpg" width="239" align="right" /></p>
<p><i></i></p>
<p><i>The rear wall of the living room boasts niches that probably held offerings as part of an ancient shrine. The canal cut into the wall, perhaps Neolithic, was used to drain and collect rainwater. The walls are covered in a special type of plaster that decreases the buildup of humidity, a technique that dates back to the first century A.D.</i></p>
<p><i>The master bedroom is on the &quot;newer&quot; second floor-dating to the seventeenth century. Antique bricks had been laid in a herringbone pattern on the floor but were hidden under a layer of cement and terra-cotta tiles. Blocks of local tufo were used on the vaulted ceiling. </i></p>
<p><em></em></p>
<p><img style="margin: 0px 10px 0px 0px" height="188" src="imrsta/res6.jpg" width="237" align="left" /></p>
<p>&#xA0;</p>
<p>After untangling the bureaucratic web of ownership, Pietro bought the main part of his house form a private seller. Tacked onto the original above-ground structure is an extensive network of caves, cisterns, and grottos. all part of the public domain, which the Laureanos have leased from the state for ninety-nine years.    <br />The couple began restoring the cavernous space to the natural refuge it originally was. One of the main problems was that over the years the immense cisterns under the house, which were originally used to hold water, had been filled in with rubble. The result was that the ground floors had become dank and humid. Once they were painstakingly cleared out, the house was allowed to breathe once more.     </p>
<p><b>ACQUA</b> (Water)</p>
<p>Urban restorations don&#8217;t present water management problems, since apartments are connected to city water systems. But venture out into the countryside and the situation is much different.    <br />In the past, isolated farmhouses usually depended upon a local source for water. A spring or a well often provided what small needs the family had. The home owners on page 178 discovered ancient cisterns that fed their own spring still running strong after at least four hundred years.Not everyone is so lucky. When we moved into our house in Umbria, we had no water source at all. During the first year, a truck made weekly visits to fill up two 10,000 liter (2,700-gallon) underground cisterns with water that we&#8217;d pump up to the house.</p>
<p><img style="margin: 0px 10px 0px 0px" height="319" src="imrsta/res7.jpg" width="228" align="left" /></p>
<p>&#xA0;</p>
<p><i>A Turkish bath was created within one of the cisterns. The sunken tub is lined with tiles from Vietri, near Naples. Many other cisterns and rooms in the house still await restoration - &quot;a continuing process requiring time, patience, and the vision and energy to see it through,&quot; say the home owners.</i></p>
<p><em></em></p>
<p> <em>
</p>
<p></p>
<p>   <i><img style="margin: 0px 0px 10px 20px" height="274" src="imrsta/res8.jpg" width="228" align="right" /></i>
<p></p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>An ancient niche carved into a side wall of the Laureano grotto forms a well at the </p>
<p>   <i>base, where capillary action enabled the original inhabitants to collect water. At a certain time every day, sunlight streaks through the front door and hits this spot directly in the center.</i></em>
<p>After a year of paying really high water bills, we decided to try to dig a well. That&#8217;s when we discovered there was no scientific method for deciding where to start. Instead, this important information was provided by a group of three diviners: one with a forked stick, another with a gold ring on the end of a rope, and a mystic in nearby Terni who dreamed we would find water &quot;by a large tree&quot;. After two attempts and 180 meters (590 feet), we gave up. We have now connected to the local aqueduct, which fills our cisterns.Whether you&#8217;re getting your water from a well or from the local water company, it&#8217;s always good insurance to install at least one large cistern. In most parts of central and southern Italy, water is in short supply during the summer months. Wells tend to go dry, and water companies often impose midday rationing. A holding tank or two will ensure water security for one or more days, depending on the size. So will leading all the drainpipes and gutters from the roof to top off the tank when it rains.</p>
<p>Like most houses in Matera, this one traces an architectural timeline. The main living room, located in the oldest part of the house, is carved right into the rock. Niches in the rear wall date back more than seven hundred years and may have been part of an ancient shrine. The newer parts of the house-the kitchen and upper stories-were built out and up around the original caves in the seventeenth century.    <br />Walking into the house is a surprising experience. It&#8217;s not cool, dark, or damp but warm and bright and welcoming. The blinding white stone used to front the facade is sculpted in intricate patterns. The bedrooms, with there soaring arched ceilings, are filled with light. he floor in the master bedrooms is centuries-old bricks laid down in a complicated herringbone pattern. A central courtyard allows light to pour into the kitchen and living room. The thick walls and natural insulation make the temperature even all year; heating is rarely needed in the winter, and during the summer it&#8217;s always fresh and cool.</p>
<p><img style="margin: 0px 10px 0px 0px" height="385" src="imrsta/res10.jpg" width="299" align="left" /></p>
<p><i>The home owners chose unique elements for their kitchen, including a deep sink salvaged from an abandoned farm. Rainwater collected in the cisterns, as well as water from the town, runs from the double faucets.</i></p>
<p>The timeline continues. While as recently as ten years ago you couldn&#8217;t give away homes in I Sassi, they have now become so sought after that the rising prices have almost put them out of reach. Perhaps its a blessing that the neighbourhood was abandoned and ignored, for while other historic centres have seen the inroads of modernization applied haphazardly over the last forty years, I Sassi appear to have been preserved in a sort of time capsule. Now, when the homes are finally appreciated, people like the Laureanos are helping to bring life to this magical town once more. </p>
	<p></p>
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		<title>Eureka</title>
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		<pubDate>Mon, 25 Oct 1999 11:59:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Rivista scientifica francese    &#xE9;cologie, mode de vie    Settembre 1999 n. 47 (pag. 36-43.)
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Depuis les bords du ravin d&#8217;o&#xF9; l&#8217;on domine la ville, Matera semble abandonn&#xE9;. Dans ce Sud italien, &#xE9;cras&#xE9; de chaleur l&#8217;&#xE9;t&#xE9;, les grottes s&#8217;alignent sur la falaise, trous b&#xE9;ants parfois ferm&#xE9;s par une porte en m&#xE9;tal, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 20px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="158" alt="ecop" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/ecop.jpg" width="124" align="left" border="0" /> Rivista scientifica francese</strong>    <br /><strong>&#xE9;cologie, mode de vie</strong>    <br />Settembre 1999 n. 47 (pag. 36-43.)</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="222" src="imrsta/ecop.jpg" width="167" align="right" /></p>
<p>Depuis les bords du ravin d&#8217;o&#xF9; l&#8217;on domine la ville, Matera semble abandonn&#xE9;. Dans ce Sud italien, &#xE9;cras&#xE9; de chaleur l&#8217;&#xE9;t&#xE9;, les grottes s&#8217;alignent sur la falaise, trous b&#xE9;ants parfois ferm&#xE9;s par une porte en m&#xE9;tal, cadenass&#xE9;e, comme pour l&#8217;&#xE9;ternit&#xE9;. A l&#8217;extr&#xE9;mit&#xE9; de la ville. les herbes ont envahi les lieux. Le crane chauve d&#xE9;passant des coquelicots et des bleuets, un homme soixantaine d&#8217;ann&#xE9;es passe sous les barri&#xE8;res &quot; Danger risque de chute de pierres &quot; poussant une brouette o&#xF9; deux dames-jeannes s&#8217;&#xE9;quilibrent difficilement. A l&#8217;entr&#xE9;e de la grotte o&#xF9; il garde son vin, un panneau indique le nom du propri&#xE9;taire : &quot; Pepe &quot;. </p>
<p><img height="320" src="imrsta/e1.jpg" width="439" /></p>
<p><b>Un esprit d&#8217;autosuffisance</b>    <br />Dans les ann&#xE9;es 50, 15000 personnes ont &#xE9;t&#xE9; &#xE9;vacu&#xE9;es de ces habitations troglodytiques. Aujourd&#8217;hui pourtant, Matera, situ&#xE9;e dans la r&#xE9;gion Basilicate, est le plus grand site urbain en restauration de toute la M&#xE9;diterran&#xE9;e. Objectif: retrouver le caract&#xE8;re archa&#xEF;que de la cit&#xE9;, utiliser son syst&#xE8;me d&#8217;architecture tout a fait particulier et plusieurs fois mill&#xE9;naire pour faire de cette ville un mod&#xE8;le de &quot; d&#xE9;veloppement durable &quot;. </p>
<p><img height="209" src="imrsta/123.jpg" width="451" /></p>
<p>Derri&#xE8;re cette expression galvaud&#xE9;e par les d&#xE9;fenseurs de l&#8217;environnement, Pietro Laureano, architecte et urbaniste originaire de Matera et responsable a l&#8217;Unesco du d&#xE9;veloppement des zones arides, a su mettre quelques id&#xE9;es simples. &quot; Alors qu&#8217;une ville conventionnelle exploite pour se d&#xE9;velopper des ressources ext&#xE9;rieurs, Matera s&#8217;est construite selon un mod&#xE8;le exactement inverse, en utilisant sur place tout ce qui &#xE9;tait n&#xE9;cessaire &#xE0; son expansion : les mat&#xE9;riaux, l&#8217;&#xE9;nergie, l&#8217;eau, explique-t-il. C&#8217;est dans cette esprit que nous r&#xE9;habilitons la ville. Je crois que la modernit&#xE9; ne r&#xE9;side pas dans les habitation de ciment et de b&#xE9;ton construites sur les hauteurs dans les ann&#xE9;es 60, mais qu&#8217;elle doit &#xEA;tre cherch&#xE9;e dans cette ville antique qui a toujours su utiliser son environnement tout en le respectant &quot;</p>
<p><img height="257" src="imrsta/n3.jpg" width="485" /></p>
<p><b>Premi&#xE8;res citernes &#xE0; l&#8217;&#xE2;ge du bronze </b>    <br />Si une pr&#xE9;sence humaine est attest&#xE9; &#xE0; Matera des le pal&#xE9;olithique, c&#8217;est a partir du n&#xE9;olithique que la ville actuelle est occup&#xE9;e par des tribus semi-nomades qui trouvent dans les gravines (reliefs calcaires traverses par de profondes crevasser) des lieux d&#8217;&#xE9;tape privil&#xE9;gi&#xE9;s. A l&#8217; &#xE2;ge du bronze, la diffusion des outils facilite les travaux de creusement de la roche calcaire tendre, le &quot; tuf &quot;. Les premiers citernes permettant de conserver l&#8217;eau pour les cultures sont sans doute creus&#xE9;es &#xE0; cette &#xE9;poque. Une structure &#xE9;nigmatique affleurant le sol de la ravine (voir photo p. 39) o&#xF9; l&#8217;on observe deux cercles concentriques de pierre. travers&#xE9;s par un &quot; couloir &quot; aboutissant &#xE0; une cavit&#xE9;, t&#xE9;moignerait encore aujourd&#8217;hui de ces premi&#xE8;res citernes. Certaines des plus anciennes habitations utiliseront ces citernes comme unique &quot; chambre &quot; : la plus &#xE9;l&#xE9;mentaire configuration de maison (voir ci-dessous) consiste en une simple caverne avec un mur de cl&#xF4;ture form&#xE9; par les blocs extraits de la caverne. Ensuite, l&#8217;habitation typique prend la forme d&#8217;une pi&#xE8;ce vo&#xFB;t&#xE9; (&quot;lamione&quot;,) construite a l&#8217;air libre mais greff&#xE9; sur la grotte primitive. La vo&#xFB;t&#xE9; de pierre &#xE9;vite de recourir au bois pour construire les toits. Le toit lui-m&#xE9;me, le long duquel s&#8217;alignent de larges rebords de chaque c&#xF4;t&#xE9;, facilite la r&#xE9;cup&#xE9;ration de l&#8217;eau et son acheminement vers la citerne. Sur l&#8217;ensemble du site, le collectage des flux d&#8217;eau au moyen d&#8217;un r&#xE9;seau de rigoles de citernes et de grottes permet de conserver le terrain en prot&#xE9;geant les pentes contre l&#8217;&#xE9;rosion. L&#8217;eau rassembl&#xE9;e sur le plateau alimente tout le village en utilisant la seule force de gravit&#xE9;.</p>
<p><img height="406" src="imrsta/n5.jpg" width="460" />    <br /><b>L&#8217;eau, drain&#xE9;e et contr&#xF4;l&#xE9;e</b>    <br />Les habitants de Matera avaient &#xE9;galement r&#xE9;gl&#xE9; a leur mani&#xE8;re le probl&#xE8;me de la climatisation de leurs habitations. Et&#xE9; comme hiver, la temp&#xE9;rature dans les grottes se maintient &#xE0; 15 degr&#xE9;s. Par quel miracle? Chaque grotte forme &#xE0; elle seule une chambre de condensation. Durant la nuit, la bruine d&#xE9;pos&#xE9;e sur la pierre s&#8217;infiltre dans la fosse o&#xF9; elle est recueillie et se conserve &#xE0; l&#8217;abri de la chaleur du jour. Pendant la journ&#xE9;e, l&#8217;humidit&#xE9; apport&#xE9;e par le vent est introduite entre les pierres, et condens&#xE9;e par la temp&#xE9;rature plus basse de cette chambre o&#xF9; est recueillie l&#8217;eau. &quot; Mai pour que le syst&#xE8;me fonctionne, il faut conserver la porosit&#xE9; de la pierre, explique Pietro Laureano. Certains, au moment de la restauration. ont enduit les murs d&#8217;un vernis imperm&#xE9;abilisant&#8230; et provoqu&#xE9; des inondations ! &quot;    <br />La ville ancienne s&#8217;accommode mal en effet d&#8217;am&#xE9;nagements modernes incontr&#xF4;l&#xE9;s, &quot;Tout le syst&#xE8;me urbain complexe fond&#xE9; sur le drainage, le contr&#xF4;le et la r&#xE9;partition des eaux, est rest&#xE9; intouch&#xE9; jusqu&#8217;au XVIII si&#xE8;cles. poursuit Pietro Laureano.</p>
<p>Mais au XIX, et surtout au XX si&#xE8;cles, la capacit&#xE9; de gestion communautaire des ressources dispara&#xEE;t. La ville moderne s&#8217;&#xE9;tend en amont des lignes de pentes de ruissellement, l&#xE0; o&#xF9; la cit&#xE9; antique ne s&#8217;&#xE9;tait, jamais aventur&#xE9;e. Le comblement des cours de drainage, transform&#xE9;s en route, et la destruction du r&#xE9;seau capillaire de collectage hydrique brisent des contraintes mill&#xE9;naires qui exigeaient le respect d&#8217;un &#xE9;quilibre : celui d&#8217;un d&#xE9;veloppement urbain proportionne &#xE0; la raret&#xE9; des ressources naturelles. &quot; </p>
<p><b><img style="margin: 0px 10px 0px 0px" height="371" src="imrsta/n6.jpg" width="244" align="left" />L&#8217;enfer de Dante</b>    <br />Dans son roman le Christ s&#8217;est arr&#xEA;te &#xE0; Eboli Carlo L&#xE9;vi raconte le sentiment d&#8217;horreur &quot; m&#xEA;l&#xE9; d&#8217;&#xE9;merveillement pour sa tragique beaut&#xE9; &quot; que lui inspire cette ville. &quot; C&#8217;est ainsi qu&#8217;&#xE0; l&#8217;&#xE9;cole nous nous repr&#xE9;sentions l&#8217;enfer de Dante ( &#8230; ) J&#8217;apercevais l&#8217;int&#xE9;rieur- des grottes, qui ne voient le jour et ne re&#xE7;oivent l&#8217;air que par la porte. Certaines n&#8217;en ont m&#xEA;me pas, on y entre par le haut, au moyen de trappes et d&#8217;&#xE9;chelles. Dans ces trous sombres, entre les murs de terre je voyais les lits, le pauvre mobilier, les hardes &#xE9;tendues . Sur le plancher &#xE9;taient allong&#xE9;s les chiens, les brebis, les ch&#xE8;vres, les cochons. Chaque famille n&#8217;a en g&#xE9;n&#xE9;ral qu&#8217;une seule de ces grottes pou- toute habitation et ils y dorment tous ensembles, hommes, femmes, enfants et bettes. Vingt mille personnes vivent ainsi ( &#8230; ).je n&#8217;ai jamais eu une telle vision de mis&#xE8;re (&#8230; ).J&#8217;ai vu des enfants assis sur le seuil de leur maison, dans la salet&#xE9;, sous le soleil, les yeux mi-clos et les paupi&#xE8;res rouges et enfl&#xE9;es &quot;.</p>
<p>&#xA0;</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="323" src="imrsta/n7.jpg" width="272" align="right" /></p>
<p>Les conditions de d&#xE9;gradation de l&#8217;hygi&#xE8;ne sont telles que le gouvernement italien d&#xE9;cide d&#8217;&#xE9;vacuer les occupants des 3000 habitations, dont 1641 ont &#xE9;t&#xE9; d&#xE9;finies comme troglodytiques. Une ville enti&#xE8;rement nouvelle qui compte aujourd&#8217;hui 50 000 habitants, est construite au-dessus des deux quartiers de Sassi (&quot; pierres &quot;, en italien).Il faudra presque quarante ans pour que l&#8217;id&#xE9;e d&#8217;une r&#xE9;habilitation des quartiers troglodytiques se concr&#xE9;tise. Un appel d&#8217;offres est lanc&#xE9; dans les ann&#xE9;es 80 pour savoir quel avenir leur donner.Faut-il les d&#xE9;truire, en faire un mus&#xE9;e, les r&#xE9;utiliser, comme salles d&#8217;expositions? Alors que l&#8217;Unesco d&#xE9;cide en 1993 d&#8217;inscrire la ville sur la liste du patrimoine mondial de l&#8217;humanit&#xE9;, au motif que &quot; ce parc naturel et arch&#xE9;ologique a acquis une valeur universelle exceptionnelle, r&#xE9;sultant de la symbiose entre les caract&#xE9;ristiques culturelles et naturelles &quot;, l&#8217;id&#xE9;e de faire revenir la population dans les habitations d&#8217;origine finit par s&#8217;imposer. </p>
<p><img height="380" src="imrsta/n8.jpg" width="417" /></p>
<p><b>Les enfants reviennent &#xE0; Matera </b></p>
<p>Dans la tr&#xE8;s grande majorit&#xE9; des cas, ce ne sont pas les anciens habitants des grottes qui manifestent l&#8217;envie de revenir. Ceux-l&#xE0; ont g&#xE9;n&#xE9;ralement de trop mauvais souvenirs de maisons totalement insalubres.   <br />Certains pourtant en sont rest&#xE9;s propri&#xE9;taires. Gomme ce menuisier, qui a gard&#xE9; sa grotte de 50 m&#xE8;tres carr&#xE9;s pour les f&#xEA;tes de famille, continuant d&#8217;y c&#xE9;l&#xE9;brer No&#xEB;l et les communions de ses enfants, pr&#xE9;f&#xE9;rant les r&#xE9;unir l&#xE0; plut&#xF4;t que de salir son nouvel appartement.</p>
<p><img style="margin: 0px 10px 0px 0px" height="358" src="imrsta/n9.jpg" width="291" align="left" />La majorit&#xE9; des candidats au &quot; retour &quot; se trouve en fait parmi ceux qui n&#8217;y ont habit&#xE9;, parmi les enfants et les petits-enfants des anciennes g&#xE9;n&#xE9;rations.A premi&#xE8;re vue pourtant, la pi&#xE8;ce humide et sans lumi&#xE8;re la mousse verte sur des murs d&#xE9;goulinant d&#8217;humidit&#xE9;, sont plut&#xF4;t repoussantes. &quot; Il fallait donc donner l&#8217;exemple, et prouver que ces grottes, &#xE0; condition d&#8217;&#xEA;tre correctement restaur&#xE9;e &#xE9;taient des habitation extraordinaire &quot;. On ne s&#8217;&#xE9;tonnera pas que la demeure de Pietro Laureano et son cabinet d&#8217;architecture puissent rivaliser avec certaines maisons de magazines de d&#xE9;coration. Mais le plus stup&#xE9;fiant est de voir la m&#xE9;tamorphose s&#8217;op&#xE9;rer aussi bien pour des magasins d&#8217;alimentation, des bureaux d&#8217;informatique, ou des habitations &quot; ordinaires &quot;. L&#8217;Etat italien participe &#xE0; hauteur de 50% au financement de tous les travaux de r&#xE9;novation, et depuis deux ans, les cours de l&#8217;immobilier dans les Sassi ont commenc&#xE9; &#xE0; grimper. Deux mille habitants ont d&#xE9;j&#xE0; r&#xE9;int&#xE9;gr&#xE9; l&#8217;ancienne ville, et il est pr&#xE9;vu de ne pas d&#xE9;passer 7 000 pour respecter l&#8217;&#xE9;quilibre. </p>
<p>&#xA0;</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="338" src="imrsta/n10.jpg" width="300" align="right" /></p>
<p><b>Des projets fous</b>    <br />Enfin, pour se conformer &#xE0; ce mod&#xE8;le de ville respectueuse de l&#8217;environnement, les projets les plus fous sont lanc&#xE9;s, dont certains ont de grandes chances d&#8217;&#xEA;tre concr&#xE9;tis&#xE9;s: abolition de la voiture dans les vieux quartier, recyclage des d&#xE9;chets en r&#xE9;alisant, quartier par quartier des unit&#xE9;s de compostage fournissant l&#8217;humus    <br />n&#xE9;cessaire aux futurs jardins suspendus retrouv&#xE9;s. Pour l&#8217;&#xE9;nergie, plut&#xF4;t que d&#8217;util&#xED;ser des panneaux solaires, trop encombrants en espace, on envisage de recourir au biogaz. Enfin, une exception &#xE0; la loi italienne qui interdit l&#8217;utilisation directe de l&#8217;eau de pluie pourrait m&#xEA;me &#xEA;tre adopt&#xE9;e pour Matera. D&#xE9;j&#xE0; certains habitants ont recours. en douce, &#xE0; deux sources d&#8217;eau : le r&#xE9;seau d&#8217;eau de la ville, pour leur consommation d&#8217;eau potable, et celle des pluies, pour alimenter toilettes et salles de bains. Certaines des vieilles citernes, toujours conserv&#xE9;es dans les maisons restaur&#xE9;es, reprennent alors r&#xE9;ellement du service. Le mythe de l&#8217;autosuffisance &#xE0; port&#xE9;e de main &#8230; </p>
<p><i>Marina Julienne. Photos : Agostino Pacciani pour Eur&#xEA;ka</i></p>
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		<title>Sasso d&#8217;autore</title>
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		<pubDate>Tue, 11 May 1999 18:05:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ da il Sole24Ore - maggio 1996
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<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/ilsole24ore.pdf" target="_blank"><img style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="44" alt="download" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/download5.jpg" width="154" border="0" /></a> </p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/ilsole24ore.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="244" alt="p01" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/p012.jpg" width="196" border="0" /></a>&#xA0;&#xA0; <a href="http://www.laureano.it/web/docs/ilsole24ore.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="244" alt="p02" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/p02.jpg" width="200" border="0" /></a>&#xA0;&#xA0; <br /> <a href="http://www.laureano.it/web/docs/ilsole24ore.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="237" alt="p03" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/p031.jpg" width="195" border="0" /></a> </p>
<p><a href="http://www.laureano.it/web/docs/ilsole24ore.pdf" target="_blank"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="44" alt="download" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/11/download5.jpg" width="154" border="0" /></a></p>
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		<title>Sulle orme delle carovaniere del deserto Il viaggio di un architetto antropologo</title>
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		<pubDate>Tue, 10 Dec 1996 13:01:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.laureano.it/web/?p=39</guid>
		<description><![CDATA[ Da LARES    Rivista trimestrale di studi demoetnoantropologici     diretta da Giovanni Battista Bronzini    Gi&#xE0; Bollettino della Societ&#xE0; di Etnografia Italiana fondato nel 1912 e diretto da L. Loria (1912), F. Novati (1913-1915), P. Toschi (1930-1974)    Anno LXII n.4 Ottobre-Dicembre 1996   [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/logobronz.gif"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 20px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="138" alt="logobronz" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/logobronz-thumb.gif" width="107" align="left" border="0" /></a> Da <strong>LARES</strong>    <br /><strong>Rivista trimestrale di studi demoetnoantropologici </strong>    <br />diretta da <strong>Giovanni Battista Bronzini</strong>    <br />Gi&#xE0; Bollettino della Societ&#xE0; di Etnografia Italiana fondato nel 1912 e diretto da L. Loria (1912), F. Novati (1913-1915), P. Toschi (1930-1974)    <br />Anno LXII n.4 Ottobre-Dicembre 1996     <br /><strong></strong></p>
<p><strong>Sulle orme delle carovaniere del deserto      <br /></strong><strong>Il viaggio di un architetto antropologo</strong> </p>
<p>Nella successione a distanza ravvicinata dei tre volumi di Pietro Laureano {<i>Sahara, giardino sconosciuto</i>, Firenze, Giunti, 1988, edizione francese <i>Sahara, jardin m&#xE9;connu</i>, Paris, Larousse, 1991; <i>Giardini di pietra</i>. <i>I Sassi di Matera e la civilt&#xE0; mediterranea</i>, Torino, Bollati Boringhieri, 1993; <i>La piramide rovesciata</i>. <i>Il modello dell&#8217;oasi per il pianeta Terra</i>, ivi, 1995) vorrei rimarcare la continuit&#xE0; di un obiettivo ben determinato e di un metodo di ricerca ad esso adeguato: obiettivo e metodo che raggiungono il loro compimento nel terzo volume, che qui intendo illustrare e commentare.</p>
<p>L&#8217;obiettivo &#xE8; costituito dalla individuazione di modelli di antiche civilt&#xE0;, storicamente collegabili, epper&#xF2; distanziate nello spazio, spesso anche nel tempo di origine e sviluppo, che rivelano una uguale, simile o analoga tettonica della vita materiale e spirituale delle rispettive popolazioni. Una tettonica ispirata a un rapporto di mutua compensazione fra natura e cultura, in che &#xE8; riposto il segreto di lunga durata e di straordinaria resistenza delle relative strutture fisiche e ideologiche, adeguate o adeguabili alle rinnovate esigenze di sopravvivenza. Un obiettivo, dunque, mirato e ben preciso, ma mobile, sia per se stesso, in senso diacronico e sincronico, sia per l&#8217;osservatore-ricercatore, tenuto a visitare localit&#xE0; diverse, ad analizzare le loro strutture, a riesumare quelle sommerse, a ritrovarne la logica inventiva e costruttiva, a ricostruirne, quando si &#xE8; persa, la funzione originaria: questa pu&#xF2; essere, anzi paradossalmente &#xE8;, tanto pi&#xF9; complessa quanto pi&#xF9; semplice e naturale &#xE8; la costruzione. Compito tecnico e insieme umanistico &#xE8; quello di seguire della cosa il processo d&#8217;uso nel tempo. Ed &#xE8; qui che lo studioso si trova a dover abbracciare competenze anche non professionali, se gli preme cogliere in pieno l&#8217;obiettivo. Nel caso specifico di Laureano, l&#8217;architetto, il geniale architetto, qual &#xE8; e mostra di essere, indossa l&#8217;abito del geografo, del paletnologo, dell&#8217;etnologo, dello storico. E, pur in parttime, vi si sente a proprio agio, localizzando, storicizzando, antropologizzando il discorso, senza perdere mai di vista il filo conduttore della sua ricerca, che rimane centralmente architettonico e che, proprio per tale natura concreta e visiva, diventa speculare dei molteplici aspetti di ordine spaziale, temporale, economico, sociale, istituzionale, religioso, che vi si riflettono. E c&#8217;&#xE8; di pi&#xF9;: egli mette a suo agio il lettore con una scrittura moderna, agile, chiara, accattivante, direi geometrica, conforme alla geometria strutturale dell&#8217;unit&#xE0; nella variet&#xE0;, dell&#8217;uguale nel diverso, del nostro nell&#8217;alieno: rapporto oppositivo da conciliare col connubio<i> super partes et loca</i> tra natura e cultura, di cui sostanzia il messaggio incluso nella sua ragionevole proposta di rispetto dell&#8217;antico come primo c&#xE0;none di salvaguardia di quella parte della nostra identit&#xE0; culturale che ci proviene dall&#8217;ambiente fisico in cui viviamo e operiamo.</p>
<p>Non oser&#xF2; ovviamente addentrarmi nel labirinto dell&#8217;officina specializzata di architetto e strutturalista in cui l&#8217;Autore forgia da capomastro (che vuol significare molto di pi&#xF9; dell&#8217;inflazionato titolo accademico di maestro) la sua ineccepibile analisi delle tecniche e pratiche adottate per il miglior impiego delle risorse idriche. Non saprei per mia incapacit&#xE0; uscirne, o avrei bisogno di molte Arianne! Ne mi &#xE8; dato accedere alla specola da cui egli giudica da esperto la realt&#xE0; osservata <i>de visu</i> e toccata con mano. Questa sua conoscenza diretta di localit&#xE0; e popolazioni scelte come casi esemplari rende ancora pi&#xF9; evidente il difetto di un&#8217;ottica ancora colonialistica con cui siamo abituati a guardare e giudicare da lontano e dal di fuori tutto ci&#xF2; che &#xE8; o appare alieno dalla nostra civilt&#xE0;, altro da noi. Posso dire soltanto che i vari labirinti oasiani illustrati dall&#8217;Autore hanno uno schema comune di fondazione, imperniato sul fattore acqua.</p>
<p>Sull&#8217;acqua, bene essenziale di vita sul nostro pianeta, quella che scorre dal sottoterra e quella che viene dal ciclo, si appunta proficuamente l&#8217;attenzione dell&#8217;architetto, ricercatore di quanto si ricava dal sottosuolo prima di essere costruttore di quanto sporge da esso. L&#8217;acqua &#xE8; uno dei quattro elementi (gli altri sono l&#8217;aria, la terra, il fuoco) generatori del cosmo per i filosofi antichi<i>(1)</i>. Essi assumono valore sacro proprio in conseguenza delle riconosciute loro funzioni vitali. Nella religione pagana avevano il titolo di geniales, in quanto datori di vita a tutto l&#8217;universo. Il cantico di S. Francesco recepisce e svolge in senso panteistico questa loro funzione mediatrice e causativa del nostro essere creature di Dio, e per <i>sor&#8217;acqua</i>, si dice appunto che &#xAB;&#xE8; molto utile et h&#xF9;mele et pretiosa et casta&#xBB;. In tal caso il testo poetico diventa documento storico. In effetti, se si ripercorre la storia dell&#8217;umanit&#xE0;, si constata una parabola discendente e di continuo degrado nell&#8217;uso di tutti e quattro i suddetti elementi capitali. Cos&#xEC; dal preistorico culto delle acque, che rispondeva a un bisogno primario di vita e che &#xE8; stato mantenuto nelle culture classiche, si &#xE8; giunti a far dell&#8217;acqua un bene a disposizione delle nazioni ricche e a farne sentire perennemente la sete alle popolazioni povere del Mezzogiorno d&#8217;Italia e dei Paesi del Terzo Mondo.</p>
<p>A supporto della importanza del problema idrico, rilevata da Laureano per l&#8217;ecosistema della rimodellazione dei moderni acquedotti sugli antichi, ai fini di una meno violenta e pi&#xF9; razionale architettura, rivolta non solo alla organizzazione funzionale ed estetica della citt&#xE0;, bens&#xEC; anche del suo territorio, quindi attenta ai bisogni della campagna, segnaler&#xF2; la rilevanza massima che viene data al suddetto problema da parte di tecnici e studiosi di agraria per le soluzioni produttive che si possono dare e da parte di museologi della ruralit&#xE0; per la scrupolosa rappresentazione museografica del nesso acqua-agricoltura. Su questo tema si &#xE8; tenuto dal 27 settembre al 3 ottobre 1992 in Italia, itinerante tra Umbria, Emilia-Romagna, Lombardia e Trentino, il X Congresso internazionale degli agromusei, organizzato dall&#8217;Association Internationale des Mus&#xE9;es d&#8217;Agriculture, che &#xE8; aggregata all&#8217;Unesco. Una delle relazioni pi&#xF9; significative del Congresso &#xE8; stata svolta da Jean-Claude Duclos, conservatore del Museo etnoagricolo del Delfinato e vice-presidente dell&#8217;AIMA.<i>(2)</i> Questi, partendo dalla considerazione dell&#8217;agricoltura come matrice di ogni cultura in quanto sintesi originaria e suprema della simbiosi uomo-ambiente, ha confermato la validit&#xE0; assoluta dell&#8217;approccio ecosistemico in stretta connessione con i maggiori problemi del la societ&#xE0; contemporanea, quali quelli della fame, della conservazione di determinati paesaggi rurali, e complessivamente per soddisfare il bisogno di riconquistare negli spazi delle citt&#xE0; e dei paesi la identit&#xE0; culturale che andiamo sempre pi&#xF9; perdendo.</p>
<p>Per meglio valutare il metodo interdisciplinare applicato da Laureano, giover&#xE0; esaminare gl&#8217;impieghi ch&#8217;egli fa delle singole discipline, utilizzandole globalmente e provandone gli effetti convergenti. Dall&#8217;architetto passiamo al geografo, allo storico, all&#8217;antropologo e cos&#xEC; via. La geografia, specialmente quella antropologica, non &#xE8; stata per Laureano una scienza collaterale da utilizzare ricavandone nozioni libresche, ma un&#8217;acquisizione di luoghi, uomini e cose, ch&#8217;egli ha tratta da una decennale continuativa esperienza di osservatore dei modi di vita, studiandone personalmente le forme di insediamento urbanistico. Cardine fondamentale di questo libro &#xE8; il viaggio nella sua accezione ed effettualit&#xE0; etnologica. Laureano ha viaggiato per vedere, capire l&#8217;antico e progettare il nuovo come sviluppo dell&#8217;antico. Lo ha fatto per una missione speciale quale consulente dell&#8217; UNESCO, per la individuazione dei beni culturali di grande rilevanza a livello mondiale da salvaguardare. I Sassi di Matera sono stati inseriti in tale censimento. Questo risvolto pratico aggiunge merito e concretezza al suo impegno di lavoro.</p>
<p>Il paradigma del viaggio ha prodotto una ricca letteratura mitica e storica ed ha una tradizione antica e moderna di straordinario valore, da Omero, Strabene, Virgilio ai taccuini e giornali di bordo di navigatori e scopritori delle Indie ed Americhe, nel cos&#xEC; detto secolo d&#8217;oro di conoscenze del mondo, alle relazioni dei primi etnografi ed etnologi, che furono quegli stessi e al loro s&#xE9;guito i missionari, per sfociare sul versante romanzesco in una rigogliosa narrativa avventurosa inglese e francese, che arriva fino al Settecento con Robinson Crusoe di Daniel De Foe; mentre sul versante critico si accese s&#xF9;bito una fervida querelle fra denigratori e difensori dei selvaggi. Tra i difensori, che prevalsero per numero e qualit&#xE0;, ricordiamo nel XVI secolo il religioso eretico spagnolo Bartolom&#xE9; de Las Casas (1474-1566), il pastore protestante francese Jean de L&#xE9;ry (1534-1613). Il pi&#xF9; fine <i>laudator</i> fu certamente Michel de Montaigne (1533-1592) con gl&#8217;impareggiabili affreschi dei suoi <i>Essais</i>. Dove cos&#xEC; egli ritrae e nobilita i selvaggi: <i>Possiamo dunque ben chiamarli barbari, se li giudichiamo secondo le regole della ragione, ma non confrontandoli con noi stessi, che li superiamo in ogni sorta di barbarie. [&#8230;] E sono ancora nella felice situazione di desiderare solo quel tanto che le loro necessit&#xE0; naturali richiedono; tutto quello che va al di l&#xE0; &#xE8; superfluo per loro. Generalmente, fra loro, quelli che hanno la medesima et&#xE0; si chiamano fratelli; figli i pi&#xF9; giovani, mentre i vecchi sono padri per tutti gli altri. Questi lasciano ai loro eredi in comune il pieno possesso de beni indivisi, senz&#8217;altro titolo che quello puro e semplice che natura da alle sue creature mettendole al mondo.</i></p>
<p>Su quel terreno, come in uno dei giardini interplanetari avvistati e illustrati da Laureano, al cospetto e confronto di una natura vergine e di una cultura ad essa adeguata, spunt&#xF2; e crebbe in Europa il mito del buon selvaggio e insieme rifior&#xEC; quello del Paradiso terrestre, non senza effetti benefici di riflessione morale e consapevolezza politica per l&#8217;idea d&#8217;Europa, come lucidamente incise in memorabili pagine lo storico Federico Chabod.<i>(3) </i>Il libro di Laureano, che pu&#xF2; essere gustato anche come carnet de voyage, trova agganci in quella letteratura. Se valutato - e merita di esserlo - come testo di architettura antropologica, esso trova verifiche e conferme del suo assunto di fondo nella migliore ricerca etnologica contemporanea, orientata verso un nuovo umanesimo da instaurare per il rapporto fra cultura osservata e cultura osservante e per la pi&#xF9; alta considerazione delle culture altre, specie nelle fasi di genocidio ed etnocidio o di distruzione indiscriminata dell&#8217;antico che quelle culture ci trasmettono. E tuttora valido - e il libro di Laureano ce lo conferma - l&#8217;interrogativo che si poneva, gi&#xE0; venti anni fa, l&#8217;etnologa Ernesta Cerulli, ponendo l&#8217;antinomia fra <i>Tradizione e etnocidio</i> come <i>I due poli della ricerca etnologica oggi</i> (questo &#xE8; il titolo e sottotitolo di un suo libro del 1977) e cosi confessando il dubbio che la tormentava: <i>Le culture di interesse etnologico sono davvero cos&#xEC; profondamente diverse dalla civilt&#xE0; occidentale, si da non poterla mai raggiungere nel cammino del progresso, in quanto rappresentano sopravvivenze dell&#8217;epoca preistorica? oppure le differenze sono pi&#xF9; formali che sostanziali, pi&#xF9; quantitative che qualitative? perch&#xE9; in etnologia si parla sempre e solo di culture e mai - o quasi mai - di individui?(4)</i></p>
<p>Se si vuoi fare un ulteriore salto su questa linea di pensiero e avvicinarci ancora di pi&#xF9; alla dimensione prospettata da Laureano, bisogna passare dal concetto di individui a quello di m&#xE8;mbri di comunit&#xE0;, artefici di culture comunitarie. E in questa direzione che si proietta per via geografica e storica la mappa, disegnata da Laureano, delle oasi del deserto, intese queste in senso reale e simbolico. La storia ch&#8217;egli pratica si adegua al progetto ed &#xE8; quindi pi&#xF9; largamente comparativistica che microscopicamente focalizzata, s&#xEC; da apparire agli antipodi della <i>nouvelle histoire</i> delle <i>Annales</i>, che oggi ha la meglio, ma come questa &#xE8; volta a considerare realizzazioni di comunit&#xE0; stimolate da bisogni esistenziali. E quindi una storia che ha come punto di forza l&#8217;avere come oggetto di studio le cose, ossia le forme di insediamento, i mezzi di sussistenza e i modi di sopravvivenza, rispondenti a quelli che vengono denominati in etnologia propriamente bisogni primari. Le cose, come in archeologia, costituiscono la fonte principale, mentre sono fonti collaterali e integrative la documentazione scritta e orale, esplicative della mentalit&#xE0; e ideologia collettiva, che &#xE8; sempre stata alla base delle pi&#xF9; importanti e ardite costruzioni di utilit&#xE0; pubblica, materiale e/o spirituale, dalle piramidi d&#8217;Egitto ai palazzi imperiali di Roma antica, agli acquedotti medievali e moderni, la cui messa in opera era non a caso contesa fra Dio, o il suo rappresentante di turno, come fu per lungo tempo il pagano Virgilio cristianizzato, e il Diavolo o L&#8217;Anti-Cristo.</p>
<p>Il manto storico sovrapposto da Laureano viene a coprire a grandi arcate un lungo periodo cronologico, dalla prima et&#xE0; dell&#8217;uomo sapiens fino al suo ingresso nell&#8217;era industriale, e un&#8217;ampia estensione di lontane e distaccate aree, di etnie incrociatesi, in situazioni diversificate: una storia omologante di formazioni, emigrazioni, stabilizzazioni sia pur sempre temporanee; una storia che riunisce storie singole e particolari di culture estinte per morte naturale o violentemente infrante da far emergere, talune almeno alla nostra memoria dalla loro inevitabile scomparsa e talaltre alla nostra coscienza dal nostro responsabile obl&#xEC;o, dalla nostra superba non curanza, dalla nostra ingenuit&#xE0; o disonest&#xE0; intellettuale, dal nostro sempre pi&#xF9; crescente arroccamento eurocentrico, che in gran parte &#xE8; derivato dal deprezzamento delle culture primitive. E qui siamo con Laureano in pieno focus antropologico centrato su un campo che viene delineato nelle sue precise coordinate geografiche e storiche. Il nostro eurocentrismo, che ci fa autoconsiderare grandi navigatori, primi scopritori e conquistatori di terre oltreoceaniche, cozza contro la storia, per cui la priorit&#xE0; di certe scoperte europee va riveduta. La scoperta del continente americano fu anticipata dai Vichinghi e forse da navigatori africani. Ci sono indizi che popoli di oltre Atlantico, denominati Indiani, siano sbarcati in Europa in epoca romana. Ma, in fatto di scoperte, c&#8217;&#xE8; di pi&#xF9;. L&#8217;alfabeto fu importato in Grecia dai Fenici. La tesi, prospettata da Erodoto (lib. V, 58, 1: &#xAB;I Fenici venuti insieme a Cadmo, dei quali facevano parte i Gefirei, stabilitisi in questa regione, introdussero fra i Greci molte nuove conoscenze e, in particolare, l&#8217;alfabeto, di cui in precedenza i Greci, secondo me, erano sprovvisti; in un primo tempo si servirono dei caratteri ancora usati da tutti i Fenici; in seguito, col passar del tempo, cambiando lingua cambiarono anche la forma delle lettere&#xBB;),<i>(5)</i> ha trovato conferma nella recente critica filologica.<i>(6)</i></p>
<p>L&#8217;archeologia non &#xE8; da meno della filologia nel rivelarci sorprese, che possono spiegarci meglio il significato originario dei segni pi&#xF9; maestosi e rappresentativi del potere regale e sacro delle faraoniche dinastie egiziane, quali sono le piramidi. Le piramidi, come si deduce dalla etimologia della voce dotta faraone, ricalcato nel lat.Phara-&#xF3;nis sull&#8217;ebr. Par&#8217;&#xF3;h, derivato a sua volta dall&#8217;egiziano per-a&#8217;a, indica la &#xAB;grande casa&#xBB;. Alcuni anni fa (1991) un team di archeologi americani ed egiziani scopr&#xEC; in Egitto nella zona del villaggio di Abydos, circa 450 chilometri a sud del Cairo, &#xAB;una intera flotta di 12 navi risalenti alla prima dinastia dei faraoni, quindi a qualcosa come 5.000 anni fa&#xBB;.<i>(7)</i> Secondo l&#8217;americano David O&#8217;Connor, la flotta, datata tra il 2.700 e il 3.000 B.C., sarebbe stata sepolta nelle vicinanze dei luoghi funebri &#xAB;per permettere ai faraoni di salire a bordo di questi &quot;vascelli magici&quot; e di compiere il lungo viaggio nell&#8217;aldil&#xE0;, cavalcando i raggi del sole di giorno e le stelle del firmamento di notte&#xBB;. Questo ritrovamento mi induce altres&#xEC; a segnalare le ricerche promosse dall&#8217;Associazione internazionale &#xAB;Antropologia e mondo antico&#xBB;, presieduta da Carlo Tullio Altan, con sede centrale a Siena, della quale faccio parte; che ha tenuto peraltro, nel maggio dell&#8217;anno scorso (1995) a Milano, un convegno internazionale di antichistica e antropologia su &#xAB;Essere io, essere noi: identit&#xE0; individuali e collettive&#xBB;, dove lo storico Pascal Vernus relazion&#xF2; proprio su <i>Histoire collective et identit&#xE9; individuelle dans l&#8217;Egypte pharaonique</i> .<i>(8)</i></p>
<p>Per quanto attiene al moderno, notevole &#xE8; stato l&#8217;approfondimento delle ricerche antropologiche.<i>(9)</i> La cultura africana ha dato in questi ultimi decenni prova di grande vitalit&#xE0;, in campo letterario, specificamente narrativo e poetico.<i>(10)</i> Ne ebbi conferma nelle Giornate di studi comparativistici svoltesi nel 1984 su &#xAB;Langage et culture en Afrique de l&#8217;Ouest&#xBB;.<i>(11)</i>Sulle fiabe di magia &#xE8; da poco uscito in Germania un importante studio di S. Schmidt, Zauberm&#xE0;rchen in Afrika. Endhiungen der Damara una Nama, K&#xF2;ln, K&#xF3;ppe, 1994.<i>(12)</i></p>
<p>Tutto ci&#xF2; consente di immaginare il contesto naturale e ^culturale in cui sono sorte le dimore del Sole, come Laureano definisce le oasi del Sahara, che in tutti i loro tipi hanno, a fondamento costruttivo e come confine di separazione dal deserto, l&#8217;acqua, quale simbolo di un benefico naufragio primordiale. Gli Egizi, riferisce Strabene (Geografia XVII, 1, 5), chiamano oasi i luoghi abitati circondati da vasti deserti, come isole nel mare aperto. La voce propria &#8216;acqua&#8217; ha anche il senso di una fonte salutare e sacra, ed &#xE8; congiungibile per il radicale con &#8217;soglia&#8217; e &#8216;viaggio&#8217;, &#8216;cammino&#8217;. L&#8217;acqua, dunque, innuclea il duplice significato di un bisogno fisiologico e di una protezione divina: entrambi necessari per il viaggio nel deserto. Non a caso si trovano compendiati nel culto bizantino della Odegitria e in particolare in quello della Madonna d&#8217;Idris a Matera, la cui immagine invisibile fu tutt&#8217;uno con la roccia, che s&#8217;erge al centro del Sasso Caveoso sull&#8217;alta sponda del torrente Gravina.</p>
<p>La trattazione di Laureano ci predispone e ci spinge a tali escursioni semantiche, che non sono avulse dalla comprensione della realt&#xE0;, anzi l&#8217;agevolano e provano. Altrettanto chiarificatrici del nesso natura-cultura sono le metafore ricorrenti nelle culture mediterranee e orientali in genere. E fa bene Laureano a riportarle nel suo discorso o nei testi messi ad occhiello dei capitoli. Una di esse &#xE8; il &#xAB;ventre del Sahara&#xBB; algerino, ossia del gigante Sahara; un&#8217;altra &#xE8; la sua voce, che i Taureg ascoltano seduti al tramonto sulle cime delle dune pi&#xF9; alte: perle, tutt&#8217;&#xE8; due insieme, assai significative di antropomorfismo del deserto considerato come gigante. Il gigante &#xE8; stato sempre il predecessore autoctono dei personaggi sacri nei culti religiosi del bacino mediterraneo. Una corrispondenza la troviamo nel nome del Promontorio garganico, la cui radice gar- (comune anche a gravina e, da cui viene il nome del torrente Gravina) significa gola, riferibile alla conformazione grottale e cavernosa della montagna, raffigurabile con quella di un gigante (qual &#xE8; e come si chiama, per il principio <i>nomen-omen</i>, il sovrumano personaggio rabelaisiano di <i>Gargantua</i>). Il che ci riporta al mitico dio Gargan, che ha preceduto l&#8217;insediamento di divinit&#xE0; profetiche e guaritrici, quale Giove Dodoneo, Calcante e San Michele, fino al contemporaneo Padre Pio: una successione che trova riscontro nel Mont Saint Michel, fra Bretagna e Normandia, celebre per il gioco notturno e diurno delle maree, il cui nome originario era Mont de Gargan.<i>(13)</i></p>
<p>Altro interessante esempio di correlazione di parola e cosa si pu&#xF2; cogliere nell&#8217;architettura delle oasi per la ripartizione delle acque, che, come illustra Laureano, avviene mediante la <i>kesria</i>, un &#xAB;particolare dispositivo in pietra a forma di pettine, che, attraverso i suoi denti, immette l&#8217;acqua nelle canalizzazioni secondo le quote di propriet&#xE0;. Da qui la sacralit&#xE0; magica del pettine (onde<i> kesria</i> potrebbe significare proprio pettinessa ripartitrice), usato come segno di fertilit&#xE0; e crescita, gioiello portato dalle donne berbere, tatuaggio di prestigio sociale o foggia distintiva di pettinatura. Tutto questo si confa con la tradizione oggettuale e ideologica del pettine che appare come strumento per la strigliatura della lana delle pecore nel Neolitico, in corrispondenza della ricostruibile voce indoeuropea <i>pekten.(14)</i> II secondo passaggio &#xE8; rappresentato dal pettine del telaio, che serve appunto a far passare attraverso i suoi dentelli &#xAB;tutti i fili dell&#8217;ordito a fine di dividerli regolarmente&#xBB; (GDLI, s.v. 2). Tale funzione, analoga a quella della <i>kesria</i> algerina, &#xE8; propria del cardare (s.v. in GDLI) consistente nel &#xAB;pulire e pettinare (con gli scardassi o con le carde meccaniche) la lana, il lino, la canapa ecc., in modo da separare le fibre e renderle soffici e senza nodi&#xBB;. La cardatura o scaratura operata sul telaio si sviluppa come tecnica applicata al prodotto della strigliatura della lana sul corpo delle pecore. E al pettine del telaio, derivato direttamente da quello d&#8217;uso pastorale, si riferisce il noto detto <i>Tutti i nodi vengono al pettine</i>, che invece viene modernamente riferito, per il disuso dello strumento, al pettine tascabile o da toilette.<i>(15)</i> Ma la pi&#xF9; suggestiva connessione linguistico-antropologica fra natura e cultura &#xE8; quella tra la concezione e la voce denominativa del giardino, nel passaggio parallelo che l&#8217;immagine compie dall&#8217;aspetto sacro di orto chiuso, Eden (mutato e inteso da n&#xF3;me comune, indicante il deserto, a nome proprio di luogo) a sito estetico e voluttuario, per influenza del gr.<i> Tcap&#xE0;Se.iocx</i> ricalcato sul persiano <i>pard&#xE9;s</i>, con cui fu tradotto l&#8217;ebr. Eden (Gen. 2,8). Da qui la qualifica di giardino dei beati e la sua identificazione nel Paradiso cristiano, che &#xE8; l&#8217;idealizzazione del medievale Paradiso terrestre, nonch&#xE9; la similitudine con l&#8217;oasi, dove &#xAB;si rinnova continuamente il miracolo della rinascita vegetativa della natura&#xBB; e che, nel gr.<i>( )</i>&#8216;riposo, rifugio&#8217;, ricalcato sull&#8217;antico egiziano <i>uah</i> &#8217;stazione&#8217;, s&#8217;inscrive anch&#8217;esso nella ideologia del cammino terreno e ultraterreno, di cui costituirebbe solo una tappa. Di tali tappe o poste di viaggio &#xE8; segnato il percorso delle antiche carovaniere che trasportavano oro, incenso e mirra, prodotti di largo giro commerciale utilizzati anche da Egizi e Caldei come donativi rituali da offrire alle Divinit&#xE0;. Incenso e mirra si estraevano da alberi esotici che prosperavano non nei giardini della valle del Nilo, ma in quelli dello Yemen e dell&#8217;Arabia felix et fortunata (Plinio XII, 30). E dall&#8217;Oriente provennero i tr&#xE9; (o quattro) R&#xE8; Magi alla Grotta di Betlemme, gi&#xE0; adibita al culto di Tammuz, divint&#xE0; ebraica di ambiente agricolo-pastorale.</p>
<p>Le oasi del deserto presentano altre problematiche, a cui la recente ricerca antropologica sta dando delle risposte convincenti riguardo alla individuazione dei centri di ritualit&#xE0; e potere: le Capitali del deserto, potremmo chiamarle, esistenti anche in societ&#xE0; apparentemente frantumate e in spazi senza fissi confini. Sono state rilevate in Indonesia, Africa, Medio Oriente e analizzate sul piano antropologico da Pernotti, Scarduelli e Fabietti.<i>(16)</i> Esse andrebbero aggiunte alle Citt&#xE0; del sole, se non altro per il simbolismo architettonico che i relativi edifizi del potere riflettono. Ecco quanto, ad esempio, Scarduelli ha riscontrato nei villaggi dell&#8217;isola di Nias, che si trovano agli estremi confini occidentali dell&#8217;arcipelago indonesiano, a ovest di Sumatra:</p>
<p><i>[&#8230;] i quattro pilastri angolari presso i quali siedono consiglieri, depositar! della tradizione, sono chiamati &quot;pilastri del ciclo&quot; (chomo banua) e [&#8230;] quello sotto il quale trova posto il primo consigliere viene indicato come &quot;fondamento del ciclo&quot;. Invece i quattro pilastri centrali sotto i quali siedono i nobili e il capo sono definiti osale, termine che indica ci&#xF2; che &#xE8; sacro, potente, proibito. Se le posizioni spaziali dei dignitari e dei capi visualizzano, attraverso l&#8217;opposizione centro/periferia, i rapporti gerarchici, i termini con i quali tali posizioni vengono indicate stabiliscono due diverse modalit&#xE0; di comunicazione con il mondo degli spiriti ancestrali: i consiglieri, i &quot;pilastri del ciclo&quot;, sono i depositar! e i custodi della tradizione, coloro che vigilano affinch&#xE8; venga rispettata; il capo e i nobili, dotati di un potere rivestito di sacralit&#xE0; in quanto discendenti diretti degli antenati fondatori, incarnano l&#8217;ordine e i valori tradizionali e assicurano la riproduzione materiale e sociale della comunit&#xE0;; &#xE8; quindi nel baie che la centralit&#xE0; simbolica del capo assume il massimo rilievo. L&#8217;associazione del baie con l&#8217;ordine cosmico &#xE8; poi rafforzata dal fatto che la parte anteriore dell&#8217;edificio &#xE8; dedicata a Lowalani, la divinit&#xE0; celeste, mentre quella posteriore &#xE8; dedicata a Latura Dano, dio degli Inferi.(7)</i></p>
<p>Una trattazione specifica meriterebbero le oasi di pietra, che, per la struttura architettonica, il modello di vita e i valori che tramandano. Laureano pone forse troppo arditamente sullo stesso piano delle oasi del deserto. Comunque le oasi di pietra site nell&#8217;Italia del Sud ci appartengono pi&#xF9; da vicino. O siamo noi che apparteniamo a loro, che sono segni testimoniali di una duplice miseria, materiale e psicologica, e per&#xF2; furono complessi vitali, di una vitalit&#xE0; violentata (mi riferisco ai Sassi di Matera) o degradata (mi riferisco ai Trulli di Alberobello)? Solo in una prospettiva globale le loro forme e strutture di vita hanno analogie e ragioni comuni di riscatto con quelle di popoli primitivi. Laureano ne discorre ampiamente: ai Sassi &#xE8; tutto dedicato il suo precedente libro, ai Trulli - chi sa? - dedicher&#xE0; il prossimo?</p>
<p>Concludo sottolineando e rimarcando la proposta racchiusa nel titolo del libro <i>La piramide rovesciata</i>, che &#xE8; il leitmotiv di tutta la trattazione. Al di l&#xE0; del suo valore di messaggio, essa vale come tesi culturale da opporre alla interpretazione darwinistica (e non esattamente darwiniana) delle leggi evolutive, che stimolerebbero una continua lotta o sfida collettiva e individuale di resistenza e prevalenza. La punta della piramide va rivolta in gi&#xF9;, per penetrare nella terra e succhiarne gli umori, adeguando e armonizzando la nostra cultura alla natura, non il contrario.</p>
<p>GIOVANNI BATTISTA BRONZINI</p>
<hr />
<p>* Testo, sistemato per la stampa, della presentazione, svoltasi il 9 febbraio 1996 nella Sala Consiliare del Comune di Alberobello, del volume di PIETRO LAUREANO, <i>La piramide rovesciata</i>. <i>Il modello dell&#8217;oasi per il pianeta Terra</i>, Torino, Bollati Boringhieri, 1995.</p>
<p><i>(1)</i> <i>Cfr.</i> GIOVANNI BATTISTA BRONZINI, <i>La devianza</i>. Premessa di ordine <i>antropologico-culturale</i>, in &#xAB;Atti pre-congressuali del VI Convegno della Societ&#xE0; italiana di criminologia&#xBB; (Bari, 22-25 aprile 1977), Bari, Adriatica. 1977, pp 11-16; ID., <i>Cultura contadina e idea meridionalistica</i>. Bari, Dedalo, 1982, pp. 95-116.</p>
<p><i>(2) Cfr. </i>GAETANO FORNI<i>, Acqua e agricoltura, in margine al X Congresso intemazionale degli agromusei </i>(27 sctt.-3 ott. 1992), in &#xAB;Lares&#xBB;, LIX, 1993, pp. 333-355.</p>
<p><i>(3) </i>FEDERIGO CHABOD<i>, Storia dell&#8217;idea d&#8217;Europa,</i> a cura di Ernesto Sestan e Armando Saitta, 4&quot; ed., Bari, Laterza, 1970, pp. 23, 58, 61.66.</p>
<p><i>(4) </i>ERNESTA CERULLI<i>, Traduzione e etnocidio. I due poli della ricerca etnologica oggi, Torino, </i>Utet, 1977: opera da me recensita in &#xAB;Lares&#xBB;, XLV, 1979, 4, pp. 571-574.</p>
<p><i>(5) </i>ERODOTO<i>, Le Storie, </i>a cura di Aristide Colonna e Fiorenza Bevilacqua, II, Torino, Utet, 1996, p. 73.</p>
<p><i>(6)</i> CARI.O FERDINANDO RUSSO, <i>Lo stile dell&#8217;ergo da Chio a Roma</i>, in &#xAB;Miscellanea di studi in onore di Aurelio Roncaglia&#xBB;, 4 voll. Modena, S.T.E.M., 1990: IV, pp 1185-1186; ID., <i>I barbari a Chio, da &#8216;Alef ad Alfeo</i>, in &#xAB;Belfagor&#xBB;, XLVIII, 1993, 4, pp. 647-654.</p>
<p><i>(7)</i> Notizia data in &#xAB;La Gazzetta del Mezzogiorno&#xBB; del 22 dicembre 1991, p 15</p>
<p><i>(8)</i> Gli Atti sono in corso di stampa</p>
<p><i>(9)</i> Segnalo alcune importanti pubblicazioni di etnologia e antropologia culturale: ERNESTA CERULLI e VITTORIO MACONI, <i>Popoli e culture dell&#8217;Africa</i>, Genova, Tilgher, 1962; AA.VV., <i>Tradizione e mutamento in Africa</i>, Bologna, Coop. Libraria Universitaria, 1974; JOHN BEATTIE, <i>Un reame africano: bunyoro</i>, Roma, Officina Edizioni, 1974; MARIANNITA LOSPINOSO, <i>II divorzio nell&#8217;Africa Occidentale e nel Camerun</i>, Genova, Tilgher, 1975, ID., <i>Ombre divise e maschere umane</i>, Napoli, Liguori, 1987; J. KI-ZERBO, <i>Storia dell&#8217;Africa nera. Un continente tra la preistoria e il futuro,</i> Torino, Einaudi, 1977; MARIO ATZORI e MARIA M. SATTA, <i>Cristianesimo e colonialismo. Conquistadores, missionari e stregoni in Africa,</i> Cagliari, Zonza, 1978.</p>
<p><i>(10)</i> Per la letteratura e critica letteraria: ROBERT PAGEAD, <i>L&#8217;&#xE9;volution de la litt&#xE9;rature en Afrique noire: un nouveau manteau d&#8217;Arlequin</i>, in &#xAB;Les Lettres Romanes&#xBB;, XXXIII, 1979, pp. 329-333; PETER ABRAHAMS, <i>Dire Libert&#xE0;. Memorie del Sud Africa</i>, a cura di Itala Vivan, Roma, Edizioni Lavoro, 1987; DRISS CHRAIBI, <i>Nascita all&#8217;alba. Romanzo</i>, trad. di Cristian Paterlini e Rolando Damiani, edizione italiana, a cura di I. Vivan, Roma, Edizioni Lavoro, 1987.</p>
<p><i>(11)</i> Si vedano gli &#xAB;Actes des journ&#xE9;es d&#8217;&#xE9;tudes en litt&#xE9;rature orale. Analyse des contes - Probl&#xE8;mes de m&#xE9;thodes (Paris, 23-26 mars 1982), intitolati <i>Le conte, pourquoi? comment?</i> - <i>Folktales, why and how?</i>, Paris, Editions du Centre National de la Recherche Scientifique, 1984.</p>
<p><i>(12)</i> Cfr. &#xAB;Fabula&#xBB;, XXXVI, 1995, pp. 365 366.</p>
<p><i>(13)</i> Cfr. G. B. BRONZINI, <i>La Puglia e le sue tradizioni in proiezione storica </i>(con particolare riguardo al Gargano), in &#xAB;Archivio storico pugliese&#xBB;, XXI, 1968, pp. 83-117.</p>
<p><i>(14)</i> Cfr. MARIO ALINEI, <i>La stabilizzazione di&#8217;! quadro geolingulstica europeo nel Mesolitico e Neolitico: stadio III</i> di Homo Loquens, in &#xAB;Quaderni di semantica&#xBB;, XVI, 1995, 2, pp 187-210: 197.</p>
<p><i>(15) </i>Cfr. TEMISTOCLE FRANCESCHI, <i>II proverbio e l&#8217;Api</i>, in &#xAB;Archivio glottologico italiano&#xBB;, LXIII, 1978, pp. 110-147: 130, G. B. BRONZINI, <i>La letteratura popolare dell&#8217;Ottonovecento Profilo storico-geografico</i>, Milano-Fircnze, Istituto Geografico De Agostini-Le Monnier, 1994 (&#xAB;Strumenti per l&#8217;italiano&#xBB;, dir. da Giovanni Nencioni, Ignazio Baldelli, Francesco Sabatini, n 5), pp159-160; ID., <i>La logica del proverbio</i>, in Atti del 1&#xB0; Convegno di studi dell&#8217;Atlante Paremiologico Italiano (Modica, 26-28 ottobre 1995), in corso di stampa.</p>
<p><i>(16)</i> FRANCESCO REMOTTI, PIETRO SCARDUELLI, UGO FABIETTI, <i>Centri, ritualit&#xE0;, potere. Significati antropologici dello spazio</i>, Bologna, II Mulino, 1989.</p>
	<p></p>
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		<title>Bio - Eco - Compatibilit&#224; Dell&#8217;Architettura Contemporanea</title>
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		<pubDate>Wed, 25 Oct 1995 08:37:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ 
Maria Maddalena Simeone    ELECTA NAPOLI     Il recupero integrale della tradizione (pag.96 -104)     Pietro Laureano, ristrutturazione di una casa nel Sasso di Matera,        1990-95

&#xA0;
La ricerca dalle origini degli insediamenti umani 


L&#8217;architetto Pietro Laureano &#xE8;, prima che autore [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 25px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="157" alt="copertina" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/copertina1.jpg" width="108" align="left" border="0" /> </p>
<p>Maria Maddalena Simeone    <br />ELECTA NAPOLI     <br /><strong>Il recupero integrale della tradizione (pag.96 -104)</strong>     <br /><strong><em>Pietro Laureano, ristrutturazione di una casa nel Sasso di Matera,        <br />1990-95</em></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p>&#xA0;</p>
<p><strong>La ricerca dalle origini degli insediamenti umani</strong> </p>
</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 1px 10px" height="237" src="http://www.laureano.it/imrsta/dis1.jpg" width="255" align="right" /></p>
<p>L&#8217;architetto Pietro Laureano &#xE8;, prima che autore dell&#8217;intervento descritto in questo capitolo, un cittadino materano profondamente legato alle sue radici ed alla storia della sua terra. La sua attivit&#xE0; principale consiste nello studio dei sistemi insediativi costruiti intorno all&#8217;acqua. Ci&#xF2; lo ha portato a conoscere civilt&#xE0; e tradizioni costruttive tra le pi&#xF9; antiche del mondo e luoghi unici quanto lontani. &quot;Nei tanti viaggi sono stato spesso interrogato sulle mie origini e sul mio scopritore di prodigi in umili realizzazioni, conoscitore di tecniche arcaiche dimenticate dagli stessi abitanti. Cominciavo allora a parlare di Matera, la citt&#xE0; dei Sassi, scolpita paese. Incuriosiva quale fosse la citt&#xE0; di uno straniero cosi affascinato dai deserti, nei tufi calcarei dell&#8217;antica Lucania. Descrivevo le grotte profondamente scavate nella parete dei canyon della Gravina, le case di tufo che prolungano all&#8217;esterno gli ambienti sotterranei e si accavallano e sovrappongono, tanto che i tetti delle abitazioni sono i terrazzi e le strade dell&#8217;altra.</p>
<p><em><strong>L&#8217;evoluzione dell&#8217;insediamento materano, sezione assiometrica</strong></em></p>
<blockquote><blockquote>
</blockquote>
</blockquote>
<p><img style="margin: 0px 5px 60px 0px" height="353" src="http://www.laureano.it/imrsta/dis2.jpg" width="279" align="left" />     <br />Parlavo della sapienza antica che aveva realizzato canali, cisterne, giardini pensili e spazi collettivi per la vita comunitaria e civile. E tutto questo &#xE8; ancora presente e vivo, non in Africa, in Asia o in Arabia, ma nell&#8217;Italia odierna. I miei interlocutori sorridevano pensando ad uno scherzo o ad un raffinato gioco intellettuale: la citt&#xE0; della memoria si confonde con i luoghi della realt&#xE0;&#x2026; Io stesso mi sorprendevo a pensare: esiste davvero la regione del mio ricordo? Come nelle descrizioni di Marco Polo a Kublai Khan raccontate da Calvino, le mille esperienze sembravano ricondursi ad una sola, alla citt&#xE0; delle origini dove si diramano tutti i destini&quot;. Oggi, grazie all&#8217;esperienza raccolta durante le sue ricerche, l&#8217;architetto &#xE8; riuscito a rendere noto il valore unico dell&#8217;insediamento materano.</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="351" src="http://www.laureano.it/imrsta/dis3.jpg" width="273" align="right" /></p>
<p>Attraverso i suoi studi sul luogo &#xE8; stata dimostrata la singolarit&#xE0; ambientale della citt&#xE0; che oggi &#xE8; entrata a far parte dei 357 siti pi&#xF9; importanti dei mondo tutelati dall&#8217;Unesco. L&#8217;architetto inoltre ha deciso di sperimentare personalmente la vivibilit&#xE0; attuale di Matera scegliendo di vivervi. Infatti la casa che qui analizziamo &#xE8; proprio la sua abitazione.</p>
<p><strong>Rapporto con il sito </strong></p>
<p>La Matera del Sasso &#xE8; una citt&#xE0; costruita e funzionante da millenni intorno ad un sistema di raccolta delle acque che sfrutta l&#8217;erosione di queste nella roccia calcarea. L&#8217;insediamento si sviluppa essenzialmente lungo le pendici di una collina e si divide in due grossi nuclei: il Sasso Barisano ed il Caveoso.</p>
<p><img style="margin: 0px 5px 0px 0px" height="220" src="http://www.laureano.it/imrsta/dis4.jpg" width="279" align="left" /></p>
<p>Il primo &#xE8; quello pi&#xF9; densamente abitato. In esso si possono leggere le continue evoluzioni dei sistema urbano e le sue stratificazioni fino ad oggi. In origine esistevano le sole cisterne a &quot;campana&quot;, scavate naturalmente nella roccia e usate sin dal neolitico per la raccolta dell&#8217;acqua. Con il trascorrere del tempo furono chiusi gli esterni delle grotte con pietre recuperate dagli scavi interni e lo spazio cavo fu sfruttato per lo pi&#xF9; come abitazione. In seguito queste furono ampliate con la costruzione di stanze che si affollarono intorno a piccole corti scoperte e dotate di un pozzo. In alcuni casi, data la disposizione a terrazza delle abitazioni lungo la collina, il terreno di copertura delle grotte veniva usato come orto dalle abitazioni soprastanti. Venivano coltivati ortaggi o allevati animali domestici. Ma nella maggior parte dei casi, l&#8217;abitazione tipica era organizzata intorno al cortile, cos&#xEC; come si verifica nelle costruzioni tradizionali mediterranee.</p>
<p>Ci&#xF2; che accomunava ogni casa era il fatto di contribuire al sistema di raccolta delle acque dell&#8217;intera citt&#xE0;. Le strade, le case ed i tetti che venivano costruiti diventavano un ulteriore canale. L&#8217;acqua era convogliata fino ai pozzi posti alla base della collina. Quando per&#xF2; il sistema di raccolta fu spezzato, per esempio con il riempimento dei torrenti posti alla base del Sasso e, la densit&#xE0; abitativa super&#xF2; la reale capacit&#xE0; urbana, si ruppe anche il delicato equilibrio tra natura e costruito. L&#8217;insediamento degener&#xF2; fino a diventare, nel secondo dopoguerra, &quot;una vergogna nazionale&quot;. Oggi la citt&#xE0; &#xE8; patrimonio dell&#8217;Unesco. Ha ribaltato cos&#xEC; il proprio destino. L&#8217;intervento di Laureano ribadisce e sottolinea questa riscoperta attualit&#xE0;.Sotto il profilo linguistico l&#8217;intervento &#xE8; realizzato per far parlare soprattutto la natura urbana preesistente e la sapienza antica dell&#8217;abitare. L&#8217;autore infatti ha preferito produrre un segno minimo, ricco pi&#xF9; di consapevolezza che di volont&#xE0; di autorappresentarsi.</p>
<p><strong>Forma - funzione </strong></p>
<p>La forma delle case materane &#xE8; il risultato di una totale elasticit&#xE0; di aggregazione dei pochi elementi base che si possono riassumere dall&#8217;intera struttura spaziale. Essi sono essenzialmente tre: le stanze di pietra, in genere a base quadrata o rettangolare e coperti da volta, le piccole corti esterne ed i terrazzi coltivati. Questi elementi sono, nella la maggior parte dei casi, collegati tra loro in modo da rispondere alle necessit&#xE0; abitative essenziali per le famiglie che vi abitano. Ogni casa quindi &#xE8; il risultato di una sempre diversa articolazione e rende vario l&#8217;approccio con l&#8217;ambiente urbano nel suo complesso.La casa inoltre pu&#xF2; estendersi potenzialmente in ogni direzione: verso l&#8217;alto o il basso l&#8217;esterno o l&#8217;interno della collina. Inoltre pu&#xF2; crescere o decrescere sommando o sottraendo gli ambienti (una sorta di unit&#xE0; minima di base) che la compongono.</p>
<p><img style="margin: 0px 5px 0px 0px" height="256" src="http://www.laureano.it/imrsta/dis5.jpg" width="321" align="left" /></p>
<p>Si potrebbe dire che questi ultimi sono per lo pi&#xF9; aggregati tramite relazioni topologiche piuttosto che geometriche - astratte. Le case dunque rispondono sia ad esigenze di individualit&#xE0;, elasticit&#xE0;, libert&#xE0; distributiva che a quelle di partecipazione di una totalit&#xE0;. Constatata quindi l&#8217;attualit&#xE0; dei sito, i criteri adottati nell&#8217;intervento che descriveremo si basano semplicemente sull&#8217;osservazione attenta di ci&#xF2; che nel luogo esiste da tempo immemorabile. Casa Laureano vuole riassumere lo schema tipico delle abitazioni. Al cortile centrale si collegano i vari ambienti della casa che, a loro volta, sono il prolungamento esterno delle grotte. La distribuzione &#xE8; su pi&#xF9; livelli. Il cortile funziona come centro di orientamento e di raccolta della casa. Al primo livello di casa Laureano sono collocati: la cucina, il soggiorno e le attivit&#xE0; comuni. Ai livelli superiori la zona notte. L&#8217;intervento &#xE8; stato ridotto all&#8217;essenziale, infatti sono stati realizzati, dove necessario, dei percorsi minimi di collegamento, che invece, nella maggior pane delle case tradizionali avvengono attraverso il cortile esterno, che funziona cos&#xEC; da disimpegno.    <br />Il collegamento verticale tra le parti della casa, che non c&#8217;era, &#xE8; stato garantito tramite la costruzione di una scala interna in cemento armato, interposta tra l&#8217;imboccatura di una grotta ed una stanza adiacente. In questo modo oltre a garantire i percorsi verticali &#xE8; stata consolidata una parte della abitazione. La scala infatti ha &quot;agganciato&quot; strutturalmente la stanza in pietra alla roccia a cui era appoggiata.     <br />Le grotte interne sono usate per lo pi&#xF9; come prolungamento visivo della casa. I canali di raccolta delle acque, che collegano queste al pozzo centrale, sono posti ad una quota lievemente inferiore a quella del pavimento. Essi, in alcuni punti, sono stati posti in evidenza tramite piccole vetrate di ispezione illuminate artificialmente. E&#8217; lo stesso procedimento usato in genere negli interventi di restauro per sottolineare la presenza di reperti. Qui &#xE8; pi&#xF9; che giustificato in quanto il sistema dei canali e delle grotte risale alla preistoria dell&#8217;uomo.</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="337" src="http://www.laureano.it/imrsta/dis6.jpg" width="268" align="right" /></p>
<p>Ma l&#8217;aspetto pi&#xF9; interessante dell&#8217;intervento &#xE8; che la maggior parte dei canali &#xE8; stata ripristinata all&#8217;uso tanto da garantire sempre la necessaria scorta d&#8217;acqua per la famiglia. Il pozzo centrale, che si trova al di sotto del cortile, &#xE8; il serbatoio principale. Le grotte pi&#xF9; interne funzionano come ulteriori serbatoi per la raccolta delle acque sovrabbondanti.    <br />All&#8217;interno dell&#8217;abitazione, l&#8217;attenzione &#xE8; spesso attirata da piccoli dettagli costruttivi e del continuo alternarsi di vani e passaggi, in alcuni casi recuperati parzialmente e solo per assecondare le funzioni attuali della casa. Percorrere l&#8217;abitazione insomma dona continuamente la sensazione di una scoperta.     <br />Tra le cose pi&#xF9; interessanti, posta in una zona di passaggio, vi &#xE8; una piccola abside alta circa un metro e profonda alcuni decimetri. E&#8217; una piccola cappella votiva dedicata al culto dell&#8217;acqua, una preesistenza preistorica. La sua particolarit&#xE0; &#xE8; che nel giorno dell&#8217;equinozio di primavera viene colpita dai raggi dei sole. Oggi &#xE8; un prezioso testimone del tempo, non solo di quello remoto in cui fu costruita, ma anche di quello presente e ciclico delle stagioni, All&#8217;esterno la casa non ha subito trasformazioni significative tranne riguardo la zona di copertura dell&#8217;ultimo livello. Il tetto a due falde della copertura, molto usuale a Matera, &#xE8; stato sostituito dagli estradossi delle volte interne. In questo modo la copertura risulta parzialmente praticabile. Essa continua a svolgere ancora la funzione di raccolta delle acque verso le grondaie ed il pozzo sottostante, ma pu&#xF2; essere sfruttata come terrazza da cui guardare la meravigliosa scena dei Sassi.</p>
<p><strong>Materiali e tecniche </strong></p>
<p>La riqualificazione e la riattualizzazione del modo di abitare materano affronta con lo stesso spirito, oltre al tema delle forme e funzioni, anche quello delle tecniche costruttive. Rivitalizzare la tradizione attraverso l&#8217;uso di tecniche locali e dei materiali presenti nella zona, ha ridato vita anche ad un lavoro artigianale troppo spesso dimenticato. Questo &#xE8; sicuramente un incentivo allo sviluppo delle attivit&#xE0; produttive realmente commisurato ali p economia ed alle vocazioni locali, Ma non si &#xE8; realizzata alcuna operazione nostalgica o passatista, Infatti lo scopo &#xE8; sempre stato di conformare il costruito ad ogni esigenza contemporanea. L&#8217;architetto si &#xE8; per&#xF2; domandato quale sarebbe stata la tecnica pi&#xF9; adeguata. Sicuramente l&#8217;uso di sistemi costruttivi che adoperino i prodotti industriali non potevano, e non possono, giovare ad una realt&#xE0; in cui la costruzione tradizionale &#xE8; la principale connotazione. La singolarit&#xE0; dei costruito, a maggior ragione, imponeva interventi specifici.La scelta &#xE8; andata verso il recupero della tradizione, ma arricchita dalle esperienze costruttive extraeuropee, acquisite dall&#8217;architetto in luoghi con caratteri simili. Inoltre non c&#8217;&#xE8; stata alcuna censura per tecniche attuali, quando sono state ritenute necessarie, I pavimenti, nei casi in cui non si &#xE8; ripristinato l&#8217;esistente, sono stati realizzati in pietra dura locale mentre le pareti e le volte sono state intonacate con calce, permettendo cosi alla pietra di respirare. l,&#8217;intonaco &#xE8; stato realizzato con pozzolana e calce e le volte sono state trattate con calce mescolata a calcite spatica. Questa &#xE8; una pietra dura locale che garantisce una grande uniformit&#xE0; alle superfici trattate. Perfino le universali piastrelle di rivestimento di cucine e bagni non sono state date per scontate. Il rivestimento &#xE8; infatti sostituito da un intonaco di coccio pesto che, una volta essiccato, ha la caratteristica di raccogliere l&#8217;umidit&#xE0; senza assorbirla. Un esempio di tecnica moderna &#xE8; la scala di collegamento dei vari livelli. Essa, per motivi statici, &#xE8; stata realizzata in cemento armato ed accostata alle preesistente. Oggi rappresenta un&#8217; ulteriore stratificazione dell&#8217;opera dell&#8217;uomo nella storia della casa.    <br />Ma tanta originalit&#xE0; nel trasformare cose del posto in risorse per il costruito da dove giunge? Dalle tradizioni? &quot;Sicuramente&quot; dice l&#8217;autore. Dai suoi viaggi? &quot;Certo, nei paesi Africani l&#8217;uso di tecniche tradizionali &#xE8; diffusissimo, ma anche la semplice lettura di Vitruvio contiene tutto ci&#xF2; che ci occorre.</p>
<p><strong>Significato: il recupero integrale della tradizione </strong></p>
<p>Dal punto di vista della bio-eco compatibilit&#xE0;, l&#8217;intervento a Matera &#xE8; particolarmente interessante. Dimostra concretamente che &#xE8; possibile integrarsi in modo totale al luogo naturale. Costruire secondo la natura dei luoghi &#xE8; quindi una qualit&#xE0; fondamentale dell&#8217;architettura. Lo sottolinea l&#8217; attualit&#xE0; del Sasso e lo ribadisce l&#8217;intervento dell&#8217;autore. Le qualit&#xE0; formali spaziali e tecnologiche sono le naturali conseguenze di questa integrazione che si realizza nello stesso modo con cui un organismo si conforma al suo .habitat. Ma per chi vive in un luogo del genere &#xE8; necessario un ridimensionamento. Occorre cio&#xE8; tornare ad avere un contatto vero con noi stessi, con il nostro corpo. Per abitare nel Sasso &#xE8; infatti necessario camminare, riscoprire la fatica di una salita o il sollievo di una discesa. Occorre tornare a misurare il tempo sulla capacit&#xE0; di spostamento a piedi. Bisogna insomma rimettersi in sintonia con noi stessi e usare anche le risorse del nostro corpo per rispondere alle necessit&#xE0; della vita.</p>
<p><img height="358" src="http://www.laureano.it/imrsta/dis7.jpg" width="278" /></p>
<p>Dice l&#8217;architetto che i quattro quinti della popolazione mondiale usa le risorse locali con un&#8217;aggiunta minima di tecnologie moderne mentre nel mondo occidentale, che occupa solo una piccola porzione della terra, c&#8217;&#xE8; un dispendio di energia ed un uso di tecnologie non sempre appropriata tale che, se tutto il mondo si uniformasse a questi comportamenti, in poche decine di anni sarebbe distrutto. Queste considerazioni, oltre a lasciarci sconcertati, catapultano il mondo occidentale, in qualit&#xE0; di soggetto negativo, in una condizione di grave debito rispetto al mondo intero e cancellano l&#8217;illusione, ingiustamente creata dal potere attribuito allo sviluppo tecnologico, di essere interpreti e portatori di civilt&#xE0;. La vera lezione di civilt&#xE0; ce la insegnano le citt&#xE0; come questa dove passato e presente coesistono perch&#xE9; stratificati su esigenze concrete ed essenziali alla vita. Qui le radici del passato sono presenti nelle &quot;viscere sotterranee&quot; dove l&#8217;acqua ha misurato lo scorrere del tempo. Inoltre qui, dice l&#8217;architetto, si ha una costante lezione di rispetto della natura: &quot;Ogni guscio vuoto ed i volumi ipogei, il positivo abbandonato ed il negativo rimosso dei Sassi, ci ricordano come nell&#8217;ambiente tutto si paghi, che ad ogni realizzazione corrisponde uno stampo nascosto. Attraverso questo lato oscuro la natura ci ammonisce: sono dirette contro di noi le ferite imposte alla madre terra&quot;.</p>
	<p></p>
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		<title>Anche Matera era un&#8217;oasi</title>
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		<pubDate>Wed, 18 Jan 1995 12:43:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Da Famiglia Cristiana    Rivista settimanale italiana    Anche Matera era un&#8217;oasi    18 gennaio 1995 n. 3 (pag. 60-65.)
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L&#8217;architetto Pietro Laureano ha fatto una straordinaria scoperta: i &#34;giardini&#34; che fioriscono nel deserto non sono un miracolo della natura, sono opera dell&#8217;uomo.
Chi di noi si &#xE8; costruito un [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/famcris.jpg"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 20px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="169" alt="famcris" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/famcris-thumb.jpg" width="130" align="left" border="0" /></a> Da Famiglia Cristiana</strong>    <br />Rivista settimanale italiana    <br />Anche Matera era un&#8217;oasi    <br />18 gennaio 1995 n. 3 (pag. 60-65.)</p>
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<p><img style="margin: 0px 0px 0px 20px" height="255" src="imrsta/famcris.jpg" width="194" align="right" /></p>
<p><b>L&#8217;architetto Pietro Laureano ha fatto una straordinaria scoperta: i &quot;giardini&quot; che fioriscono nel deserto non sono un miracolo della natura, sono opera dell&#8217;uomo.</b></p>
<p>Chi di noi si &#xE8; costruito un presepio, probabilmente si &#xE8; anche disegnato la sua oasi: una piccola palma di velluto e sughero, un laghetto per il cammello di plastica e i R&#xE8; Magi che passeranno di l&#xEC; per ristorarsi nel lungo cammino verso Betlemme. Chi l&#8217;ha fatto avr&#xE0; anche usato l&#8217;immaginazione per raccontare aisuoi bambini di quei giardini profumati che, dono gratuito della natura, fioriscono quasi miracolosamente in tutto l&#8217;Oriente, in Palestina come nel cuore del Sahara. II tutto secondo l&#8217;immagine iconografica pi&#xF9; comune.La realt&#xE0; &#xE8; invece pi&#xF9; com-plicata e infinitamente pi&#xF9; affascinante. Lo ha spiegato ai Venerd&#xEC; letterari torinesi (appuntamenti che si ripetono il sabato a Firenze e poi a Milano, a Roma e a Bari) Pietro Laureano, un giovane architetto di Matera. Partendo dallo studio del fenomeno oasi ha scoperto, molti anni dopo, le stesse strutture che aveva studiato in Africa, proprio nella sua citt&#xE0; natale, fra quei sassi per i quali si invoca la protezione dell&#8217;Unesco. Un itinerario affascinante che ha raccontato in un libro dal titolo Giardini di pietra, edito da Bollati Boringhieri. In quel percorso culturale ha compreso che le oasi non sono un dono casuale della natura, ma una fantastica opera di architettura e ingegneria che pu&#xF2; risalire addirittura al 6000 avanti Cristo. A rivalutare questi ingegneri del neolitico, dallo Yemen alla Giordania, dall&#8217;Algeria alla Lucania, alla Sardegna, e a riscoprire i segreti tecnologici delle loro straordinarie trovate. Laureano ha dedicato la sua vita e le sue lotte contro le pi&#xF9; volgari e sciocche speculazioni edilizie.</p>
<p>L&#8217;occasione gli arriva dopo la laurea conseguita a Firenze, quando il governo algerino invita un gruppo di architetti di quella scuola prestigiosa per redigere il piano urbanistico di Orano.   <br />Il nostro amico afferra al volo puzza di speculazione edilizia, scrive un rapporto contrario e si dimette. &quot;Ero partito per costruire una citt&#xE0; cos&#xEC; come l&#8217;abbiamo in mente noi occidentali. Ma,una volta venuto a contatto con la magia del deserto, in me era successo qualcosa e dal deserto avevo iniziato un favoloso itinerario di scoperte che ha cambiato la mia vita&quot;.</p>
<p><img height="329" src="imrsta/1fc.jpg" width="480" /></p>
<p>In qualche modo il governo algerino gli crede, gli da fiducia e lo richiama immediatamente perch&#xE9; rediga un piano regolatore per la citt&#xE0;-oasi di Bechar, che i francesi avevano deturpato con i soliti casermoni di pe-riferia senza preoccuparsi dell&#8217;ovvio problema dell&#8217;ac-qua e delle risorse. &quot;Era ormai una citt&#xE0; mostruosa, tuttavia bastava allontanarsi di poche centinaia di metri dall&#8217;ultimo palazzone per   <br />ritrovare tutto il fascino del deserto&quot;. Laureano si ribella alla soluzione proposta dalle autorit&#xE0; algerine, le quali hanno in mente la solita diga di cemento armato che canalizzi verso la citt&#xE0; l&#8217;acqua delle piene. Dopo due anni di studi sul luogo, ha ormai colto nella sua bellezza i se-    <br />greti con cui il deserto &#xE8; stato reso vivibile da uomini geniali vissuti migliala d&#8217;anni prima di noi, e quei segreti vuole rivalutarli, riportarli alla luce. Vuole impedire che la popolazione indigena venga chiamata in citt&#xE0; per costruire la diga per derubarsi dell&#8217;acqua con le proprie mani e ritrovarsi povera e disoccupata a cantieri chiusi. Decide di aiutarli a riscoprire le tecniche idrauliche ancestrali e spezzare il girone infernale dell&#8217;urbanizzazione selvaggia che sta strozzando il Terzo Mondo. Per riuscirci passa di oasi in oasi, parlando francese e un    <br />po&#8217; di arabo incoraggia questo popolo fiero a ritrovare le proprie ragioni di sopravvivenza.</p>
<p><img height="316" src="imrsta/2fc.jpg" width="456" /></p>
<p>Che stanno in geniali trovate di ingegneria idraulica. Nel Sahara infatti piove e pu&#xF2; anche piovere violentemente, ma non vi &#xE8; alcun assorbimento nel terreno in quanto non vi &#xE8; humus, ma solo sabbia e roccia. &quot;Eppure in questo quadro di aridit&#xE0; totale sorgono le oasi che non sono solo le palme della nostra iconografia, ma costruzioni di terra cruda, palazzi, fortilizi, grotte, e soprattutto favolosi sistemi sotterranei di raccolta d&#8217;acque&quot;. Laureano ormai non   <br />ha pi&#xF9; dubbi: l&#8217;oasi non &#xE8; un    <br />casuale dono della natura,    <br />ma &#xE8; opera dell&#8217;uomo per    <br />l&#8217;uomo. L&#8217;opera assolutamente geniale dei primi ingegneri idraulici della storia. Riesce a divulgare questa sua ottica tra le popolazioni locali e l&#8217;accoglienza &#xE8; entusiasta.</p>
<p>Nell&#8217;oasi di Timimoun, con l&#8217;aiuto degli indigeni, egli riesce a riportare alla luce un favoloso sistema di cisterne sotterranee. Convince perfino i francesi, che credono di essere gli unici autorizzati a parlare di Algeria, perfino gli architetti dell&#8217;Unesco, che lo invitano per una relazione sull&#8217;argomento in cui lui espone davanti alla cultura mondiale le sue tesi. &quot;La risposta del mondo culturale &#xE8; straordinaria, va   <br />oltre le mie aspettative. Molti archeologi, leggendo del mio lavoro, riescono a interpretare antichi misteri e cio&#xE8; situazioni archeologiche, generalmente resti del neolitico, che avevano incontrato nei Paesi pi&#xF9; disparati, dalla Sardegna alla Gran Bretagna, e che non erano mai riusciti a capire&quot;. Tutti con incantato stupore devono ammettere che, nelle situazioni pi&#xF9; disparate, si ritrova lo stesso progetto geniale. L&#8217;oasi sorge sempre in una depressione dove l&#8217;umidit&#xE0; pu&#xF2; condensarsi, pietre collocate ad hoc raccolgono e convogliano le acque verso la depressione, attraverso tunnel dalla pendenza giusta, con buchi di aerazione e sistemi che aiutano la condensazione delle acque, che nel deserto &#xE8; favorita dalla notevole escursione termica che vi &#xE8; fra il giorno e la notte. Questi tunnel nel Sahara si chiamano foggar&#xE0;, non    <br />sono pozzi, non vanno in profondit&#xE0;, non depauperano nulla, raccolgono ci&#xF2; che andrebbe disperso (si arriva a raccogliere in una notte 5    <br />litri d&#8217;acqua per una superficie di 20 metri quadrati). La foggar&#xE0; &#xE8; convogliata sotto le case e le caverne e costituisce anche un sistema di condizionamento delle abitazioni, e va a finire in una sorta di fossa delimitata che, cos&#xEC; abilmente alimentata, diventa il giardino in cui cresce la palma, la Phoenix dactylifera, che ha bisogno di pochissima acqua, ma &#xE8; in grado di instaurare un circuito biologico virtuo so. Crea l&#8217;ombra, l&#8217;humus e una certa umidit&#xE0; in quanto l&#8217;acqua evapora attraverso la palma, la quale attira gli insetti e produce i datteri che rappresentano una fonte di nutrizione essenziale nel deserto. &quot;Intorno crescono erbe aromatiche, fiori medicinali, frutti, nasce cos&#xEC; l&#8217;idea biblica del giardino dell&#8217;Eden&quot;, afferma il nostro urbanista.</p>
<p><b>Lo regina lo chiama     <br />in Giordania </b></p>
<p>Giardino dell&#8217;Eden: un   <br />ecosistema in armonia con l&#8217;ambiente, che utilizza le risorse di questo ambiente in    <br />modo positivo e lo difende,    <br />&quot;Dal deserto bisogna sem-    <br />pre difendersi, perch&#xE9; il de-serto facilmente si ricrea tutto il bacino del Mediterraneo ha una storia di desertificazione continua. Il vento e il sole, le differenze di temperatura smantellano i suoli, mettono a nudo le rocce, le disgregano. Con l&#8217;oasi si crea il circuito inverso. Tra l&#8217;altro, gli alberi smorzano il vento carico di silicio abrasivo che distrugge la    <br />roccia&quot; </p>
<p><img height="356" src="imrsta/3fc.jpg" width="526" /></p>
<p>La teoria di Laureano l&#8217;oasi non &#xE8; un prodotto della natura! - si fa strada e aumentano i riscontri. Il Messico riscopre sistemi simili di difesa dal deserto, che i Gesuiti avevano portato nel Settecento dalla loroAndalusia e vuole ora rivalutarli; il governo dello Yemen del Sud e poi la regina di Giordania, la colta moglie di r&#xE8; Hussein, chiedono la collaborazione dell&#8217;architetto Laureano il quale, nel frattempo, &#xE8; stato nominato esperto dell&#8217;Unesco. Nello Yemen si tratta di recuperare l&#8217;oasi di Shibamnella valle dell&#8217;Hadramout.   <br />Siamo sulla via leggendaria dell&#8217;incenso e della mirra (ancora i R&#xE8; Magi!). Ci sono tuttora gli alberi dell&#8217;incenso e sono coltivati in fantastici giardini conservati su terrazzamenti fra case e palazzi di terra cruda. Pi&#xF9; che palazzi sono torri, castelli, fortezze, architetture favolistiche che il governo, su suggerimento dei francesi, vuole proteggere dalle piene con una diga di cemento armato. E Laureano ancora una volta lotta contro una diga, scopre che quegli arcaici ingegneri avevano costruito a monte un sistema di diversione delle piene ben pi&#xF9; saggio. Quando le piene arrivano, trovano tutta una serie di canali che le indirizzano verso crateri, imbuti, tutti scavati intorno a Shibam per assorbire l&#8217;acqua con cui mantenere i giardini. &quot;La trovata pi&#xF9; geniale dell&#8217;oasi di Shibam &#xE8; il gabinetto, progettato in modo da separare alla fonte il rifiuto organico solido da quello liquido. Un tubo in caduta libera sotto il gabinetto vero e proprio termina con una cesta piena di paglia che viene poi raccolta a intervalli op-portimi per essere trasportata nei giardini a concimare e produrre il cibo necessario alla popolazione. Un ecosistema autosufficiente e perfettamente in armonia con l&#8217;ambiente!&quot;. </p>
<p>Chiamato a Petra dalla regina, dopo che una piena aveva travolto alcuni turisti, l&#8217;architetto ricomincia da capo con la stessa ottica paziente di riscoprire le strutture del passato. E anche a Petra rifiuta di costruire dighe. Scopre infatti che intorno al leggendario agglomerato avevano cancellato gli uadi. i fiumi del deseno che non si vedono, ma costituiscono un sistema idraulico basato su flussi sotterranei e fenomeni di condensazione in superf&#xEC;cie. Gi&#xE0; Plinio parlava di Petra come di un luogo di fontane. Da dove arrivava l&#8217;acqua? Dai luoghi   <br />alti citati dalla Bibbia. Sulla cima delle montagne le rocce erano state intagliate dall&#8217;uomo per raccogliere l&#8217;acqua, che veniva poi convogliata dalla foggar&#xE0;. A PetraLaureano riscopre la foggar&#xE0; sotterranea e rimette in luce tutta la canalizzazione del famoso canyon. &quot;I grandi monumenti che si vedono a Petra e che sono stati interpretati come tumuli sono spesso monumenti con fontane. Monumenti all&#8217;acqua. Petra era una citt&#xE0; di monumenti e di giardini. Ho proposto all&#8217;Unesco che si faccia anche l&#8217;archeologia dei giardini, che venga riportato l&#8217;albero che faceva parte della vita di questa citt&#xE0;&quot;.</p>
<p>Alla fine il suo lungo itinerario che abbraccia il Mediterraneo riporta l&#8217;architetto nella sua citt&#xE0;, Matera. &quot;La citt&#xE0; pi&#xF9; settentrionale del-   <br />l&#8217;Africa&quot;, la definisce scherzosamente lui. Non &#xE8; una definizione banale, tanto meno sminuente. Al contrario &#xE8; basata su riscontri culturali molto precisi: tumuli dell&#8217;et&#xE0; del bronzo simili agli enigmatici monumenti solari del Sahara, sistemi di raccolta delle acque tipici delle zone aride, affreschi e cripte rupestri, le grotte profondamente scavate nelle pareti del canyon della Gravina, le case di tufo che prolungano all&#8217;estemo gli ambienti sotterranei e si sovrappongono sicch&#xE9; i tetti delle abitazioni sono terrazze e giardini per quella soprastante. Laureano oggi vive a Matera in una casa nei Sassi. Vuole scrutare il rapporto millenario dell&#8217;umanit&#xE0; con questo ambiente: l&#8217;ecosistema Matera.</p>
<p>Architetto, una conclusione? &quot;I Sassi incominciano a parlare, mi raccontano una storia di giardini, di acque, di sole e di vento che ha   <br />dato origine a un sistema abitativo creato nella materia geologica stessa, nel tufo lungo i pendii di un vallone. Potrebbe essere la citt&#xE0; delle    <br />Mille e una notte, oppure potrebbe essere stata scritta da Calvino nelle sue Citt&#xE0; invisibili: invece &#xE8; il frutto di un miscuglio di storia, abilit&#xE0;    <br />artistica, sapienza popolare, fantasia ingegneristica. I pi&#xF9; antichi reperti in selce qui risalgono a 400.000 anni. Una storia pi&#xF9; vecchia    <br />della storia dell&#8217;uomo&quot;.</p>
<p>Ida Molinari</p>
<p>Le foto di questo servizio sono   <br />dell&#8217;arch. Pietro Laureano.</p>
	<p></p>
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	<small><p>&copy; admin for <a href="http://www.laureano.it/web">Laureano</a>, 1995. |
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		<title>Neolitic Park</title>
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		<pubDate>Sun, 19 Dec 1993 13:15:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Da L&#8217;Espresso    Settimanale di politica n. 50 del 19 dicembre 1993    (pag. 112, 113,115)    

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NEOLITIC PARK
L&#8217;Unesco li ha definiti &#34;patrimonio dell&#8217;umanit&#xE0;&#34;. E ha lanciato la proposta di un architetto italiano. Per trasformare     l&#8217;antico complesso in un grande museo dell&#8217;uomo e delle [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/unoespr.jpg"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 10px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="104" alt="neolitik park" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/unoespr-thumb.jpg" width="140" align="left" border="0" /></a> Da <strong>L&#8217;Espresso</strong>    <br /><strong>Settimanale di politica n. 50 del 19 dicembre 1993</strong>    <br />(pag. 112, 113,115)    <br /><strong></strong></p>
<p><strong></strong></p>
<p>&#xA0;</p>
<p>&#xA0;</p>
<p><strong>NEOLITIC PARK</strong></p>
<p><b>L&#8217;Unesco li ha definiti &quot;patrimonio dell&#8217;umanit&#xE0;&quot;. E ha lanciato la proposta di un architetto italiano. Per trasformare     <br />l&#8217;antico complesso in un grande museo dell&#8217;uomo e delle civilt&#xE0; rupestri. Partendo dalle grotte preistoriche&#8230; </b></p>
<p>di <i>Alberto Dentice</i></p>
<p><i><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="232" src="imrsta/unoespr.jpg" width="330" /></i></p>
<p>Dal suo studio a strapiornbo sul Barisano, una delle due conche che si aprono ad anfiteatro sul canyon della Gravina, Pietro Laureano si affaccia a contemplare lo spettacolo maestoso di quella incredibile citta scolpita nel tufo: &#xAB;Lo spettacolo della vergogna&#xBB;, lo defin&#xEC; lo scrittore Carlo Levi. Era il dopoguerra. Sono trascorsi poco pi&#xF9; di quarant&#8217;anni ed ecco l&#8217;Unesco, l&#8217;organismo delle Nazioni Unite per   <br />l&#8217;educazione e la cultura, si appresta a proclamare i Sassi di Matera &quot;Patrimonio dell&#8217;umanit&#xE0;&quot;.</p>
<p><img style="margin: 0px 0px 0px 10px" height="223" src="imrsta/duespr.jpg" width="314" align="right" />    <br />&#xAB;Certo, non &#xE9; un salto da poco&#xBB;, dice Laureano, autore della relazione    <br />che ha consentito alla citt&#xE0; lucana di essere inserita tra le 379 meraviglie    <br />&#xAB;da tramandare ad ogni costo alle generazioni future&#xBB;, assieme, tanto per    <br />dire, all&#8217;Acropoli di Atene e alla valle dei Re. L&#8217;annuncio &#xE8; stato dato durante la sessione plenaria del World Heritage Unesco, riunito nei giorni scorsi a Cartaghena, in Columbia. Ma conquistare la &quot;nomination&quot; non e stato facile. Bisognava innanzitutto convincere Parigi (sede dell&#8217;Unesco) che la candidatura di Matera fosse meritoria. Ed &#xE8; qui che interviene Laureano. Anni di ricerche, di studi, di viaggi: il Sahara, Petra, lo Yemen, hanno fatto di questo lucano cresciuto a Matera uno dei pi&#xF9;    <br />prestigiosi urbanisti dell&#8217;Unesco per le aree desertificate e la civilt&#xE0; islamica.    <br />Ma che c&#8217;entrano i Sassi con il deserto? Laureano lo spiega con l&#8217;aiuto del libro, &quot;Giardini di pietra&quot;, (200 pagine e 148 tra foto e disegni) edito da Bollati Boringhieri, che pubblica la relazione su Matera presentata all&#8217;Unesco.</p>
<p><i>Il &quot;Palombaro lungo&quot;, la spettacolare cisterna scoperta sotto la piazza principale di Matera. </i></p>
<p>&#xAB;L&#8217;origine e il fascino primordiale di questa citt&#xE0; scavata nel tufo e costruita sui terrazzi degradanti di due grandi alvei fluviali&#xBB;, dice, &#xAB;derivano da sistemi di condensazione e di raccolta dell&#8217;acqua simili a quelli realizzati dai sahariani fin dal neolitico; a Matera troviamo gli stessi lavori idraulici risalenti all&#8217;et&#xE0; del bronzo, ai canali sotterranei, ai pozzi, alle grandi cisterne esistenti sia a Petra, che a Matmat&#xE0; in Tunisia, che in Cappadocia.</p>
<p>Laureano non ha dubbi: all&#8217;origine di Matera c&#8217;&#xE8; una civilt&#xE0; seminomade, gi&#xE0; in grado, fin dal Neolitico, di costruire complesse opere idrauliche per la raccolta dell&#8217;acqua necessaria alla sopravvivenza: &#xAB;Ci&#xF2; che rende unici i Sassi &#xE8; un uso delle abitazioni che &#xE8; stato perpetuato, e si &#xE8; conservato intatto, dal Neolitico al XVIII secolo&#xBB;. </p>
<p>I guai, per i Sassi cominciano con la rivoluzione industriale. Nel Settecento la citt&#xE0; si struttura sul piano, lungo il margine della Gravina. I granai, le cisterne, il sofisticato sistema di canalizzazione delle acque, vengono sepolti, occultati da strade e palazzi. Nel 1936, con i progetti voluti dal   <br />regime fascista, i due torrenti (grabiglioni) dei Sassi sono interrati, divengono due strade rotabili collegate tra loro per formare una via di circonvallazione che unisce il Sasso barisano con il Sasso caveoso. Cos&#xEC; i Sassi risultano definitivamente separali. Per l&#8217;equilibrio ecologico millenario dei Sassi &#xE8; un colpo mortale. I Sassi da citt&#xE0; diventano quartiere malsano. Con il    <br />tempo si perde anche la memoria della loro forma e diviene illegibile il meraviglioso sistema di gestione delle risorse su cui era fondata la trama urbana. Infine, negli anni Cinquanta, con l&#8217;espul-    <br />sione forzata degli abitanti, i Sassi divengono il pi&#xF9; grande centro storico abbandonato che si conosca.</p>
<p><img height="231" src="imrsta/trespr.jpg" width="233" /></p>
<p><i>L&#8217;intemo di una chiesa rupestre</i></p>
<p><img style="margin: 0px 15px 0px 0px" height="277" src="imrsta/quatrespr.jpg" width="244" align="left" />    <br />Di fronte a un tale scempio la societ&#xE0; civile reagisce. Si moltiplicano gli appelli per il salvataggio dei Sassi. Pier Paolo Pasolini gira a Matera &quot;II Vangelo secondo Matteo&quot;. Addirittura, nel &#8216;77 i Sassi sono oggetto di un concorso internazionale di idee di recupero. Nell&#8217;86 beneficiano addirittura di uno stanziamento speciale di 100 miliardi per interventi di restauro e valorizzazione degli antichi rioni, ma fino ad oggi quel denaro, speso solo in minima parte, &#xE8; servito soprat tut    <br />to ad organizzare convegni fiume. Nessuno, fino ad ora, aveva preso in considerazione la stretta interdipendenza tra il sopra e il sotto di questa citt&#xE0;. L&#8217;insieme delle architetture che si affacciano sulle terrazze e sui vicoli, il rincorrersi degli ardii e delle scalette fra i tetti dal bei colore rosato, e il lato nascosto, oscuro delle citt&#xE0; costituito dalla trama di cisterne, di gallerie e di pozzi scavati nel terreno. Lo stesso Cesare Brandi, in &quot;Pellegrino di Puglia&quot;, mentre da una parte denunciava il bisogno di un &#xAB;restauro urgente dei Sassi&#xBB; perch&#xE9; la gente potesse tornarci a vivere, dall&#8217;altra suggeriva di &#xAB;murare la parte delle case che &#xE8; in caverna&#8230;in modo da farne un appartamento    <br />senza snaturarne l&#8217;aspetto esteriore&#xBB;. Ora Laureano ha scoperto un tesoro laddove altri, prima di lui, avevano visto soltanto miseria e degrado.</p>
<p><i>Pietro Laureano</i></p>
<p>&quot;In parole povere,&quot; spiega, &quot;a Matera troviamo scritta la storia dell&#8217;evoluzione dei tipi architettonici e urbani, dal Neolitico all&#8217;era moderna&quot;. Di qui la proposta di Laureano, fatta propria dall&#8217;Unesco, di una ristrutturazione dei Sassi che realizzi, dalla parte del Sasso caveoso, un &quot;Museo dell&#8217;uomo e delle civilt&#xE0; rupestri&quot;. Insomma, una specie di &quot;Neolitic Park&quot; che tenga in considerazione anche le cavit&#xE0; sotterranee, non solo la superficie e consenta agli stessi materani di riappropriarsi di quella che fu una concezione abitativa assolutamente originale e di   <br />grandissimo valore. I recenti scavi di piazza Vittorio Veneto, hanno messo in luce alcuni splendidi complessi che mostrano la qualit&#xE0; e la funzionalit&#xE0; di questa tipologia del rupestre: larghi e profondi pozzi a ciclo aperto, da cui si diramano, come raggi dal mozzo di una ruota, cunicoli che danno vita a una complessa trama di gallerie, di cantine, di nevai, di cisterne a campana. Sotto terra troviamo perfino una torre medievale e una enorme cisterna imponente e silenziosa come una &quot;cattedrale d&#8217;acqua&quot;. Per l&#8217;architetto Mattia Acito, responsabile del progetto, si tratta &#xAB;del primo autentico museo storicoambientale della citt&#xE0;&#xBB;, un vero e proprio terminal da cui, in occasione dei prossimi festeggiamenti, si potr&#xE0; partire per escursioni mirate nelle viscere dei Sassi. Intanto la febbre delle celebrazioni sembra abbia scosso definiti-    <br />vamente i materani. Lungo tutto il Sasso barisano fervono i lavori, si restaurano le antiche abitazioni scavate nel tufo, si ripuliscono grotte e cisterne dalle macerie. Fino a pochi mesi fa nessuno voleva tornare nei Sassi, adesso un appartamento costa quanto a Manhattan. E fioriscono nuove attivit&#xE0; per la valorizzazione del rupestre. Lo stesso Laureano in collaborazione con una cooperativa, Ipogea, e con il patrocinio del Comune, ha creato un Centro delle civilt&#xE0; rupestri e delle acque. Sar&#xE0; una sorta di archivio-laboratorio multimediale sulle civilt&#xE0;, le tecniche di restauro, i progetti di valorizzazione ambientale dei siti rupestri internazionali. Matera insomma, intende risorgere sui suoi Sassi fondendo il mito delle caverne e quello del computer. Ci vorranno mesi, forse anni. Ma Laureano la soddisfazione pi&#xF9; grande l&#8217;ha gi&#xE0;    <br />ottenuta: quella di vedere Matera battere bandiera Unesco.</p>
<p><b>Trogloditi on line </b></p>
<p><b>Musei sotterranei e informatica: ecco il modello Loira</b></p>
<p>&quot;Troglo c&#8217;est chic&quot;, i trogloditi vanno di moda. E&#8217; la nuova parola d&#8217;ordine che circola da quest&#8217;anno nelle agenzie turistiche della Loira, una delle pi&#xF9; rinomate localit&#xE0; vacanziere della Francia. E si capisce: lo scorso anno, nell&#8217;area del Saumurois (300 km di gallerie sotterranee e di   <br />grotte abitate fin dal Medioevo) per la prima volta il turismo rupestre ha superato per numero di visitatori quello dei &quot;Castelli&quot;. Il rupestre da queste parti non possiede la ricchezza culturale dei Sassi di Matera. Ma a fronte dell&#8217;abbandono in cui versa il nostro patrimonio i francesi    <br />dimostrano che attorno al rupestre si pu&#xF2; sviluppare un eco-turismo fiorente che mescola atta tecnologia ed immaginario preistorico, enterteinment e cultura. Prendete un treno ad alta velocit&#xE0; e da Parigi, in poco pi&#xF9; di un&#8217;ora eccovi tra i nuovi trogloditi. Gente cortese, industriosa, dal piglio manageriale. Niente caverne umide e buie. Partiamo di una catena di ristoranti trogl&#xF2;, di circa 200 tra alberghi, motels e villette residenziali costruiti in grotte dall&#8217;aspetto lindo ed accogliente. Ai visitatori di D&#xE9;nez&#xE9;-sous Dou&#xE9;, una spettacolare cava di tufo sot-    <br />terranea che risale al Medioevo, viene off&#xE8;rto pure uno tocco alla Spielberg, con mult&#xEC;visioni sui pi&#xF9; spettacolari siti rupestri del mondo, musica e concerti dal vivo. Al convegno sul rupestre che si &#xE8; svolto il mese scorso a Saumour si &#xE8; parlato di eco-musei sotterranei, di sfruttamento turistico del sottosuolo e perfino di una rete informatica. Eureka, che colleghi in tempo reale, tutti i siti rupestri europei: Matera e la Cappadocia, Petra e Paterna (Spagna), D&#xE9;nez&#xE9;s-sous Dou&#xE9; e la Vateamontea. Fra i partecipanti circolava una certa euforia: &#xAB;Siamo    <br />convinti che si costruir&#xE0; prima l&#8217;Europa Trogloditica di quella Politica&#xBB;.</p>
	<p></p>
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		<title>Lawrence d&#8217;Arabia ora viene da Matera</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Jul 1993 13:08:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
		
		<category><![CDATA[Rassegna Stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[ Da Pi&#xF9;    supplemento alla &#34;Gazzetta del Mezzogiorno&#34;    del 1&#xB0; luglio 1993    
&#xA0;
Lawrence d&#8217;Arabia ora viene da Matera
Quarant&#8217;anni, i suoi rivoluzionari progetti per rendere vivibile il Sahara ne hanno fatto uno dei pi&#xF9; prestigiosi urbanisti dell&#8217;Onu. Lo attende una nuova grande avventura: la leggendaria Petra in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/apiu.jpg"><img id="id" style="border-right: 0px; border-top: 0px; margin: 0px 20px 0px 0px; border-left: 0px; border-bottom: 0px" height="95" alt="apiu" src="http://www.laureano.it/web/wp-content/uploads/2007/10/apiu-thumb.jpg" width="130" align="left" border="0" /></a> Da<strong> Pi&#xF9;</strong>    <br /><strong>supplemento alla &quot;Gazzetta del Mezzogiorno&quot;</strong>    <br />del 1&#xB0; luglio 1993    </p>
<p>&#xA0;</p>
<p><strong>Lawrence d&#8217;Arabia ora viene da Matera</strong></p>
<p><b>Quarant&#8217;anni, i suoi rivoluzionari progetti per rendere vivibile il Sahara ne hanno fatto uno dei pi&#xF9; prestigiosi urbanisti dell&#8217;Onu. Lo attende una nuova grande avventura: la leggendaria Petra in Giordania</b></p>
<p><i>di Gianluigi De Vito</i></p>
<p>La veduta dei Sassi &#xE8; di quelle da cartolina. E con la luce dell&#8217;estate il gioco delle ombre incanta per ore. Pietro Laureano domina il Barisano dal suo studio-bunker colorato da splendidi tappeti mediorientali. La civilt&#xE0; del rupestre e l&#xEC; davanti, maestosa. Lo sguardo si dirige a quelle pareti di roccia e tufo che hanno scritto la Preistoria. E la Storia. Ma la mente &#xE8; a mille miglia.</p>
<p>Ai palmeti algerini di Timimoun, a Shibam, la New York delle sabbie dello Yemen, ai suoi giardini magici di Bir el Azab, il cinquecentesco Pozzo degli Scapoli che domina l&#8217;entroterra di Sana&#8217;a, alle rocce ricamate di Petra, &#xAB;l&#8217;utero&#xBB; giordano di tante civilt&#xE0;, e straordinariamente somigliante alle grotte materane. Che scherzi fa la storia. Matera come Petra. Matera come le isole verdi dell&#8217;oceano di sabbia. &#xC8; il tardo pomeriggio, il momento del t&#xE8;. Lui, Laureano, il Lawrence d&#8217;Arabia del Duemila, lo versa tre volte nella piccola tazza. Come fanno i Tuareg. Il primo t&#xE8; deve essere forte e amaro come la vita, ed &#xE8; per gli invitati. Il secondo, per tutti, &#xE8; dolce e aromatico come l&#8217;amore. Il terzo, versato prima di andare via, &#xE8; leggero come la morte.</p>
<p>Lucano di Tricarico ma cresciuto a Matera, ai Signori del Deserto, Laureano da del tu, li chiama &#xAB;fratelli&#xBB;. Quando nel &#8216;78, dopo la laurea in   <br />architettura a Firenze, &#xE8; approdato in Algeria, chiamato dalla Cassa algerina di pianificazione del territorio a redigere il nuovo piano regolatore della citt&#xE0;-oasi di B&#xE8;char, ha ridisegnato i sogni della sua vita: niente casette a schiera, niente palazzi, niente grattacieli. Ma recupero di oasi, restauri di vecchie piste, ripristino di quei lunghi tunnel di acqua che hanno fatto verde il deserto. E s&#xEC;, perch&#xE9; l&#8217;avventura del quarantenne Indiana Jones di Matera comincia proprio nel Sahara. Non immaginava che sarebbe stata la sua passione e che lo avrebbe amato fino a svelame i segreti. Da allora, ha vissuto di mappe, libri, escursioni, scavi. Ha imparato l&#8217;arabo e a convivere con i cammelli come con i cavalli. Ha fatto i conti con la storia, con la geologia, con l&#8217;antropologia. Ed ora &#xE8; uno dei pi&#xF9; prestigiosi urbanisti dell&#8217;Unesco (la cestola culturale delleNazioni Unite) per le aree desertif&#xEC;cate, la civilt&#xE0; islamica e gli ecosistemi. Un&#8217; etichetta guadagnata sul campo - per tre    <br />anni ha insegnato presso l&#8217;Ecole polytechnique d&#8217;architecture et d&#8217;urbanismo dell&#8217;Universit&#xE0; di Algeri - e scrutando tra biblioteche dimenticate da Dio, tra memorie storiche lontane quanto un continente, tra cene e banchetti alla corte di r&#xE8; Hussein.</p>
<p><img height="349" src="imrsta/bpiu.jpg" width="478" />    </p>
<p>Giorno e notte alla ricerca di un altro perch&#xE9;: i palmeti, i labirinti di case in terra cruda, le dune, le caverne, davvero fanno parte del regno del nulla, di una terra desolata, vuota? O c&#8217;&#xE8; un&#8217;altra origine, un&#8217;altra storia, diversa da quella fino a ora conosciuta? Alla fine, il deserto glielo ha svelato quel segreto che l&#8217;avrebbe portato sui giornali di mezzo mondo: macch&#xE9; scherzo della natura, basta con l&#8217;idea    <br />romantica del laghetto idilliaco circondato dalle palme come fosse un miracolo. No, l&#8217;oasi non &#xE8; il frutto delle grazie di Allah ma il prodotto    <br />dell&#8217;ingegno dell&#8217;uomo: &#xE8; il risultato delle sue capacit&#xE0; di creare una situazione vivibile in un ambiente tra i pi&#xF9; ostili del mondo. Ecco cosa sono le oasi: i terminali di gigantesche reti    <br />idriche sotterranee, migliala di chilometri di gallerie, spesso scavate nei letti dei fiumi o dei laghi e sfruttate dalle popolazioni del deserto per raccogliere e conservare l&#8217;acqua di    <br />condensa prodotta dalla forte escursione tra giorno e notte. E l&#xEC;, nel Sahara, le oasi sono antiche quanto l&#8217;uomo del neolitico. Pi&#xF9; l&#8217;ambiente si inaridiva, pi&#xF9; l&#8217;uomo cominciava a scavare. Da qui l&#8217;idea di costruire un&#8217;oasi.</p>
<p><i>Sopra, Petra; sotto, i Sassi di Matera: le foto, in corrispondenza mostrano le similitudini colte da Laureano</i></p>
<p>Quando Laureano mise questa teoria sul tavolo dei Mammasantissima della cultura, si trascin&#xF2; addosso la loro ira. Alla fine tutti dettero credito all&#8217;Indiana Jones venuto dai Sassi. Al diavolo le leggende, in soffitta le teorie dei geografi del secolo. L&#8217;oracolo &#xE8; del millenario poeta Amadi: &#xAB;La verit&#xE0; &#xE8; nascosta sotto le sabbie - scriveva - perch&#xE9; chi la scoprir&#xE0; sar&#xE0; creduto un pazzo con la mente bruciata dal sole&#xBB;. Oggi, la bibbia del deserto &#xE8; <i>Sahara, giardino sconosciuto</i> che Laureano ha pubblicato nell&#8217;88 per i tipi della Giunti. Un viaggio raccontato e documentato con simboli, miti, tecnologie e culture, e che finir&#xE0; col dare pi&#xF9; di qualche idea agli sceneggiatori di <i>Il t&#xE9; nel deserto</i> di Bertolucci, tratto dal bei romanzo di Paul Boweles. Se Boweles ispira per la dimensione avvincente in cui i protagonisti sono proiettati. Laureano ispira per i luoghi di cui parla. Ne esce il primo film ambientato nel deserto che &#xAB;rivela&#xBB; il deserto. Ma non sono le fortune cinematograf&#xEC;che a far salire le quotazioni dell&#8217;urbanista dell&#8217;Unesco chiamato da Tunisi a Damasco a restaurare quartieri, oasi, giardini, grotte, in nome di una storia da riscrivere, di una civilt&#xE0; da resuscitare, da sottrarre alle logiche del cemento selvaggio: Tipasa in Algeria, Sana&#8217;a nello Yemen, Massaua in Eritrea, Petra in Giordania, Timimoun nel Sahara.    <br />Progetti per il Terzo Millennio, finanziati dalla cooperazione intemazionale, ma soprattutto impostati sul rispetto delle culture, sulla valorizzazione delle specificit&#xE0; e delle risorse locali. E cos&#xEC;, riecco i vecchi tunnel riscavati canalizzando l&#8217;acqua in un lago, pronto a essere sfruttato per gli impasti necessari ad edificare, con la terra cruda, case recintate da giardini e frutteti.</p>
<p>Progetti fondati su due concetti chiave: la simbiosi e l&#8217;alleanza uomonatura. Il secondo t&#xE8;, quello per gli invitati, aromatico e dolce come l&#8217;amore, sta per finire. Dopo l&#8217;ultimo sorso un po&#8217; di &#xAB;filosof&#xEC;a&#xBB; per capire l&#8217;oasi Terra. Laureano fa un ragionamento: sinora c&#8217;&#xE8; stato insegnato che l&#8217;evoluzione del genere umano &#xE8; avvenuta attraverso la   <br />competizione e la lotta. Favorendo i pi&#xF9;    <br />combattivi, il processo di selezione avrebbe avuto come risultato il processo evolutivo dell&#8217;homo sapiens. Tesi su cui si basano le teorie e le scienze del XIX secolo e i grandi sistemi speculativi di Darwin, Freud e Marx. Il loro pensiero, avvalorando l&#8217;idea che la molla dello sviluppo biologico, psichico o economico siano i conflitti, ha contribuito alle concezioni dominanti del nostro secolo: la legittimazione dell&#8217;umanit&#xE0; su tutte le altre specie e dell&#8217;uomo su altri uomini; il diritto al    <br />saccheggio delle risorse planetarie; la    <br />convinzione che il benessere sia possibile solo nella illimitata crescita e nella espansione economica generata, appunto, dalla competizione.</p>
<p><img height="331" src="imrsta/cpiu.jpg" width="484" /></p>
<p><i>Nel disegno grande qui a sinistra, il progetto di restauro di Petra, lussureggiante di verde nel deserto; sopra, dal basso in alto: il sistema di cisterne naturali per l&#8217;acqua nei Sassi di Matera e a Petra</i></p>
<p>Ma questa visione, ora che la biologia ha dimostrato che gli organismi sopravvivono attraverso i processi disimbiosi e di alleanza, &#xE8; completamente ribaltata. Le specie complesse si sono evolute non distruggendosi a vicenda ma mettendo insieme i rispettivi caratteri. Le specie non si evolvono ma coevolvono. Le comunit&#xE0; hanno imparato a unire le risorse e a fame buon uso, ad attrezzarsi per il lungo periodo. E le oasi sono la prova di tutto questo. All&#8217;alba del terzo millennio, quindi, quando l&#8217;intera ecologia planetaria risulta minacciata da uno sviluppo squilibrato, la concezione guida per aiutare l&#8217;&#xAB;oasi Terra&#xBB; &#xE8; quella di una cooperazione intemazionale basata sulla simbiosi e l&#8217;alleanza. Parole? Sar&#xE0;. E il momento del terzo t&#xE8;, quello prima di andar via, leggero come la morte. Indiana Jones lo versa con l&#8217;augurio di rimettersi presto su quella &#xAB;capanna&#xBB; a quattro ruote, color sabbia, che lo ha portato in giro per il mondo alla ricerca delle civilt&#xE0; perdute. </p>
<hr />
<p><b>Ora curer&#xE0; Petra la &#xAB;citt&#xE0; rosa&#xBB;</b></p>
<p><b>Chiamato da r&#xE8; Hussein di Giordania. Il giallo del fiume fossile     <br />e il mistero del tramonto di una civilt&#xE0;</b>    <br /><i>di Pasquale Dona</i></p>
<p>Chiamato alla corte di r&#xE8; Hussein, come far&#xE0; Pietro Laureano a curare i malanni di Petra, la &#xAB;citt&#xE0; rosa&#xBB;? La citt&#xE0; fu fondata dagli Edomiti, ma a renderla florida in epoca ellenistica ci pensarono i Nabatei. Gente semitica originaria del deserto che si stabil&#xEC; tra il VI ed il IV secolo avanti Cristo nella zona indicata dalla Bibbia con il nome di Sela. Nonostante le pessime condizioni climatiche, un efficiente piano di irrigazione e il controllo di vasti traffici commerciali, soprattutto seta ed incenso, favorirono condizione di prosperit&#xE0; durature. L&#8217;accesso pi&#xF9; agevole a Petra &#xE8; a oriente, attraverso il Siq, un canalone lungo 4 km, alto in alcuni punti fino ad 80 metri, alla fine del quale si apre un&#8217;ampia valle impreziosita da giganteschi monumenti in gran parte scavati nella roccia. Il primo impatto &#xE8; di quelli mozzafiato. L&#8217;occhio del visitatore si smarrisce tra case e palazzi, teatri, tenne, caravanserragli, ninfei e tombe dalle rosee facciate rupestri. &#xC8; un sito archeologico unico, mitizzato da mille leggende. Ma l&#8217;attenzione dei ricercatori &#xE8; aumentata ulteriormente dopo la morte di 24 turisti. Appariva difficile comprendere le cause del loro affogamento in un&#8217;area desertica. Poi, si &#xE8; scoperto che il luogo della tragedia era un fiume fossile. Le rare volte che piove, in media ogni cinque anni, impressionanti masse d&#8217;acqua che scendono dalle montagne a velocit&#xE0; vertiginosa si raccolgono nel giro di pochi minuti scivolando sulle pareti lisce delle gole di accesso alla citt&#xE0;. In questo caso ha vinto la morte, ma per i Nabatei la risorsa idrica rappresentava la vita. E toccato a Pietro Laureano svelare il &#xAB;giallo&#xBB;. L&#8217;architetto dovr&#xE0; ora mettere a punto, tra l&#8217;altro, uno studio per difendere i monumenti le cui superf&#xEC;ci di arenaria sono minacciate da un costante processo abrasivo. La spedizione &#xE8; stata &#xAB;sponsorizzata&#xBB;   <br />dall&#8217;Unesco. &#xAB;Le indagini - spiega Laureano - sono partite dal luogo della disgrazia. Arrivato ad un certo punto, il fiume sembra sparire. E invece ho trovato le prime tracce di una rete che raccoglie l&#8217;acqua gi&#xE0; a monte per poi distribuirla a valle&#xBB;. I Nabatei avevano deviato i corsi    <br />dei fiumi con un sistema di argini e imbrigliavano le piene, che dovevano seguire un andamento ciclico, in canali sotterranei. Venivano accumulate, cos&#xEC;, preziose risorse idriche ed evitate catastrof&#xEC;che inondazioni. </p>
<p>Petra era una citt&#xE0; verde, difesa prima di tutto dai suoi terrazzamenti e dai sui giardini. Le cause della decadenza, per lo studioso lucano, non   <br />sono riconducibili a sanguinose guerre e neppure a sconvolgimenti climatici. Alessandro non riusc&#xEC; ad espugnarla e i Romani si limitarono a controllarla amministrativamente. Il clima della zona, inoltre, &#xE8; lo stesso da qualche migliaio di anni. Nel tramonto di Petra prevalsero ragioni di carattere economico, legate alla diminuita richiesta di incenso e di seta e al fatto che le carovane seguirono altre piste, frequentando sempre meno quello che era stato uno dei pi&#xF9; grandi empori del mondo antico. Analoga sorte &#xE8; toccata ad altri centri che basavano la loro sopravvivenza su ecosistemi creati dall&#8217;uomo. Per sostenere gli habitat artificiali, occorreva un&#8217;ingente disponibilit&#xE0; di risorse. Venendo meno gli interessi economici, ogni sforzo per rendere accettabile la vita nel deserto diventava inutile e impossibile. Per un certo periodo, Petra entr&#xF2; nell&#8217;orbita dei bizantini e dei crociati, ma non era pi&#xF9; la stessa. Gli ultimi abitanti, con una forte propensione al nomadismo, pian piano l&#8217;abbandonarono. Dopo lo spopolamento anche il sistema idrico inizi&#xF2; a frantumarsi. &#xAB;Fu una vera e propria ecocatastrofe che spiega molti misteri - commenta Laureano -. Di pari passo, l&#8217;azione corrosiva del vento aument&#xF2; perch&#xE9; era sparita la vegetazione. Diminuita la capacit&#xE0; delle piante di creare l&#8217;humus, non c&#8217;era pi&#xF9; nulla a trattenere la sabbia del deserto&#xBB;. </p>
<p><img height="351" src="imrsta/dpiu.jpg" width="507" /></p>
<p><b>I Sassi fra i 350 gioielli del mondo</b></p>
<p><b>La scommessa di Laureano: inserirli nella lista dei monumenti protetti dall&#8217;Unesco. Punto di partenza, un &#xAB;museo dell &#8216;uomo e delle civilt&#xE0; rupestri&#xBB;</b></p>
<p>E Matera? Cosa c&#8217;entra Matera con discorsi sul deserto e sull&#8217;evoluzione della vita? Cosa   <br />c&#8217;entrano i Sassi con le oasi, con lerocce di Petra nel cuore della Giordania. C&#8217;entrano&#8230; c&#8217;entrano. Laureano ci mette un attimo a    <br />spiegarlo e invita a fissare sulla paretele diapositive scattate con l&#8217;aiuto della compagna, Astier, una asciutta eritrea gentile e vivace. L&#8217;origine e il fascino primordiale di questa citt&#xE0; scavata nel tufo e costruita sui gradoni degradanti di due grandi alvei fluviali - dice mentre scorrono i primi piani - derivano da sistemi di condensazione e di raccolta dell&#8217;acqua simili a quelli realizzati dai sahariani fin dal neolitico, dai terrazzamenti,</p>
<p><i>Laureano a cavallo sulla pista verso Petra. Nelle altre foto sopra e in quella grande, spettacolari squarci della citt&#xE0; scolpita nella pietra. Nelle tr&#xE9; foto piccole nell &#8216;altra pagina, i Sassi di Matera e una fase dei restauri</i></p>
<p>dai canali e dai pozzi risalenti all&#8217;et&#xE0; del bronzo, dalle grandi cisterne e dagli imponenti lavori di scavo sotterranei. Dunque, applicando ai Sassi lo stesso metodo di analisi archeologico-ambientale usato per i sistemi di habitat arcaici del Mediterraneo, dell&#8217;Africa e   <br />del Medioriente, viene fuori che all&#8217;origine di Matera c&#8217;&#xE8; una civilt&#xE0; seminomade, agropastorale, capace di condensare l&#8217;acqua necessaria in grosse cisterne sotterranee, di conservare la neve e il ghiaccio per realizzare veri e propri depositi frigoriferi, di costruire terrazze e giardini pensili per la coltivazione di essenze medicinali e erbe aromatiche. Per tirare corto, dalla grotta alla casa costruita, dal recinto pastorale alla cava di tufo, al vicinato urbano, Matera fornisce una spiegazione all&#8217;evoluzione dei tipi architettonici e urbani di tutta la nostra storia. </p>
<p>Da qui, quella che Laureano chiama una scommessa: inserire i Sassi nel patrimonio dell&#8217;Unesco. E per vincere questa scommessa, lui che all&#8217;Unesco ha porte aperte e orecchie tese, sta dando fondo a tutte le energie. La strada &#xE8; lunga. Molto &#xE8; stato fatto: il 24 aprile, i sei inviati   <br />dell&#8217;Icomos (il Consiglio intemazionale dei monumenti e dei siti, un organismo Unesco) venuti in &#xAB;missione di controllo&#xBB; a Matera hanno gi&#xE0; dato il primo s&#xEC; all&#8217;iscrizione. Qualche giorno fa l&#8217;approvazione da parte dell&#8217;Icomos. Ma l&#8217;ultima parola si avr&#xE0; soltanto a fine anno, al vertice del Patrimonio mondiale quando in Colombia si riunir&#xE0; il Comitato mondiale dell&#8217;Unesco.</p>
<p>Tutto lascia pensare che il gran colpo sar&#xE0; messo a segno. Certo, per una citt&#xE0;-periferia che punta sul turismo la carta del rilancio, non &#xE8; poco essere inserita tra i 350 gioielli del patrimonio mondiale Unesco. In Italia, nella &#xAB;lista dei privilegiati&#xBB; ci sono solo il centro storico di Roma, San Gimignano (Siena), i disegni rupestri della Val Camonica e &#xAB;L&#8217;ultima Cena&#xBB;, di Leonardo, custodita a Santa Maria delle Grazie a Milano. Il traguardo &#xE8; all&#8217;orizzonte. Arrivarvi non &#xE8; impossibile a patto che a Parigi (sede dell&#8217;Unesco) siano certi che Matera meriti. Ma merita davvero una citt&#xE0; che da quando ha avuto i cento miliardi per la valorizzazione degli antichi rioni ha fatto poco di pi&#xF9; che aprire cantieri, organizzare convegni-fiume e creare uffici singhiozzanti?</p>
<p>Convincere Parigi significa avere le idee chiare e far vedere che nella palude dell&#8217;inerzia un sasso &#xE8; stato lanciato. Il sasso c&#8217;&#xE8;. E a lanciarlo, manco a dirlo, &#xE8; stato proprio Laureano proponendo una ristrutturazione dei Sassi che realizzi un &#xAB;museo dell&#8217;uomo e delle civilt&#xE0; rupestri&#xBB;: una struttura, per intenderci, che crei, ad esempio, un Centro intemazionale per l&#8217;architettura del rupestre e le acque. Una sorta di archivio-laboratorio multimediale sulle civilt&#xE0;, le tecniche di restauro, i progetti   <br />di valorizzazione ambientale, dei siti rupestri intemazionali (dalla Cappadocia alle valli dell&#8217;Arabia meridionale, agli altipiani cinesi). Si tratta insomma, di dare a Matera un&#8217;immagine intemazionale. Per questo ci vorranno mesi e soprattutto tante manifestazioni di interscambio che consentano l&#8217;acquisizione di materiale. In questa dirczione va la proposta di gemellare - a luglio - la citt&#xE0; dei Sassi e Petra. Ma, ancora una volta si paga per i ritardi di una classe politica e culturale che ha detto s&#xEC; a tutte le proposte senza per&#xF2; rimboccarsi le maniche. Il gemellaggio    <br />rischia di saltare. E Laureano pensa ora a un Comitato. Ma per lui, il Lawrence d&#8217;Arabia di Tricarico, la gioia pi&#xF9; grande resta quella di vedere Matera battere bandiera Unesco. </p>
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